Uno dei progetti scaturiti dalla megalomania di Donald Trump ha comportato l’abbattimento della East Wing, l’ala est, della Casa Bianca per innalzare al suo posto una vasta sala da ballo di oltre 8.000 metri quadrati che avrà una capienza di un migliaio di persone. The Donald non è il primo inquilino della Casa Bianca a cimentarsi nella ristrutturazione della sede della presidenza degli Stati Uniti.
Tuttavia, l’iniziativa non riflette solo l’ego ipertrofico del tycoon, al pari del progettando Arco dell’Indipendenza, che il prossimo anno sarà eretto nella capitale di fronte al Lincoln Memorial in occasione delle celebrazioni per il 250° anniversario della nascita degli Stati Uniti e che molti hanno già ribattezzato Arc de Trump per assonanza con il parigino Arc de Triomphe.
Il progetto per la Casa Bianca assume anche risvolti che vanno oltre i semplici cambiamenti architettonici di una residenza che è assurta ormai da tempo a metonimia del governo federale e della sua politica.
Le origini
L’edificazione della Casa Bianca andò di pari passo con la fondazione della città di Washington, battezzata così nel 1791 in onore del primo presidente degli Stati Uniti sebbene inizialmente avrebbe dovuto chiamarsi Federal City.
L’esigenza di rendere l’amministrazione federale indipendente dai possibili condizionamenti dei singoli Stati dell’Unione impose di collocare la residenza del capo dell’esecutivo e la sede del governo in un distretto autonomo, che non fosse parte del territorio di alcuno Stato.
La scelta cadde su una zona disabitata lungo il fiume Potomac, tra la Virginia e il Maryland, che aveva il vantaggio di trovarsi grosso modo al centro di quella che alla fine del Settecento era l’estensione geografica degli Stati Uniti lungo la costa dell’Atlantico.
Sorta dal nulla, la città era completamente nuova e così lo furono anche i palazzi destinati a ospitare le istituzioni federali.
Però, costruire di sana pianta l’edificio dove il presidente sarebbe andato a vivere e avrebbe svolto le sue funzioni di governo non fu solo una necessità materiale, ma acquistò pure una valenza simbolica.
Gli Stati Uniti si vantavano del fatto che le istituzioni repubblicane scaturite dalla guerra d’Indipendenza, combattuta contro la monarchia britannica, fossero senza precedenti nella storia dell’umanità.
Non a caso lo stemma della nazione ha come motto “novus ordo seclorum”, la stessa frase che troneggia dal 1935 sul verso delle banconote da un dollaro. Pertanto, anche la sede del capo del governo federale – all’inizio denominata Executive Mansion – avrebbe dovuto essere realizzata ex novo.
Ma – per rappresentare attraverso il piano urbanistico l’equilibrio dei poteri tra esecutivo, legislativo e giudiziario – l’Executive Mansion non sarebbe stata situata al centro del tessuto urbano, bensì all’interno di una griglia policentrica incardinata su tre luoghi equidistanti tra loro: appunto la residenza presidenziale, il Campidoglio per ospitare il Congresso e la sede della Corte Suprema.
Come auspicio di una proficua collaborazione tra il governo e l’assemblea legislativa, L’Executive Mansion e il Campidoglio furono collegate da un ampio vialone che è ancora oggi la principale arteria stradale della capitale: Pennsylvania Avenue.
Il primo Ottocento
I lavori di costruzione dell’Executive Mansion procedettero a rilento. Washington non fece in tempo a trasferirvisi, prima di terminare il suo secondo e ultimo mandato nel 1797, anche in considerazione del fatto che, in attesa che Federal City venisse edificata, la capitale degli Stati Uniti fu New York fino al 1790 e Filadelfia nei nove anni seguenti.
Il suo successore, John Adams, vi abitò per pochi mesi tra il 1800 e il 1801, mentre muratori e falegnami era ancora all’opera nello stabile, prima di lasciare l’incarico perché era stato sconfitto da Thomas Jefferson nelle elezioni del 1800.
Sua moglie, Abigail Smith Adams, una donna dai modi alquanto frugali, si adattò con facilità a un edificio bel lontano dall’essere terminato. Per esempio, utilizzò la East Room, che era stata pensata per ricevimenti e udienze pubbliche, per stendervi il bucato ad asciugare. Questa sala, all’epoca la più spaziosa, era anche quella più spoglia.
Il Congresso, temendo una deriva dispotica dell’amministrazione Adams, non aveva stanziato i fondi per completarla, perché sospettava che il presidente intendesse trasformarla in una specie di sala del trono, una destinazione d’uso ovviamente incompatibile per una repubblica. Del resto, un edificio sobrio si confaceva agli ideali repubblicani che rifuggivano dal lusso, in genere associato alla presunta corruzione delle monarchie.
