“L’ordine globale è defunto”. Lo ha detto l’ex premier Mario Draghi intervenendo all’Università di Ku Leuven, in Belgio, dove ha ricevuto la laurea honoris causa. “Alcuni potrebbero illudersi che il mondo non sia davvero cambiato, o che la geografia li renda immuni. Altri potrebbero credere che rinunciare all’indipendenza economica, o persino a porzioni di territorio, non minacci la capacità di preservare i valori che ci definiscono”, ha aggiunto.
L’architettura europea e la sicurezza
“Fin dalla nascita – ha dichiarato Draghi – l’architettura dell’Ue ha incarnato la convinzione che lo stato di diritto internazionale, sostenuto da istituzioni credibili, promuova la pace e la prosperità”. Riferendosi al ruolo degli Stati Unitinella sicurezza europea, ha aggiunto: “Poiché nessuno Stato europeo conservava da solo la capacità di difendersi, la nostra dottrina di sicurezza si è modellata sulla protezione garantita dagli Stati Uniti. Insieme, e sempre in alleanza con Washington, siamo stati in grado di affrontare ogni minaccia e di assicurare la pace in Europa.”
Con la sicurezza garantita e il commercio prevalentemente interno all’alleanza, l’Europa ha potuto sviluppare apertura economica e prosperità.
Limiti e fallimenti dell’ordine globale
“Ma l’ordine globale oggi defunto non è fallito perché fondato su un’illusione”, ha sottolineato Draghi, evidenziando i benefici che ha prodotto: vantaggi per gli Stati Uniti come egemone, per l’Europa grazie a stabilità e integrazione commerciale, e per i Paesi in via di sviluppo tramite la partecipazione all’economia globale.
Il problema, ha spiegato, è ciò che l’ordine non ha corretto: con l’ingresso della Cina nel Wto “i confini tra commercio e sicurezza hanno iniziato a divergere”, e alcuni Stati hanno perseguito “un vantaggio assoluto attraverso strategie mercantilistiche, imponendo la deindustrializzazione ad altri, mentre i benefici residui venivano distribuiti in modo diseguale”. L’interdipendenza, un tempo fonte di moderazione, “è diventata una fonte di leva e di controllo”, mentre la governance multilaterale non disponeva “né di strumenti né di linguaggio per affrontare le nuove sfide”.
La minaccia di Usa e Cina
Draghi ha messo in guardia sul nuovo contesto globale: “Ci troviamo di fronte a un’America che, almeno nella sua postura attuale, enfatizza i costi sostenuti ignorando i benefici ottenuti. Impone dazi all’Europa, minaccia i nostri interessi territoriali e chiarisce, per la prima volta, di considerare la frammentazione politica europea funzionale ai propri interessi”. Per la Cina, invece, “è disposta a sfruttare questa leva: inondando i mercati, trattenendo input essenziali, costringendo altri a sopportare il costo dei propri squilibri”.
Il rischio per l’Europa è chiaro: diventare “subordinata, divisa e deindustrializzata – tutto insieme”, incapace di difendere i propri interessi e valori.
Le leve di forza dell’Europa
Nonostante le sfide, Draghi ha ricordato che l’Europa ha strumenti per agire: nel 2023 l’Ue è stata “il maggiore esportatore e importatore mondiale di beni e servizi, con importazioni dal resto del mondo pari a 3.600 miliardi di euro”, ed è il principale partner commerciale di oltre 70 Paesi.
Deteniamo posizioni chiave in settori strategici: le imprese europee controllano “il 100% della litografia ultravioletta estrema”, producono “metà degli aerei commerciali del mondo” e progettano “i motori che alimentano la stragrande maggioranza della navigazione globale”.
Tuttavia, Draghi avverte: “In questo contesto, è sbagliato pensare agli accordi commerciali principalmente in termini di crescita. Il loro scopo oggi è strategico: rafforzare la nostra posizione e riallineare le nostre relazioni, ora che commercio e sicurezza non coincidono più pienamente”.
Confederazione vs federazione
“Presi singolarmente, la maggior parte dei Paesi dell’Ue non è nemmeno una media potenza capace di navigare questo nuovo ordine”, ma “collettivamente, però, abbiamo qualcosa di più grande: scala, ricchezza, cultura politica e 75 anni di costruzione delle istituzioni di un progetto comune”.
“Il potere richiede che l’Europa passi dalla confederazione alla federazione”, ha sottolineato, evidenziando che dove l’Europa si è federata (commercio, concorrenza, mercato unico, politica monetaria) “siamo rispettati come potenza e negoziamo come un unico soggetto”, mentre dove non lo ha fatto (difesa, politica industriale, affari esteri) “siamo trattati come una somma disordinata di Stati di medie dimensioni, da dividere e gestire di conseguenza”.
Federalismo pragmatico
Draghi ha definito necessario un “federalismo pragmatico”: pragmatico perché bisogna compiere “i passi oggi possibili, con i partner oggi disponibili, nei settori in cui è possibile fare progressi ora”, federalismo perché “l’azione comune e la fiducia reciproca che essa crea devono diventare la base di istituzioni con un reale potere decisionale – istituzioni capaci di agire con decisione in ogni circostanza.” Questo approccio rompe l’impasse attuale, senza subordinare nessuno. Gli Stati membri aderiscono volontariamente. La porta resta aperta agli altri, ma non a chi minerebbe lo scopo comune. Non dobbiamo sacrificare i nostri valori per ottenere potere. L’euro è “l’esempio di maggior successo”: chi ha scelto di collaborare ha costruito istituzioni comuni e solidarietà profonda.
Non sarà un percorso lineare. Come disse Schuman, “l’Europa non si farà tutta in una volta”. Ogni passo deve restare ancorato all’obiettivo di una vera federazione. L’unità, ha ricordato Draghi, “non precede l’azione: si forgia prendendo insieme decisioni rilevanti, attraverso l’esperienza condivisa e la solidarietà che esse creano”. La Groenlandia, ha aggiunto, rappresenta un esempio di “volontà di agire” e valutazione strategica europea.
Infine, Draghi ha richiamato l’Europa all’unità e alla determinazione. “Agendo insieme, riscopriremo qualcosa rimasto a lungo sopito: il nostro orgoglio, la nostra fiducia in noi stessi, la nostra fede nel nostro futuro. Ed è su questa base che l’Europa sarà costruita”, ha concluso.