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Ilva, De Vincenti: “Mittal sbaglia a spegnere gli altoforni ma lo scudo ci vuole”

INTERVISTA A CLAUDIO DE VINCENTI, già ministro del Mezzogiorno – “La chiusura di Taranto sarebbe un dramma per la città” e non solo ma il Governo chiarisca i suoi obiettivi -” Milano non va criticata, ma imitata” – Un Manifesto per il Sud e tre pilastri per una svolta nel Mezzogiorno

Ilva, De Vincenti: “Mittal sbaglia a spegnere gli altoforni ma lo scudo ci vuole”

L’Ilva di Taranto è ad un passo dalla chiusura. Il braccio di ferro tra governo ed azienda sta degenerando in una vera e propria rissa che certo non favorisce la ricerca di una soluzione positiva dell’annosa vicenda. Sulla questione e più in generale sulla politica da fare per il riscatto del meridione, abbiamo intervistato Claudio De Vincenti, già sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e poi ministro per la Coesione territoriale ed il Mezzogiorno, per fare non solo chiarezza sulle posizioni in campo, ma anche per tracciare, con razionalità, una possibile soluzione positiva della crisi di questa grande acciaieria che quasi tutti i tecnici ed i politici ritengono fondamentale sia per l’occupazione in quell’area sia per l’intera industria italiana basata, com’è noto, sulla meccanica.    

Partiamo dal casus belli e cioè la questione del cosiddetto scudo penale che suscita tante polemiche all’interno del governo e nel dibattito pubblico. Due giorni fa sul Corriere della Sera l’illustre giurista  Giovanni Maria Flick (che per un certo periodo era considerato non ostile al M5S) ha chiarito che una misura del genere serve perchè l’art. 51 del Codice Penale non basta a tutelare gli imprenditori che avviano un piano di risanamento ambientale secondo quando concordato con il Ministero dell’Ambiente, su situazioni ereditate da passate gestioni. Come stanno le cose a suo parere? 

“Premesso che non sono un giurista, devo ricordare che abbiamo visto in varie imprese che stavano attuando piani di risanamento ambientale secondo le indicazioni concordate con le autorità, che i manager venivano inquisiti sulla base del fatto che la fabbrica continuava per un certo periodo ad inquinare. Ci troviamo di fronte ad una situazione tipo comma 22, ad un groviglio giuridico per cui un imprenditore, pur applicando rigorosamente le prescrizioni indicate dall’Aia (Autorizzazione integrata ambientale rilasciata dal Ministero), potrebbe essere ugualmente inquisito sulla base della considerazione che l’impianto continua per un certo tempo ad inquinare. I risanamenti ambientali richiedono infatti un certo periodo di tempo e l’Aia fissa delle precise tappe di tempo e di investimenti autorizzando la fabbrica a continuare la produzione per mantenere in vita l’azienda, permettergli di non perdere il mercato e favorire la continuità dei posti di lavoro. Siamo quindi di fronte ad un conflitto tra due norme che deve essere risolto con quello che impropriamente si chiama “scudo penale”, ma in realtà si tratta di dare certezza del diritto all’investitore e sarebbe bene generalizzarlo a tutti gli operatori, non solo all’Ilva, che dovessero trovarsi in situazioni analoghe”.

ArcelorMittal viene comunque accusata di accampare scuse, come quella della mancata conferma dello “scudo penale” per attuare la sua strategia di disimpegno dall’Italia che, secondo alcuni, era la sua vera intenzione fin dall’inizio. Poi ci sono gli annunci clamorosi ed inattesi come quello dei cinque mila esuberi o quello del programma di chiusura degli altoforni entro il 15 gennaio, che hanno fatto gridare al ricatto sindacati e politici. 

“Chiariamo innanzitutto che per quel che riguarda lo spegnimento degli altoforni la Mittal ha totalmente torto. Infatti se anche fossero valide le sue ragioni per il recesso, la multinazionale franco-indiana che ha attualmente in affitto lo stabilimento sarebbe obbligata a riconsegnarlo alla gestione commissariale così come l’ha avuto circa un anno fa e cioè con gli impianti in funzione. Quale sia la strategia di Mittal non so, ma tuttavia al momento di presentare l’offerta i suoi tecnici giudicarono l’impianto di Taranto tecnologicamente tra i più avanzati in Europa e potenzialmente capace di operare con efficienza. Poi è noto che in questi mesi Mittal ha fatto investimenti per ridurre l’inquinamento, ad iniziare dalla copertura dei parchi minerali che già si può vedere in stato avanzato di attuazione.  Inoltre l’azienda ha avviato la cessione di altri impianti in Europa per rispettare le condizioni che le erano state poste dall’Antitrust europea per l’acquisizione dell’Ilva. Certo il mercato della siderurgia è precipitato in una crisi molto grave dovuta da un lato al perdurare della guerra dei dazi tra Usa e Cina che ha spinto la Cina a dirigere parte della propria produzione verso l’Europa anche aggirando in vari modi i dazi comunitari, e dall’altro alla crisi dell’industria metalmeccanica europea. Ma a maggior ragione di fronte ad una congiuntura così difficile il governo dovrebbe creare un ambiente di regole stabili ed affidabili per difendere al meglio gli investimenti della propria industria”.