Dopo aver sostituito Adams, Jefferson, che si dilettava di architettura, fece realizzare i colonnati lungo entrambe le ali dell’edificio per nascondere le stalle e i magazzini. Ma il presidente non amava particolarmente la dimensione sociale e cerimoniale del suo incarico. Pertanto, non incoraggiò altri lavori e lasciò al suo successore, James Madison (1809-1817), una Executive Mansion non ancora ultimata.
Fu la moglie di Madison, Dolly, in collaborazione con l’architetto Benjamin Henry Latrobe, a impegnarsi non solo per rendere più abitabile la residenza, ma anche e soprattutto per consolidarne il ruolo di centro politico del governo federale e simbolo della nazione.
Curò soprattutto l’allestimento del salotto, perché lo considerava uno spazio fisico che diventava politico nel momento in cui il presidente incontrava i suoi ospiti per definire, promuovere e negoziare le strategie di governo.
Tuttavia, lo sviluppo del palazzo presidenziale fece un notevole passo indietro il 24 agosto 1814. Nel corso della cosiddetta seconda guerra d’Indipendenza, combattuta contro la Gran Bretagna tra il 1812 e il 1815, le truppe inglesi occuparono Washington e appiccarono il fuoco alla residenza presidenziale.
Fu, almeno in parte, una rappresaglia per l’operato dell’esercito statunitense che, il 27 aprile dell’anno precedente, aveva conquistato York, l’odierna Toronto, la capitale della provincia inglese dello Upper Canada, dando alle fiamme la sede dell’assemblea legislativa e del governatore britannico.
È, però, probabile che gli inglesi si fossero anche resi conto che l’Executive Mansion rappresentava le istituzioni repubblicane e, pertanto, che avessero voluto incendiarla come gesto metaforico per affermare la superiorità del regime monarchico di Londra.
A causa di un uragano, però, gli inglesi abbandonarono la capitale dopo appena ventisei ore dal loro ingresso in città. La pioggia spense l’incendio e impedì danni peggiori all’edificio. Quando il presidente James Madison poté tornarvi ad abitare nel 1817, le pareti esterne della residenza erano state verniciate di bianco per coprire l’annerimento provocato dal fumo delle fiamme appiccate dagli inglesi.
Questo intervento fece attribuire al palazzo il nome che ancora oggi conserva, Casa Bianca, anche se questa denominazione popolare divenne ufficiale soltanto nel 1902.
La sede della presidenza come casa del popolo
Le opere di riparazione per fare fronte ai danneggiamenti causati dalla guerra durarono dal 1815 al 1817 furono seguite da nuovi ampliamenti che terminarono in tempo per la cerimonia di insediamento del presidente Andrew Jackson nel 1829.
Dopo aver giurato al Campidoglio, Jackson si spostò a piedi nella sua residenza, seguito da centinaia di sostenitori che fecero poi irruzione nella Casa Bianca per congratularsi con lui di persona.
A salvare l’edificio da ulteriori danni, provocati questa volta dalla folla scalmanata, anziché dall’invasore inglese, fu l’idea estemporanea del neopresidente di far disporre sul prato antistante alcuni barili di punch, per riorientare la moltitudine verso quelle che promettevano di essere abbondanti libagioni gratuite.
Ancora una volta, però, la Casa Bianca si erse a immagine della natura delle istituzioni statunitensi. Non era un palazzo del potere a cui dare l’assalto, come lo era stata invece la reggia di Versailles il 5 ottobre 1789, quando il popolo in armi aveva costretto la famiglia reale francese a rientrare a Parigi. Era, piuttosto, un luogo accessibile dove i cittadini potevano avere un contatto diretto con il loro presidente.
La Casa Bianca assurse insomma a simbolo di una embrionale democrazia statunitense, in un’epoca in cui era stato abolito il suffragio censuario ma il diritto di voto era appannaggio dei soli maschi bianchi.
Le modifiche del Novecento
Risale al 1902 l’inaugurazione della East Wing, voluta da Theodore Roosevelt – anche se a seguire materialmente la realizzazione del progetto fu sua moglie Edith – come ingresso per i visitatori che vi avrebbero potuto pure lasciare soprabiti e cappelli.
Invece, lo Studio Ovale quale spazio di lavoro del presidente fu creato nel 1909 all’inizio dell’amministrazione di William Howard Taft. Danneggiato da un incendio del 1929, lo Studio Ovale venne ristrutturato e ingrandito nel 1934 per Franklin Delano Roosevelt, che – colpito dalla poliomielite – aveva bisogno di spazi più ampi per muoversi con la sua sedia a rotelle.
Nondimeno, l’aggiunta principale dovuta a Franklin Delano Roosevelt risale al 1942, dopo l’ingresso degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale, e fu lo scavo di un bunker, posto sotto la East Wing, per proteggere il centro operativo della presidenza nel caso di un attacco aereo nemico su Washington.
