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Le Borse e i timori sull’Intelligenza artificiale: tre trilioni di investimenti in attesa di ricavi. L’analisi di Alessandro Fugnoli (Kairos)

Lo strategist di Kairos Sgr analizza i dubbi e le prospettive sull’intelligenza artificiale e prevede che, se i ricavi rimarranno esigui come oggi, i mercati costringeranno le aziende a fermarsi. Il 2026? Rotazione dal software all’hardware e da chi spende a chi incassa”

Le Borse e i timori sull’Intelligenza artificiale: tre trilioni di investimenti in attesa di ricavi. L’analisi di Alessandro Fugnoli (Kairos)

I timori sull’intelligenza artificiale continuano a condizionare l’andamento dei mercati, con gli investitori che  stanno cercando di individuare vincitori e vinti, diventando più selettivi. E così, nelle ultime settimane, stiamo assistendo a reazioni sempre più scomposte che sfociano in veri sell-off su interi comparti. I primi a cadere sono stati i titoli globali di software e data analytics, poi è toccato alle compagnie assicurative, al risparmio gestito e ai finanziari. Giovedì e venerdì sono andate giù le azioni delle big tech e dei trasporti.

“La sfida è capire se questi enormi investimenti, fatti più con l’ansia di non rimanere indietro che con la certezza di un ritorno tecnologico ed economico, si riveleranno il più grande falò di ricchezza della storia o se la rivoluzione promessa si realizzerà davvero e in che misura”, spiega lo strategist di Kairos Partners, Alessandro Fugnoli, nell’ultima puntata del suo podcast al 4° Piano dal titolo “Tutto ruota intorno all’Ai. Imponenti investimenti in attesa di ricavi”. 

Tre trilioni di investimenti in intelligenza artificiale

Nel 2026, solo due società, Google e Amazon, prevedono di investire in intelligenza artificiale 385 miliardi di dollari. Includendo le altre big tech a stelle e strisce si arriva a 750 miliardi di dollari. “Poi, naturalmente, c’è la Cina”, fa notare Fugnoli, che poi fa alcuni, illustri, paragoni con il passato: “Il programma Apollo per portare l’uomo sulla luna si estese dal 1961 al 1972. Costò, in undici anni, l’equivalente di 280 miliardi di oggi. Polverizzò il record precedente di spesa per grandi imprese, il Manhattan Project, che costruì la bomba atomica al costo odierno di 35 miliardi”.

Cifre che di fronte a quelle spese finora però l’Ia diventano quasi “ridicole”. Anche perché, complessivamente, per l’Ia sono stanziati circa tre trilioni di dollari che “diventeranno facilmente sei entro la fine del decennio, con implicazioni decisive sul Pil globale, sul livello dei tassi d’interesse e sui mercati azionari”, avverte l’economista. 

I dubbi sulla profittabilità dell’intelligenza artificiale

La domanda che ora tutti si pongono è: ne varrà la pena? Spendere miliardi su miliardi, garantirà prima o poi un ritorno? Probabilmente non ci sarà molto da aspettare per avere una risposta, ma Fugnoli sembra certo di una cosa: “Se a fronte di questi investimenti imponenti i ricavi rimarranno esigui come lo sono oggi – riflette – o le società del settore capiranno da sole che devono rallentare o saranno i mercati, penalizzandole in borsa, a costringerle a farlo. In un modo o nell’altro, la caduta degli investimenti e quella delle quotazioni di borsa, produrranno un forte rallentamento della crescita, se non una recessione”.

La questione della profittabilità dell’intelligenza artificiale è però in evoluzione. Molte società stanno considerando di introdurla e stanno già limitando le nuove assunzioni per farle spazio. Dal lato dell’offerta, d’altra parte, i prodotti diventano sempre più interessanti. “Non dovrebbe essere lontano il momento in cui, forse tutti in una volta, i compratori si affacceranno sul mercato e inizieranno a fare affluire ricavi nelle casse dei produttori di intelligenza artificiale”, prevede lo strategist, secondo il quale, “anche volendo essere prudenti e ipotizzando un’adozione graduale, lo squilibrio tra spese e ricavi si ridurrà, mentre la produttività, a livello macro, continuerà a mantenersi su una traiettoria di forte crescita”.

Insomma, la scommessa è ancora aperta. “Esistono dei rischi, anche rilevanti, ma lo scenario di base resta quello di un forte impulso alla crescita non solo del settore, ma di tutta l’economia”, rassicura Fugnoli. 

Nel 2026 rotazione dal software all’hardware e da chi spende a chi incassa

L’economista milanese però considera “positivo che la fiducia acritica dei mercati nei destini dell’intelligenza artificiale abbia lasciato il posto a un atteggiamento equilibrato e selettivo”. 

A suo parere, per tutto il 2026 “vedremo una rotazione dal software all’hardware e da chi spende, ovvero gli hyperscalers, a chi incassa, come ad esempio i produttori di semiconduttori o di energia elettrica”. Questa rotazione avrà anche momenti di eccesso, come è probabilmente l’attuale, in cui le società che investono saranno penalizzate eccessivamente e offriranno opportunità di trading a breve termine. 

“Il denaro che i mercati hanno investito nella tecnologia rimarrà nel settore, sia pure con le rotazioni interne che abbiamo visto, ma il nuovo denaro andrà quest’anno nei settori più tradizionali, sia ciclici sia value. Di questa rotazione trarranno beneficio le borse europee, che saranno anche trainate dalla spesa legata al riarmo. In pratica, si tratterà di rimanere investiti e diversificati con un portafoglio senza leva e pronto ad assorbire la sempre possibile volatilità legata ai rischi geopolitici”, conclude Fugnoli.

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