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Migrazioni economiche e tempesta perfetta dall’Europa al Venezuela

La fuga di milioni di persone dal Venezuela sta mettendo a dura prova la stabilità economica e politica dell’intera America Latina, a partire dal Perù e fa da sponda ai flussi di migranti economici dall’Africa all’Europa creando una nuova emergenza mondiale – Bufera sulle valute e sulle Borse dei Paesi emergenti

Migrazioni economiche e tempesta perfetta dall’Europa al Venezuela

È indubbio che le molteplici ragioni che portano allo spostamento di flussi di profughi che fuggono dai conflitti in Siria, Yemen e più in generale dai teatri di conflitti bellici diffusi nel mondo grazie anche alla ripresa dell’azione dell’ISIS dall’Afghanistan all’ Africa son motivo di una preoccupazione diffusa.

Da anni si assiste a flussi di migranti economici verso l’Europa, con crescenti difficoltà di gestione, legiferazione ed un’impennata dei costi sociali. Ciò che sta accadendo in America Latina, con la fuga di milioni di persone dal Venezuela, merita una riflessione attenta, perché la tentazione di molti di cavalcare l’”emergenza migranti” distogliendo l’attenzione politica dalla necessità di riforme economiche porterà a danni permanenti per la società civile.

Di fronte al maggior esodo degli ultimi cinquant’anni nella regione, il parallelismo con la crisi migratoria dall’Africa all’UE fa emergere punti di contatto, ma soprattutto mette di fronte a danni irreversibili per la crescita mondiale e la stabilità politico economica di molti Paesi più o meno emergenti.

IL BOLIVAR “SOVRANISTA”

In un periodo di difficoltà per i mercati emergenti, con i deflussi ripresi da fine luglio, i Paesi che vivono il problema politico dei flussi migratori subiscono evidenti effetti sulle piazze finanziarie locali. Succede anche in America Latina, dove si apre una situazione di emergenza che sta peggiorando a causa dall’ennesimo intervento a gamba tesa lo scorso 18 agosto del Presidente Maduro sulla realtà economica venezuelana – già compromessa – dove i beni di prima necessità mancano, dalle medicine ai beni primari.

Con l’emissione della nuova divisa “sovrana”, il bolivar soberano, non solo si abbandonano cinque zeri ma la moneta venezuelana viene legata a un fantomatico piano economico che dovrebbe rilanciare il Paese dal baratro economico nel quale si trova. Questa nuova riconversione monetaria avviene in un periodo di iperinflazione galoppante e l’annuncio di un aumento del salario minimo di 34 volte non ha modificato il sentimento di prostrazione del popolo. Nella visione irreale di Maduro, il nuovo bolivar così svalutato sarà ancorato alla criptovaluta nazionale, il petro, che è a sua volta legato alla quotazione dei barili di petrolio. Ma ciò non esime il FMI dal prevedere un nuovo drammatico picco per l’inflazione venezuelana a un milione per cento entro la fine dell’anno.

L’indice sulle divise dei mercati emergenti di JP Morgan vede la performance in euro pesantemente negativa (-17% in poco più di 16 mesi), mentre il MSCI vede le Borse emergenti sotto di un 8% e rischia di far rivedere i minimi dell’anno a 1015. E il carry trade, come dimostrato dall’emblematico caso turco, non compensa certo lo scivolone della valuta e delle azioni.

L’ESODO VENEZUELANO PESA SU TUTTO IL LATAM

L’esodo venezuelano con 2,5 milioni di fuggitivi in meno di tre anni ricorda simili situazioni vissute in Africa: le migrazioni dal Sudan, ad esempio, stanno mettendo a dura prova tutti i paesi confinanti.

Per arginare gli effetti prodotti dalla crisi venezuelana, in Brasile il Presidente Temer ha incaricato l’esercito di riportare ordine nelle zone del Nord, dove i rifugiati stanno creando situazioni difficili con la popolazione locale e pesando in termini di costi sociali crescenti e di aumento dei disordini.