Successive ristrutturazioni significative avvennero nel corso delle presidenze di Harry S. Truman e John F. Kennedy.
Il primo fu costretto a trasferirsi nella Blair House, la residenza posta davanti alla Casa Bianca sull’altro lato di Pennsylvania Avenue, generalmente destinata ai dignitari stranieri in visita nella capitale e ad altri ospiti del presidente.
Vi abitò dal novembre del 1948 al marzo del 1952 mentre gli interni della Casa Bianca venivano completamente smantellati, rinnovati e ricostruiti dopo che Truman era stato avvertito che l’edificio rischiava di crollare da un momento all’altro, in quanto per decenni erano state trascurate le più elementari opere di manutenzione.
Invece, gli interventi promossi da Jacqueline Bouvier, la moglie di Kennedy, riguardarono soprattutto gli arredi e si basarono sia sul recupero di suppellettili di epoche precedenti, sia sull’adozione di un diverso stile per le svariate sale e stanze principali della residenza.
L’ultima modifica di un qualche rilievo, prima della recente demolizione della East Room, fu la trasformazione della piscina interna, utilizzata da Franklin Delano Roosevelt per lenire i postumi della poliomielite, nell’attuale sala stampa durante l’amministrazione di Richard M. Nixon.
Fu uno sviluppo un po’ paradossale per un presidente che detestava i giornalisti e amava la segretezza.
East Wing e first ladies
La East Wing è stata storicamente associata alla rivendicazione di un protagonismo femminile personificato dalle first ladies, le consorti dei presidenti, che, soprattutto dall’inizio del Novecento, non hanno limitato il loro ruolo formale nell’ambito della Casa Bianca a quello di ricevere gli ospiti e di rappresentare la propria famiglia all’interno del Committee for the Preservation of the White House, la commissione consultiva che si occupa di salvaguardare l’integrità dell’edificio e di proporre modifiche architettoniche, di arredo e di scelta di opere d’arte e manufatti che siano in linea con la storia della residenza.
Eleanor Roosevelt, la moglie di Franklin Delano, tenne nella East Room quasi 350 conferenze stampa, aperte esclusivamente a reporter donne, durante gli oltre dodici anni in cui il marito rimase in carica dal 1933 al 1945.
In quella sala riceveva anche le appartenenti a molteplici organizzazioni femminili che rappresentavano l’altra metà del cielo della società americana dell’epoca. Là, quando si trovava a Washington, dalla fine del 1935 scriveva in genere anche la sua rubrica quotidiana, My Day, una sorta di resoconto di quanto avveniva alla Casa Bianca, che usciva sei giorni alla settimana e l’agenzia United Feature Syndicate distribuiva a 62 giornali, con una circolazione complessiva di circa quattro milioni di copie.
La East Wing le servì, pertanto, come luogo fisico dove legittimare la presenza femminile nello spazio pubblico, facendola uscire dalla tradizionale cornice della domesticità riservata alle donne, nonché per valorizzare l’attivismo femminile nel giornalismo e in politica, sebbene formalmente Eleanor non potesse affrontare in maniera diretta questioni politiche nelle sue conferenze stampa.
Rosalynn Carter, la moglie di Jimmy, fu la prima first lady ad avere un proprio ufficio nella East Wing, con uno staff a tempo pieno che oscillò tra i venti e i ventotto componenti nei quattro anni di presidenza del marito (1977-1981), per occuparsi dei suoi progetti riguardanti i diritti delle donne e l’igiene mentale.
Non che in precedenza le first ladies non avessero avuto saltuariamente uno spazio di lavoro nella residenza. Per esempio, Sarah Polk, moglie di James K. (1845-1849), disponeva di una stanza a fianco dell’ufficio del marito e Florence Harding, consorte di Warren G. (1921-1923), aveva una scrivania addirittura a fianco a quella del presidente. Da questo punto di vista, le first ladies anticiparono addirittura il vicepresidente.
Infatti, il primo a ottenere un posto all’interno della Casa Bianca dove svolgere una parte delle proprie attività fu Walter Mondale, il vice di Carter. In ogni caso, nel 1977, l’Office of the First Lady divenne, anche fisicamente, in modo formale e fino a oggi definitivo, una parte integrante dell’Executive Office, cioè del cuore dell’apparato della presidenza.
Laura Bush, moglie di George W. (2001-2009), utilizzò la East Wing per promuovere la lettura e contrastare l’analfabetismo di ritorno.
Michelle Obama, consorte di Barack (2009-2017), si avvalse degli stessi spazi della residenza per lanciare e gestire “Let’s Move” (facciamo attività fisica), la sua campagna contro l’obesità infantile. Insomma, abbattere la East Wing significa cancellare decenni di impegno politico e sociale femminile.
