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Martelli: “Draghi che stile, ma rilanciare l’Italia è più difficile che salvare l’euro”

INTERVISTA A CLAUDIO MARTELLI, ex leader socialista ed ex ministro della Giustizia – “Il discorso al Parlamento di Draghi mi ha impressionato: un salto di qualità rispetto alle risse a cui eravamo abituati e la sua squadra è migliore della precedente. Renzi ha avuto il merito di aprire la crisi mentre il Pd ha sbagliato ad appiattirsi su Conte e ad abbracciare i Cinque Stelle”. Riforma costituzionale e nuova legge elettorale fuori dall’agenda di governo ma più che mai attuali.

Martelli: “Draghi che stile, ma rilanciare l’Italia è più difficile che salvare l’euro”

“Il discorso di Mario Draghi in Parlamento mi ha fatto un grande effetto: rispetto alle risse a cui eravamo abituati, Draghi ha segnato una cesura, una grande differenza di stile e di contenuti”: è l’impressione a caldo che del debutto da premier di Draghi manifesta Claudio Martelli, già leader socialista e ex ministro della Giustizia, che non ha perso la passione per la politica che oggi pratica anche attraverso il rilancio e la direzione dell’Avanti.

Martelli, che idea si è fatto del discorso del premier Mario Draghi al Senato?

“Mi ha fatto un grande effetto, ma non solo a me: è stato ben accolto da buona parte delle forze politiche e dell’opinione pubblica. Rispetto alle risse a cui eravamo abituati, Draghi ha segnato una cesura, una grande differenza di stile e di contenuti. Ora i contenuti sono tornati predominanti, come dovrebbe sempre essere. Speriamo che questo porti i partiti a superare alibi e pregiudizi. Nel merito ho trovato l’intervento totalmente condivisibile e in particolare mi è piaciuta la coraggiosa difesa del carattere politico del governo. Che cos’è la vera politica se non arte del governo? Basti guardare all’esempio di altri Paesi occidentali, dove è prassi che a fare i ministri ci vadano professionisti, tecnici ed esperti e non sta scritto da nessuna parte che debbano essere sempre parlamentari”.

Non c’è però il rischio che il presidente del Consiglio sia un po’ “ostaggio” dei partiti, visto che ha dovuto accontentarli tutti in virtù della ampia fiducia ricevuta?

“Io credo che i ministri li abbia scelti lui, ascoltando consigli e con il vaglio del presidente Mattarella. Non credo ci siano state trattative. Siamo pur sempre una Repubblica parlamentare e Draghi è un uomo di Stato, il civil servant migliore a cui potessimo affidare il compito di guidare il Paese in questa fase. Tuttavia lo aspetta un compito difficile: rilanciare l’Italia sarà più difficile che salvare l’euro”.

Questo Governo è nato per merito della crisi aperta da Matteo Renzi, che però è stato aspramente attaccato. Lei che idea si è fatto?

“Quando ho detto che Renzi è un politico inviso, mi limitavo a constatare un fatto. Non è la mia opinione. Detto questo, gli va riconosciuto del merito in questa ultima iniziativa, prima l’inascoltata richiesta di una verifica e poi l’apertura della crisi. E’ stato attaccato da molti, anche dai vertici del Partito Democratico, ma se non sbaglio furono proprio Zingaretti e Bettini i primi, ad ottobre, a criticare l’allora premier Conte. Erano loro a dire ‘non si può tirare a campare’, poi al dunque hanno scelto la linea ‘o Conte o elezioni’. Hanno persino respinto l’ipotesi della cosiddetta maggioranza Ursula, cioè allargando l’alleanza a Calenda, Bonino, Forza Italia. Un atteggiamento per me inspiegabile. Non vorrei che i dem considerino l’alleanza coi 5 Stelle un’union sacrée. Si giustificano dicendo che è un baluardo contro la destra ma nessun sondaggio, nemmeno con l’aggiunta di un eventuale partito di Conte, li darebbe vincenti sul centrodestra. E poi, sui contenuti, sono davvero sicuri di essere così distanti dalle posizioni dello stesso Renzi, o di Calenda, o della Bonino?”.

