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La sfida dell’Alcoa, svolta nelle relazioni sindacali

Finalmente buone notizie dalla fabbrica sarda con il progetto costruito dal Mise insieme a imprese e sindacati: non solo si riavvia la produzione ma si sperimenta un nuovo modello di relazioni industriali che assomiglierà più a quello americano che a quello tedesco e che rappresenta una novità di grande importanza

La sfida dell’Alcoa, svolta nelle relazioni sindacali

Non è facile prevedere con una ragionevole certezza  quale sarà il futuro della ex fabbrica sarda Alcoa che riprende vita sotto le insegne della multinazionale svizzera Sider Alloys, ma il progetto  costruito al Ministero dello sviluppo economico con le imprese e le organizzazioni sindacali merita un apprezzamento, non solo per aver riavviato la produzione, ma anche per il  nuovo modello di relazioni industriali che (formalmente) si richiama alla ben nota, spesso invocata me ancor più spesso temuta partecipazione “alla tedesca.

Nel caso in oggetto si tratta beninteso di una fase iniziale di sperimentazione ma riafferma il principio, difficile da negare, che in un’azienda vi sono estesi interessi comuni tra capitale e lavoro. Ciò non esclude il conflitto, destinato a permanere come elemento fisiologico delle relazioni industriali anche privo di ogni carattere antagonista.

Tutto sommato le fabbriche fallite non sono fabbriche socialiste, sono solo capannoni vuoti. Il fatto che una parte, seppur minoritaria come il 5% del capitale sociale sia attribuito ai dipendenti, che si adotti il modello duale che separa gli organi di gestione da quelli di controllo e che sia presente nel consiglio di sorveglianza un rappresentante dei lavoratori è la condizione minima necessaria per avviare un’ esperienza di lavoro comune che affidi ai dipendenti un ruolo non subalterno nel gravoso impegno del risanamento effettivo e dello sviluppo di questo stabilimento che non ha mai avuto vita facile da quando è nato.

L’industria sarda ha subito ristrutturazioni pesantissime e ha pagato di volta in volta il prezzo delle modeste dimensioni del mercato dell’isola, di produzioni a scarso valore aggiunto, dei gravosi oneri trasporto e, per industrie energivore come Alcoa ed Euroallumina, oneri tariffari molto elevati. Governare un’impresa per farla uscire da una crisi grave significa, anche per il sindacato, affrontare temi impegnativi come gli orari, la produttività, la redditività.

In una logica di scambio ai lavoratori va garantita una prospettiva di stabilità di occupazione e le condizioni di massima sicurezza sul lavoro. Le Istituzioni dovrebbero garantire le condizioni e necessarie, come agevolazioni tariffarie e ammortizzatori sociali, per accompagnare il risanamento.  Il fatto che la società pubblica Invitalia entri per il 20% nel capitale sociale vuol dire che le condizioni per il risanamento sono tutt’altro che facili. Ma questa è proprio la sfida dei lavoratori sardi che in questi anni sono stati protagonisti, anche quando la lotta era senza speranze come quella in difesa delle miniere, nel chiedere lavoro e non assistenza.

Il richiamo al modello tedesco è però più nella forma che nella sostanza. Per il momento la sfida dell’Alcoa è più vicina al modello americano in cui accanto ai vecchi azionisti entrano come nuovi azionisti anche i lavoratori e insieme si impegnano a rinascere per poi, se il risultato è ottenuto, dividersi cospicui benefici.

Più che distribuire i profitti oggi all’Alcoa si dovranno ridurre le perdite e aumentare il fatturato. Ma le occasioni vanno colte quando si presentano. La sfida non è da sottovalutare. ma se verrà vinta darebbe un contributo serio per la rinascita economica sociale e culturale della Sardegna.

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