Condividi

Migranti, Ue: “La riforma di Dublino è morta”

Alla riunione dei ministri dell’Interno dei 28 nessun accordo sulla riforma del regolamento di Dublino – Oltre all’Italia, si sono schierati contro altri 10 Paesi, compresa la Germania – Salvini esulta: “Per noi è una vittoria” – Il compromesso proposto dalla presidenza bulgare di fatto non riduceva la pressione sui paesi mediterranei

Migranti, Ue: “La riforma di Dublino è morta”

Salta la riforma del regolamento di Dublino, che disciplina il diritto d’asilo per i migranti che arrivano nell’Ue. Il regolamentio di Dublino, nella sua ultime versione del 2014, stabilisce in particolare quale Stato debba farsi carico della richiesta d’asilo fatta da una persona che arriva in territorio europeo. Alla riunione dei ministri dell’Interno dei 28 a Lussemburgo, oltre all’Italia altri 10 Paesi si sono opposti al cambiamento delle regole proposto in forma di compromesso dalla presidenza bulgara. La lista dei membri che hanno detto no comprende Spagna, Germania, Austria, Estonia, Lettonia, Lituania, Ungheria, Polonia, Slovacchia e Repubblica ceca.

Alla fine, perciò, anche la Germania si è arresa davanti al blocco dei paesi di Visegrad e dell’Europa del Sud, Italia compresa. Solo stamattina il segretario di Stato tedesco, Stephan Mayer, al suo ingresso al consiglio Affari interni di Lussemburgo, aveva detto che Berlino era “aperta ad una discussione costruttiva. Ma la riforma, com’è attualmente, non la accettiamo”.

All’uscita del consiglio, il segretario di Stato belga responsabile delle Migrazioni, Theo Francken, ha tirato le somme: “La riforma del regolamento di Dublino è morta”.

Il neo ministro dell’Interno italiano, Matteo Salvini, considera quello che è accaduto oggi “una vittoria: avevamo una posizione contraria ed altri Paesi ci sono venuti dietro, abbiamo spaccato il fronte. Significa che non è vero che non si può incidere sulle politiche europee”. Il leader leghista aveva da tempo annunciato che l’Italia avrebbe detto “no alle nuove politiche di asilo perché lasciano soli i Paesi del Mediterraneo, Italia Spagna, Cipro e Malta”. E non si è presentato all’incontro.

Intanto il ministro dell’Interno austriaco, Herbert Kickl, ha annunciato che – in assenza di un’intesa sulla riforma di Dublino al vertice dei leader dell’Unione Europea di giugno – a settembre, con l’inizio del suo semestre di presidenza, Vienna presenterà “una piccola rivoluzione copernicana” sulle politiche d’asilo.

Le norme in vigore oggi sono quelle del regolamento Dublino III, in vigore dal 2014, che obbliga il Paese d’ingresso (cioè il primo in cui il migrante mette piede al suo arrivo nell’Ue) ad espletare le procedure per il diritto d’asilo. È un sistema che penalizza i Paesi mediterranei (Italia, Grecia e Spagna), i primi a intercettare i flussi migratori da Africa e Medio Oriente.

Negli ultimi tre anni, gli accordi bilaterali con Turchia e Libia – i principali paesi di transito – hanno contribuito a rallentare i flussi, aprendo però un dibattito sulle violazioni dei diritti umani che si compiono nei campi di accoglienza provvisori su questi territori “di passaggio”.

Ci sono poi le istanze del cosiddetto Gruppo di Visegrad – formato da Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia – che nel 2015 fece saltare il piano formulato dalla Commissione europea per una ripartizione equa dei migranti in modo da alleggerire la pressione sui Paesi del Sud Europa.

A quel punto venne approvato un piano d’emergenza con cui i Paesi membri della Ue concordarono la ricollocazione di 160mila siriani e altri rifugiati provenienti da Italia e Grecia verso altri paesi dell’Unione entro due anni. Finora però solo 34.690 persone sono state riallocate, mentre la maggior parte ha tentato di raggiungere la Germania o altri paesi del nord Europa per vie traverse.

La proposta di compromesso più recente, quella formulata della Bulgaria e saltata oggi, puntava a ridurre i movimenti secondari, cioè quelli dei richiedenti asilo che arrivano in un Paese Ue e cercano di raggiungerne un altro. La proposta di Sofia prevedeva la riallocazione obbligatoria dei richiedenti asilo solo come extrema ratio, però difficilmente avrebbe ridotto la pressione su Paesi come l’Italia.

Commenta