Alberto Nagel dice addio alla “sua Mediobanca”. Prima del passo indietro dell’intero cda, che diventerà effettivo dall’assemblea convocata come da tradizione il 28 ottobre, l’amministratore delegato anticipa le sue dimissioni e, attraverso una lunga lettera, saluta dipendenti di Piazzetta Cuccia che adesso saranno chiamati ad affrontare il nuovo corso targato Mps. Nella missiva, Nagel riassume i suoi 34 anni in Mediobanca, difende le sue scelte e, citando Orazio, lancia una bordata ai nuovi azionisti di controllo.
La lettera di dimissioni di Nagel
Dopo trentaquattro anni all’interno di Mediobanca e diciassette anni da amministratore delegato (ma cinque anni prima, nel 2003, era diventato direttore Generale), Alberto Nagel saluta Piazzetta Cuccia. Nella lettera inviata ai dipendenti, Nagel cita la cultura della banca, “fatta di competenza, passione, trasparenza e understatement che abbiamo ereditato da banchieri straordinari come Enrico Cuccia e Vincenzo Maranghi. Una cultura che ti rimane cucita addosso”.
Guardando al futuro, Nagel si rivolge agli ormai ex colleghi: “Vi attendono ora nuove sfide che, ne sono certo, sarete pronti a superare stando uniti e preservando quella cultura e diversità che vi rendono unici”. “Così come sono certo – continua – che la nuova proprietà della banca non potrà prescindere dal valorizzare il vostro non comune patrimonio di professionalità”. “E ricordatevi di quanto scrisse Orazio – affonda il banchiere -: ‘Graecia capta ferum victorem cepit’, ovvero ‘La Grecia, conquistata’ dai Romani, ‘conquistò il selvaggio vincitore’”. “Non potrò mai ringraziarvi abbastanza per avermi dato il privilegio di lavorare con voi”, scrive Nagel.
I numeri e l’azionariato di Mediobanca
La missiva del Ceo contiene anche i numeri realizzati da Mediobanca in questi anni: “Alla fine dello scorso giugno, il gruppo consolida ricavi per 3,7 miliardi ed un utile netto per 1,3 miliardi, rispettivamente 3,7 e 2,5 volte rispetto al 2004. Nell’ultimo ventennio, la banca ha sempre investito in talento umano, triplicando il personale sino a raggiungere gli attuali 6.200 colleghi, a differenza di molti intermediari che hanno dovuto effettuare forti ristrutturazioni; ha distribuito agli azionisti circa 8,5 miliardi, senza mai fare aumenti di capitale ed ha conseguito un Total Shareholder Return del +500%”, spiega l’Ad.
Nagel parla poi dei cambiamenti dell’azionariato. Cambiamenti che hanno portato alla situazione attuale, ovvero Mediobanca integrata in Mps. “Tutto ciò è stato accompagnato da un altrettanto incisivo cambiamento dell’azionariato della banca – scrive -, nel 2004 il 55% del capitale era racchiuso in un patto di sindacato ed il resto sul mercato. A metà del 2019, con la progressiva riduzione del patto di sindacato, peraltro trasformato in un Accordo di Consultazione, il capitale sul mercato è pressoché totalitario e Mediobanca una vera public company. Dal 2020 ad oggi si è assistito ad un ritorno dell’azionariato “stabile” a discapito del mercato”.
Nagel difende le scelte fatte in Mediobanca
Nella lunga lettera di addio, il manager ripercorre gli ultimi decenni di storia della banca, che hanno portato a una trasformazione sia del modello di business che della struttura azionaria, e in parte giustifica le scelte fatte fino ad oggi. “Questa marcata evoluzione del gruppo è anche frutto di alcune mie radicate convinzioni – spiega -. La prima la chiamerei ‘darwinismo bancario’. Le banche devono adattarsi ad un contesto che cambia rapidamente, che se non capito e affrontato proattivamente, adattando i modelli di business, porta ‘all’estinzione della specie”.
“La seconda, in parte collegata alla prima – prosegue -, è che la specializzazione in attività a maggior sofisticazione e valore aggiunto protegge nel lungo termine il valore degli intermediari. Ed è per questa ragione che ho sempre preferito l’acquisizione di un wealth manager di taglia e di fascia alta, con ripetuti tentativi effettuati negli ultimi 6 anni, piuttosto che l’unione con una banca commerciale per lo più concentrata sul mass market”. La terza è che “le banche quotate hanno molte più chance di crescere e di generare extra ritorni, tanto più forte è l’allineamento di interessi tra azionisti e banca. In tutti i mercati finanziari più evoluti questo si verifica, almeno per gli istituti di maggiore dimensione, quando le banche hanno un capitale diffuso per lo più rappresentato da investitori istituzionali”. “Ultima, non certo per importanza – rimarca ancora Nagel -, è che la banca si basa sulla fiducia che ispira ai suoi stakeholders. Quindi: reputation first!”.
“Grazie al vostro lavoro – conclude -, oggi possiamo dire che la nostra banca è diversa da molte altre ed è specializzata in business complessi dove ha una presenza di mercato solida e prospettive di crescita. Ma quello che più conta è che ha conservato la sua cultura identitaria, associata al suo brand, che ha un fortissimo valore e che, a mio avviso, è il quid pluris del nostro gruppo”.