Dal Messico al Perù, dal Cile alla Colombia e fino all’Argentina, non c’è Paese che non sia stato investito da questa onda migratoria inaspettata per le proporzioni.

Il governo ecuadoregno ha dovuto bloccare gli ingressi e quello peruviano a settembre bloccherà gli ingressi che si susseguono incessantemente al ritmo di 5 mila al giorno.

Il Cile con la sua florida economia è diventato un polo di attrazione irresistibile: il 5% della popolazione oramai è rappresentata da stranieri e i clandestini superano le 300mila unità. Così il Governo cileno ora non si accontenta del passaporto ma pretende un certificato di fedina penale pulita.

Intanto dal Nicaragua, dopo gli scontri dello scorso aprile, sono decine di migliaia gli abitanti in fuga. Cercano rifugio in Costa Rica, che sino ad oggi li ha accolti con grande generosità. Profughi che in questo caso, come per Haiti, sono stati finora accolti e tollerati ma oramai la situazione è diventata ingestibile nonostante la buona volontà dimostrata soprattutto dal governo colombiano, che ospita 800 mila venezuelani, nel non voler restringere e limitare l’accoglienza come negli altri Paesi che già si confrontavano con le alterne vicende economiche brasiliane e un nuovo peggioramento dell’infinita crisi argentina.

L’Argentina è lo studente modello del Fondo Monetario Internazionale, ma nel sollecitare Lagarde per il rilascio dei finanziamenti ha scoperto nuovamente carte molto deboli agli occhi degli investitori esteri, sempre più in fuga dai mercati emergenti e poco propensi a ridare fiducia ad un malato cronico dipendente come non mai dai finanziamenti internazionali. Intanto il peso ha perso il 108% dall’inizio dell’anno e difficilmente il contesto regionale aiuterà nuovi investimenti.

La pressione migratoria di venezuelani e nicaraguensi in Paesi dal delicato equilibrio economico genera un aumento della criminalità e un’ondata di xenofobia nella regione latinoamericana – come dimostrano le manifestazioni in Costa Rica – che ricorda ciò che sta accadendo in Nord Europa, e in particolare in Germania, dove i partiti di estrema riscuotono sempre più consenso.

ATMOSFERA PESANTE PER LE ELEZIONI BRASILIANE

Il 7 ottobre si terranno le elezioni in Brasile, dove lo storico Partito del Lavoratori (PT) esce a pezzi da una serie di scandali che hanno spazzato via anche il mito dell’ex presidente “sindacalista” Lula, che non potrà ripresentarsi alle elezioni, date le condanne a carico. E se il PT si dovrà riorganizzare, si assisterà inevitabilmente allo scontro tra l’estrema destra di Jair Bolsonaro e l’onnipresente candidata Marina Silva, politico di lungo corso che si presenta con un nuovo partito, REDE Rete per la Sostenibilità, che per molti analisti ricorda l’esperienza italiana del Movimento Cinque Stelle.

I centristi chiamati a raccolta dal presidente Temer con il suo Movimento Democratico Brasiliano (PMDB) sperano di attrarre con gli ex alleati del PSDB, il Partito socialista democratico, e il mai dimenticato ex Presidente Cardoso, (che ha guidato il Paese per 8 anni prima del ritorno del PT con Lula), i delusi dall’assenza di Lula. Ancora una volta un esito elettorale incerto e pieno di sorprese per un Paese la cui divisa si è riportata verso nuovi minimi storici.

I flussi migratori sono la nuova grande emergenza mondiale, forse ancora più del cambiamento climatico, che quest’anno ha mostrato segnali evidenti che esigono comunque prese di posizione molto importanti. Così Trump pare restare l’unico vittorioso su un quadro globale compromesso per il prosieguo di livelli di crescita incoraggianti per le Borse. Una vittoria di Pirro, si potrebbe dire.

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