Si tratta, del resto, di una decisione del tutto in linea con il maschilismo e il machismo rivelato da The Donald fino dal momento di un famigerato fuori onda, diffuso al tempo della prima campagna per la presidenza nel 2016, in cui sosteneva che le donne non desiderassero altro che essere prese per la vagina.
Non è un caso se perfino Melania Trump, a cui la East Wing non è mai piaciuta e che vi ha trascorso pochissimo tempo, ha preso le distanze dall’iniziativa del tycoon di radere al suolo questa ala della Casa Bianca.
Non solo una residenza
La Casa Bianca quale sede della presidenza ha assunto una serie di ulteriori significati simbolici.
Per esempio, Carter, fautore dell’emancipazione degli Stati Uniti dalla dipendenza dal petrolio, per dare il buon esempio agli statunitensi, fece montare pannelli solari per riscaldare l’acqua, poi rimossi dal suo successore Ronald Reagan (1981-1989).
Su questa stessa linea, Barack Obama, sostenitore di un maggiore impegno di Washington a contenere il riscaldamento globale, volle istallare nuovamente alcuni pannelli solari sul tetto per fornire energia alle stanze che costituivano la zona di abitazione privata della famiglia presidenziale.
Hillary Rodham Clinton, moglie di Bill Clinton (1993-2001), per dare un segnale nella direzione dell’abbattimento delle barriere architettoniche, accettò che la East Wing fosse dotata di una rampa utilizzabile dalle carrozzelle, in modo da facilitare l’accesso dei visitatori disabili.
L’involuzione dell’edificio e di quello che rappresenta
L’utilizzazione del bunker collocato proprio sotto la East Wing può essere considerata una metafora del cambiamento nel rapporto dell’amministrazione federale con i cittadini americani.
L’11 settembre 2001, il giorno degli attacchi di al-Qaeda contro obiettivi degli Stati Uniti a New York e a Washington, in assenza del presidente George W. Bush dalla capitale, il bunker servì per mettere al sicuro dai terroristi il vicepresidente Dick Cheney e la consigliera per la sicurezza nazionale Condoleezza Rice.
Meno di vent’anni dopo, il 29 maggio 2020, ad asserragliarsi nel sotterraneo blindato della Casa Bianca fu Trump, per difendersi dagli attivisti di Black Lives Matter, un movimento sostanzialmente nonviolento che protestava contro l’uccisione di George Floyd, un afroamericano disarmato, soffocato con una presa al collo pochi giorni prima da un agente bianco della polizia di Minneapolis mentre veniva arrestato perché sospettato di avere fatto un acquisto con una banconota falsa da venti dollari. In altre parole, il nemico del presidente non era più un’organizzazione terroristica straniera ma una parte dello stesso popolo americano.
Del resto, le misure per prevenire nuovi attentati terroristici dopo quelli dell’11 settembre 2001 hanno indotto a chiudere al traffico il tratto di Pennsylvania Avenue in corrispondenza della residenza presidenziale. La decisione, dettata da più che comprensibili ragioni di sicurezza, ha però finito per isolare la Casa Bianca dal tessuto urbano della città e per generare simbolicamente una sensazione opposta a quella dell’insediamento di Jackson nel 1829.
La sede della presidenza si è trasformata in un palazzo del potere, sempre più blindato e lontano dai cittadini che dovrebbe servire.
Una volta realizzata, attraverso finanziamenti privati provenienti esclusivamente da una élite di miliardari (in apparenza per far risparmiare tasse al contribuente statunitense), la mega sala da ballo di Trump produrrà un effetto di spettacolarizzazione del potere, reso ancora più distaccato dai cittadini.
La prospettiva, per niente incoraggiante, è che si balli mentre la nave della democrazia americana, lasciata nelle mani di un manipolo di oligarchi, gli unici a riuscire ad avvicinare il presidente, affonderà oppure sarà convertita in una “democratura”, sul modello dell’Ungheria di Viktor Orban (non a caso ricevuto la scorsa settimana con tutti gli onori alla Casa Bianca), un sistema di fatto autoritario sotto un’apparenza di rispetto delle regole democratiche.
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Stefano Luconi insegna Storia degli Stati Uniti d’America nel dipartimento di Scienze Storiche, Geografiche e dell’Antichità dell’Università di Padova. Le sue pubblicazioni comprendono La “nazione indispensabile”. Storia degli Stati Uniti dalle origini a Trump (2020), Le istituzioni statunitensi dalla stesura della Costituzione a Biden, 1787–2022 (2022), L’anima nera degli Stati Uniti. Gli afro-americani e il difficile cammino verso l’eguaglianza, 1619–2023 (2023). La corsa alla Casa Bianca 2024. L’elezione del presidente degli Stati Uniti dalle primarie a oltre il voto del 5 novembre (2024).