Dieci anni di montagne russe per l’industria italiana tra pandemia, rincari energetici, dazi e inflazione. Eppure il bilancio 2015-2024 è positivo. Il nuovo rapporto Dati Cumulativi dell’Area Studi Mediobanca mostra che il fatturato delle 1.905 imprese analizzate è cresciuto del +37,6%. Nel 2020 la pandemia ha bruciato l’11% dei ricavi, ma i rimbalzi del 2021 (+22%) e del 2022 (+28,1%) hanno rimesso in moto la macchina. Protagonista assoluto il made in Italy: +52,6% in dieci anni, con export +59,6% e vendite interne +45,5%.
Il perimetro Mediobanca copre quasi metà del tessuto produttivo: 45% del fatturato industriale, 48% della manifattura, 44% del retail e 43% dei trasporti. Dentro ci sono colossi pubblici e privati, multinazionali e il “quarto capitalismo” (medie e medio-grandi a controllo italiano). Alta anche la penetrazione estera: tra le aziende con oltre 250 addetti, il 48% del fatturato fa capo a gruppi stranieri, quota che sale al 75% nella manifattura.
La classifica dei giganti: Eni la regina, la top 10
Chi porta a casa il titolo di regina dei ricavi? Sul gradino più alto c’è Eni, che nel 2024 ha toccato 113 miliardi di fatturato. Alle sue spalle Enel con 102 miliardi, mentre sul podio sale anche Exor, la cassaforte degli Agnelli, con 86 miliardi. A un soffio c’è Stellantis Europe (84 miliardi), il polo italo-francese dell’auto nato dalla fusione Fca-Psa. Quinto posto per Gse – Gestore Servizi Energetici, braccio operativo dello Stato nella transizione energetica, con 54 miliardi.
Ecco la top 10 dei giganti italiani:
- Eni – 113 miliardi €
- Enel – 102 miliardi €
- Exor – 86 miliardi €
- Stellantis Europe – 84 miliardi €
- GSE – Gestore Servizi Energetici – 54 miliardi €
- Leonardo – 20 miliardi €
- Prysmian – 16 miliardi €
- Fincantieri – 8 miliardi €
- Italgas – 7 miliardi €
- Acea – 6 miliardi €
Tre dei primi cinque posti appartengono al settore energetico (Eni, Enel, Gse), a conferma che la transizione verde e la gestione delle risorse sono i veri motori dell’economia nazionale. Stellantis mantiene saldo il peso dell’automotive, mentre Exor conferma il ruolo di cassaforte finanziaria degli Agnelli, capace di competere sullo scenario globale.
Oltre ai ricavi conta la redditività
Oltre ai ricavi conta la redditività. Nel quinquennio 2015-2019 l’Ebit margin medio è stato vicino al 6%. Nel 2020 è sceso al 4%, ma ha recuperato sopra il 5% nel biennio 2021-22. Nel 2023-24 si è attestato su livelli storicamente alti, intorno al 6,5%. Il divario resta netto: le società pubbliche hanno margini oltre il 9%, grazie alla concentrazione nei settori energetici e infrastrutturali; le private, invece, sono scese al 5,7%, penalizzate soprattutto dal terziario.

L’onda lunga dei dazi Usa
Il 2024 ha portato anche nuove tensioni commerciali. Gli Stati Uniti hanno innalzato i dazi sul manifatturiero italiano al 15%, contro il precedente 3%. Mediobanca comunque stima un impatto limitato con una riduzione dell’Ebit margin di soli 0,2 punti percentuali, dal 6,4% al 6,2%. L’onere dovrebbe infatti distribuirsi lungo tutta la filiera, dal produttore al consumatore finale americano.
Investimenti e occupazione, la leva della crescita ma resta il nodo salari
Gli investimenti materiali netti hanno toccato nel 2024 il massimo del decennio, pari al 4,1% del fatturato (media 2015-22: 3,3%). A spingere sono soprattutto le imprese pubbliche, impegnate in rinnovabili, digitalizzazione delle reti e mobilità elettrica. Le private si fermano al 3%.
Sul fronte del lavoro, il decennio registra un +9,5% di occupazione, con un +10,2% nel privato e +5,6% nel pubblico. Spicca il “IV capitalismo”: +16,9% di addetti, con punte del +17,9% nelle medie imprese e +16,6% nelle medio-grandi.
L’inflazione cumulata del decennio (19,7%) ha eroso il potere d’acquisto: -2,8% rispetto al 2015, -5,8% rispetto al 2021. Mediobanca calcola che bastava un aumento medio di 4.000 euro pro capite nel quadriennio 2021-24 per riportare i salari reali ai livelli pre-inflazione, senza intaccare la remunerazione degli azionisti.
Chi crea valore e chi lo distrugge
Dal 2015 al 2024 le imprese italiane hanno generato in media 7.600 euro annui per addetto. Ma i numeri cambiano a seconda del comparto:
- pubbliche: +22.700 euro per dipendente;
- private: +4.600 euro;
- manifattura media e medio-grande: +10-11 mila euro;
- terziario: -800 euro, zavorrato dalle telecomunicazioni (-32.200 euro).
I settori vincenti sono energia (+85.800 euro per addetto), farmaceutico (+28.000), bevande (+23.900), pelle e cuoio (+24.400), gomma e cavi (+21.300), cartario (+13.500), alimentare (+9.100), meccanico (+6.700). I perdenti, invece, si concentrano in telecomunicazioni, impiantistica, costruzioni e trasporti.
Un futuro di sfide
Il 2024 non è stato un anno brillante: i ricavi complessivi sono scesi del 2,4%, colpendo più il mercato interno (-2,9%) che quello estero (-1,3%). Ma il quadro resta resiliente. La fotografia scattata da Mediobanca racconta un Paese che tiene botta, ma che deve affrontare la nuova stagione di tensioni commerciali globali, i dazi americani e l’accelerazione tecnologica. Il futuro dell’industria italiana passa da qui: energia, innovazione e resilienza