Che cosa pensa della squadra di governo scelta da Draghi e in particolare del ministro della Giustizia, incarico da lei ricoperto in passato?

“Non conosco la professoressa Marta Cartabia ma ne ho il massimo rispetto. La squadra mi pare di gran lunga migliore rispetto a quella del governo precedente”.

Lei ha definito Draghi un “socialista liberale”. In che senso?

“E’ lo stesso Draghi che si è auto definito così, in un’intervista al settimanale tedesco Die Zeit. Io ne ho preso atto e mi ha fatto piacere che quella sia la sua identità politica, perché personalmente mi rivedo in quei valori. Il socialismo liberale non va letto come un impasto dei due termini, significa invece prestare attenzione alle istanze tipiche del socialismo, come l’equità sociale e la difesa dei più deboli, seguendo però metodi di natura liberale. Ad esempio Draghi nel suo discorso ha fatto un chiaro riferimento alla parità di genere, alla scuola, alla formazione del capitale umano. Mi ha molto colpito, riportandomi alle battaglie degli anni ’80 come il referendum sul nucleare, l’impegno per l’ambiente. In Italia c’è un ritardo culturale su questi temi, e il socialismo liberale e, aggiungo, naturalista, può aiutare a colmarlo nella crescita e con lo sviluppo tecnologico a cominciare dalla transizione digitale”.

Draghi inizia il suo mandato in una fase nuova per l’Europa, con la sfida della pandemia e proprio nei mesi in cui Angela Merkel sta per dare l’addio. Anche al presidente francese Emmanuel Macron resta solo un anno di presidenza e la sua popolarità è in calo. Può essere il momento giusto per una leadership italiana a livello europeo?

“Una leadership europea Draghi ce l’ha già e si consoliderà. Tuttavia questo non farà di lui né il primo né l’unico interlocutore del presidente americano Joe Biden, anche perché oltre al peso dei leader conta pure il peso dei Paesi. Con lui però l’Italia può finalmente riallinearsi sull’asse franco-tedesco, aspirando ad una partecipazione non subordinata ma da protagonista”.

Che tipo di rapporti si aspetta con gli Stati Uniti?

“I dem americani conoscono bene Draghi e lo stimano, ma non per questo ci saranno scivoloni come quello di Conte, che autorizzò il ministro della Giustizia William Barr ad interrogare i servizi segreti italiani, senza la presenza del ministro italiano. Un fatto inaudito. Questo non è atlantismo, è servilismo da provincia subalterna”.

Lei ha da poco lanciato due proposte di riforma costituzionale e di riforma della legge elettorale. Ce le può spiegare?

“La prima riguarda l’assetto istituzionale del Parlamento. Dato che abbiamo tagliato il numero dei parlamentari, secondo me adesso si presenta un’occasione storica: anziché procedere ad occhi bendati all’applicazione del referendum, dovremmo realizzarlo in modo innovativo e cioè superando una volta per tutte il bicameralismo. Con una riforma bipartisan nello spirito repubblicano evocato da Draghi, si potrebbe istituire un’ unica assemblea rappresentativa, un’Assemblea Nazionale composta da 600 membri, unificando i 400 deputati e i 200 senatori in un unico corpo rappresentativo. Un Senato con soli 200 membri funzionerebbe male e farebbe scomparire la rappresentanza di molti territori e delle minoranze e questo non mi sembra giusto. Per quanto riguarda la riforma elettorale, dovremmo sdoganare il doppio turno, antica proposta del PD. Primo turno per dare a tutti il diritto di tribuna, con una soglia d’ingresso molto bassa, e poi ballottaggio tra le due maggiori forze o le due maggiori coalizioni: ne uscirebbero un vincitore certo, e un governo stabile”.

Ha la sensazione che nell’agenda del governo ci siano anche interventi di questo tipo?

“No, non fa e non deve far parte dell’agenda di un governo che deve curare la salute e la ripresa economica. Ma sono proposte all’insegna dell’unità e dell’interesse comune. In questo senso un segnale positivo è stato l’incontro di qualche giorno fa tra Zingaretti e Salvini, che hanno concordato sulla necessità di riforme istituzionali condivise mostrando senso di responsabilità”.

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