L’assalto è pronto. Gaza City, cuore della Striscia e rifugio per oltre un milione di persone, è stretta in una morsa di fuoco e acciaio. L’esercito israeliano ha completato i preparativi per l’offensiva di terra, ammassando centinaia di carri armati, blindati e bulldozer lungo il confine settentrionale. L’operazione, battezzata “Carri di Gedeone II”, prevede una manovra a tenaglia con battaglioni di fanteria che dovranno penetrare nei quartieri di Zeitoun e Sheikh Radwan.
L’aviazione ha già fatto la sua parte abbattendo interi palazzi, cancellando quartieri, ridisegnando lo skyline della città come un “castello di carta”, per usare le parole del ministro della Difesa Katz. La strategia appare brutale nella sua semplicità: demolire, svuotare, occupare.
Intanto in vista dell’imminente offensiva israeliana su Gaza City, Hamas avrebbe trasferito gli ostaggi dai tunnel in superficie, sistemati in case e tende per ostacolare le operazioni dell’esercito. Lo riferiscono fonti palestinesi all’emittente pubblica israeliana Kan. Gli Houthi yemeniti, invece, hanno rivendicato attacchi con droni sull’aeroporto di Ramon, vicino a Eilat, e su una base nel Negev.
Una conquista ma non una vittoria su Hamas
I vertici militari ammettono che l’operazione non porterà a una resa rapida. Si parla di tre o quattro mesi di combattimenti, di guerriglia urbana, di Hamas pronto a resistere tra i campi di Nuseirat, Deir al-Balah e al-Mawasi. Intanto il bilancio umano è devastante. Oltre 300mila palestinesi sono stati costretti all’esodo, spinti verso una “zona umanitaria” che sul terreno ancora non esiste. Le Nazioni Unite denunciano dieci edifici dell’Unrwa colpiti in pochi giorni, cliniche chiuse e servizi idrici dimezzati. Tra i bersagli figurano l’edificio che custodiva la più grande collezione archeologica di Gaza e diversi grattacieli usati come rifugi per sfollati. Secondo fonti palestinesi le vittime hanno superato quota 64mila, in gran parte civili.
Diplomazia in panne, Trump difende il Qatar
Mentre i carri armati attendono il via libera, la diplomazia resta bloccata. Il segretario di Stato americano Marco Rubio è arrivato a Gerusalemme per incontrare Netanyahu e Herzog. Washington insiste sulla liberazione dei 48 ostaggi ancora nelle mani di Hamas, dei quali si teme siano vivi meno della metà, ma non dispone di leve reali per fermare l’avanzata. Rubio ha parlato di futuro della Striscia, ricostruzione e sicurezza, ma l’ombra dell’invasione rende incerti i colloqui.
Intanto gli Stati Uniti cercano di riportare un po’ di sereno tra Israele e Qatar, da anni mediatore indispensabile ma accusato da Tel Aviv di proteggere la leadership politica di Hamas. Dopo il raid israeliano a Doha contro vertici di Hamas, la tensione tra i due Paesi è salita alle stelle. L’emirato ha convocato un vertice arabo-islamico d’emergenza ma, secondo indiscrezioni, ci sarebbe comunque un sostanziale assenso alle annessioni in Cisgiordania da parte di Israele.
Trump prova a raffreddare lo scontro: “il Qatar è stato un grande alleato degli Stati Uniti. Netanyahu deve stare molto attento”.
“Il Qatar – spiega Trump – è stato un grande alleato degli Stati Uniti, molti non lo sanno. Ho detto all’emiro, che considero una persona meravigliosa, che hanno bisogno di comunicare meglio perché spesso le loro relazioni pubbliche sono fraintese. La gente parla male del Qatar e non dovrebbe. Israele e tutti gli altri devono stare molto attenti. Quando si attacca qualcuno, bisogna stare attenti”, ha dichiarato.
L’ombra lunga dell’occupazione
Israele ribadisce l’obiettivo di eliminare Hamas, ma persino i suoi generali sanno che il movimento non sparirà con l’invasione. La guerriglia continuerà, i tunnel resteranno attivi, i combattenti pronti a riemergere. Intanto Gaza viene rasa al suolo e i suoi abitanti sono costretti a un esodo senza via di fuga.
Il dado ormai è tratto, l’ingresso delle truppe è solo questione di ore. La vera incognita è quanto durerà l’occupazione e quale sarà il prezzo, non solo per Gaza ma per l’intero Medio Oriente.