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La Cina rallenta ma non è come il Giappone: cambiare il modello di sviluppo si può

I timori che il rallentamento economico della Cina sia più brusco del previsto e che scatti la “trappola del reddito medio” non mancano ma Pechino può evitare gli effetti depressivi di tipo giapponese perchè la crisi finanziaria è più gestibile e il passaggio da un modello di sviluppo basato sull’export a uno incentrato sulla domanda interna sembra fattibile

La Cina rallenta ma non è come il Giappone: cambiare il modello di sviluppo si può

Una volta sui mercati finanziari si parlava di “effetto gennaio” per indicare l’anomalo aumento in Borsa all’inizio del nuovo anno, allorché gli investitori vi riversavano parte degli interessi ricevuti a fine anno vecchio. Stavolta, invece, l’effetto gennaio è di segno opposto. Ciò non solo perché gli antichi flussi di interessi si sono essiccati nell’era dei tassi di interesse ridotti al lumicino e in seguito a gestioni del risparmio più evolute. A contagiare tutti i mercati azionari del mondo sono una serie di fattori che vanno dalle tensioni in Medio Oriente, al crollo del prezzo del petrolio, alla revisione al ribasso delle stime di crescita dell’economia mondiale. A questi fattori, si sono aggiunte da ultimo le convulsioni ribassiste delle Borse cinesi. Il VIX, che misura la volatilità dei mercati azionari, è tornato a superare il livello di guardia di 25. Lo aveva fatto nel corso del 2015 solo all’inizio di settembre, per poi tornare a ridursi fino a 15 quando i mercati erano stati rassicurati dal rialzo dei tassi disposto dalla Fed.

I timori che vengono dalla Cina riguardano un rallentamento economico più brusco del previsto. Dopo trent’anni a doppia cifra, dal 2009 la crescita cinese è scesa verso il 7%, poi il 6% e potrebbe non bastare. Ciò pone notevoli problemi alle autorità cinesi, che stanno provando ad attutire il rallentamento in modi ortodossi (politiche economiche espansive) e anche eterodossi (una svalutazione forzata del tasso di cambio). Nonostante il poderoso sviluppo del trentennio di miracolo economico, l’impero celeste potrebbe cadere preda di quella che gli economisti chiamano la “trappola del reddito medio”, vale a dire l’incapacità per un paese a forte crescita di continuare a farlo a tassi elevati quando esso raggiunga un certo livello di reddito pro-capite. Un evento del genere turberebbe il sonno dei governanti di Pechino che per decenni hanno investito tutto sulla crescita economica: una società cinese non più appagata dalla prospettiva di benessere in costante aumento potrebbe chiedere contropartite – ad esempio in termini di libertà individuali – che risulterebbero indigeste ai vertici di quel paese.

Vi è poi un altro timore. Quello che la Cina sperimenti, a distanza di 25 anni, ciò che il Giappone soffrì all’inizio degli anni ’90. Lo scoppio dell’enorme bolla finanziaria e immobiliare mise in poco tempo al tappeto l’economia nipponica, da cui gli americani temevano allora di essere surclassati. Da quel fendente il Giappone non si è finora ripreso. Ne sono state criticate le politiche a lungo troppo timide, ma persino l’accelerazione espansiva imposta da Abe sembra finita in una bolla di sapone. La lezione giapponese racconta che le crisi finanziarie possono fare molto male e avere effetti depressivi di lunga durata, una sorta di stagnazione secolare. Il fatto che gli Stati Uniti sembrino essere usciti relativamente indenni e piuttosto alla svelta dalla loro crisi finanziaria del 2007-09 – ma occorre restare vigili sullo squilibrio esterno americano che non si è mai rimarginato – non vuol dire che anche gli altri paesi possano farlo. E questo dovrebbe preoccupare la Cina.

Ci sono però due grandi differenze tra il Giappone di 25 anni fa e la Cina di oggi. Dal punto di vista finanziario, Pechino non ha ancora liberalizzato i movimenti di capitale ed è lecito dubitare che lo farà date le tensioni in atto. Questo limita le possibili conseguenze della crisi finanziaria e la rende meglio gestibile, circoscrivendo anche i guadagni dei grandi speculatori che in queste circostanze si (ri)affacciano sulla scena. Ancor più importante è poi la differenza in termini di economia reale. Dimensione e conformazione dell’economia nipponica mal si prestavano a passare da un modello di crescita basata sull’export a uno incentrato sulla domanda interna. Questa opzione sembra invece alla portata della Cina. Ovviamente, cambiare modello di sviluppo non è mai un’operazione agevole e indolore. Tuttavia lo sviluppo graduale e le enormi riserve accumulate costituiscono punti di forza non trascurabili poggiando sui quali l’impero celeste potrebbe trovare soluzione ai suoi malanni economici incipienti.

Insomma, come era prevedibile da due anni fa quando iniziò il Tapering, quel pendolo che aveva portato la crisi dalla periferia – si pensi alla crisi asiatica e alle molte altre degli anni ’90 – al centro (la crisi subprime statunitense) ora la sta riportando in periferia, verso le economie emergenti. Però nel frattempo tanti equilibri e rapporti di forza sono cambiati. E, dunque, la Cina potrebbe farcela a schivare la lama del pendolo. E c’è da augurarsi che così accada veramente.

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