“Nihil umani a me alienum puto”, scriveva Terenzio. E nulla di umano è, nonostante tutto, estraneo a Meursault, il protagonista de “Lo straniero”: una delle opere più rilevanti della letteratura francese del XX secolo, scritta nel 1942 da Albert Camus e ora riportata al cinema da François Ozon, che per questo adattamento ha scelto un bianco e nero abbagliante e impeccabile.
La trama è nota. È il 1938: nell’Algeri dell’occupazione Meursault è un giovane francese impiegato in un ufficio del governo. Vive da solo in un piccolo appartamento, ha poche frequentazioni. Un giorno riceve un telegramma che gli annuncia la morte della madre e chiede un permesso per partecipare al funerale, al quale, però, resta indifferente: non piange, non vuole vederne un’ultima volta il corpo.
L’incipit del romanzo, d’altra parte, era memorabile ed esplicito: “Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so”. Poco dopo le esequie incontra Marie, una giovane collega con la quale inizia una relazione pur rifiutando di ammettere sentimenti o di formalizzare il legame. Ha anche un amico magazziniere, in realtà uno sfruttatore, che ha percosso la ‘fidanzata’, una ragazza algerina, attirando su di sé le ire del fratello di lei.
Meursault ucciderà quest’ultimo, non per odio o per vendetta ma, dirà al processo, “a causa del sole”. Non offrirà spiegazioni del suo gesto più potabili della verità nuda: ha sparato cinque proiettili, “colpi secchi battuti sulla porta della sventura”, perché cessasse il baluginìo accecante procurato dalla lama del coltello brandito dalla vittima.
Rifiutando ogni convenzione, Meursault è enigma e straniero, alla società e forse anche a se stesso. Solo la natura e le percezioni del corpo – gli amplessi con Marie, il contatto con il mare e con la sabbia – paiono restituirlo alla sensazione di essere vivo, ma anche all’incongruenza della condizione umana, fissata in un eterno presente, vitalistico e tragico. L’assurdo secondo Camus, e quindi nel protagonista, nasce dal conflitto tra la ricerca di un senso e il “silenzio irragionevole del mondo”. Meursault vi si rivolta, scegliendo di esistere senza qualità morali, privo di ambizioni, in aperto contrasto con le sovrastrutture e le menzogne borghesi (e coloniali) ma anche in risposta all’insensatezza del reale.
Risulta, così, incomprensibile per il resto della società, che in tribunale finisce per giudicarlo, di fatto, per il suo continuo sottrarsi ad ogni più comune convenzione o aspirazione. Potrebbe finanche essergli perdonato l’omicidio del giovane arabo – che, disumanamente, qui sì, non assurge al livello di un cittadino degno di giustizia – ma non l’insubordinazione alle regole sociali e la freddezza che la esprime. Ci prova, il suo avvocato, ad affacciarsi sull’anima di Meursault, e lo difende: perché la Corte dovrebbe punire un uomo per una mancanza di lacrime?, conclude, ma non riesce a scalfire le certezze di chi considera l’imputato meritevole della pena più dura.
Il film, magnificamente interpretato da Benjamin Voisin e da Rebecca Marder, resta fedele al romanzo riuscendo a percorrere una propria, folgorante, strada: inquadrature nette e rigorose, campi lunghi metafisici, i volti e i corpi esposti in piena luce. E’ un cinema nel solco stilistico di Bresson: qui non c’è un Dio ma la requie, se non la liberazione, arriva con l’accettazione dell’irrazionale. Meursault è un Sisifo che lotta eternamente verso la cima e se ne riempie il cuore, ché alla fine, diceva Camus, bisogna immaginare Sisifo felice.
Al cinema
Titolo originale: L’etranger, Produzione: Francia 2025, Regia: François Ozon, Sceneggiatura: François Ozon, Philippe Piazzo, Montaggio: Clément Selitzki, Fotografia: Manuel Dacosse, Musica: Fatima Al Qadiri, Interpreti principali: Benjamin Voisin, Rebecca Marder, Pierre Lottin, Denis Lavanrt, Durata: 122’. Distribuzione: BIM Distribuzione / Lucky Red.