Ci troviamo insomma in un groviglio in cui tutti hanno una parte di responsabilità. E come se ne potrebbe uscire senza danni irreparabili per il Mezzogiorno e per l’intera industria italiana che senza Taranto dovrebbe sopportare maggiori costi ed incertezza nelle forniture, come ha sostenuto proprio ieri dal presidente della Duferco (grande operatore siderurgico) ed ex presidente di Federacciai? 

“Oltre allo scudo bisogna considerare che nella scorsa primavera il Ministero dell’Ambiente ha accolto la richiesta del presidente della Puglia, Michele Emiliano, di rivedere l’Aia, cioè l’autorizzazione in base alla quale la Mittal stava operando per effettuare il risanamento. E l’iter di revisione non è ancora concluso, lasciando l’azienda nell’incertezza su quello che  deve fare. Quindi in primo luogo occorre procedere ad un chiarimento all’interno del Governo sugli obiettivi da perseguire e poi ripristinare subito lo scudo penale e concludere l’iter della revisione dell’Aia. A quel punto con un quadro giuridico chiaro, si può aprire un tavolo negoziale con l’azienda per fronteggiare i problemi congiunturali facendo proseguire nel contempo gli investimenti tecnologici ed ambientali. Certo bisogna salvaguardare l’area a caldo senza la quale lo stabilimento di Taranto si riduce di molto mettendo a rischio gran parte dell’attuale occupazione. Nel complesso i nostri politici dovrebbero tenere ben presente che la chiusura di Taranto sarebbe un dramma per la città che non possiede certo molte altre attività produttive e dal punto di vista dell’ inquinamento sarebbe una catastrofe molto peggiore di quella di Bagnoli dove, dopo trent’anni, non è ancora stato fatto il risanamento ambientale”.

La crisi dell’Ilva di Taranto è un po’ emblematica della più generale crisi del Sud. Mancano regole stabili e chiare e manca una idea forte delle politiche da implementare per stimolare la crescita. Così si preferisce dar voce al malessere attraverso polemiche sull’abbandono del Sud da parte del governo o sull’egoismo del Nord Italia. Il ministro del Mezzogiorno Provenzano ha attizzato una polemica con Milano sostenendo che la metropoli lombarda cresce sottraendo risorse finanziarie ed umane al resto dell’Italia e non le restituisce in maniera adeguata alle altre aree del Paese. 

“Lo stesso ministro in un intervento successivo ha precisato meglio il suo pensiero affermando che si parlava di analisi teoriche e che non intendeva imporre un freno allo sviluppo di Milano. Tuttavia credo che sia sbagliato criticare una città che sta dimostrando di essere capace di innovare e crescere. Invece andrebbe apprezzata e, se possibile, imitata. La teoria economica ci dice che esistono economie di agglomerazione che spiegano come mai in certi casi, come quello di Milano, si inneschino processi di crescita cumulativi. Il problema della politica economica non è quello di bloccare questi processi, ma di far sì che essi diventino trainanti per il resto del paese. Sta al governo creare nelle altre aree del Paese le esternalità positive che attirino investimenti e diffondano su tutto il territorio gli effetti della crescita delle aree più avanzate”.

Per il Mezzogiorno l’associazione Merit Meridione Italia ha promosso un manifesto che vuole essere un po’ la bandiera di una cultura meridionalista che si vuole misurare con le sfide della modernità. Ci sono ancora nel Sud diversi intellettuali ed altrettanti politici che si limitano ad una lamentazione rivendicativa rispetto al governo di Roma ed alle altre regioni del Nord. Eppure in un recente studio due economisti Antonio Accetturo e Guido de Blasio sostengono che le politiche di aiuti fatte dopo la chiusura della Cassa per il Mezzogiorno non hanno consentito al Sud di colmare il divario con il resto del Paese ed anzi, a volte si sono dimostrate controproducenti. Come già diceva oltre un secolo fa Nitti, la moneta cattiva degli aiuti attira le energie dei più furbi e scaccia quella buona basata sulle iniziative di quelle forze che vogliono il vero progresso e non solo sussidi.

“Conosco quello studio intitolato “Morire di aiuti” a cui ho rivolto alcune critiche sia perchè si ferma al 2013 trascurando quindi tutto quello che è avvenuto negli anni successivi, sia per la valutazione della legge 488 che a mio parere ha avuto effetti migliori di quelli illustrati nel volume. Nel complesso però sono pienamente d’accordo con la critica al modo con cui lo Stato, dopo la fine dell’intervento straordinario e fino al 2013, ha spesso distribuito le risorse limitandosi a ripartirle tra le Regioni e rinunciando alle sue funzioni di guida e monitoraggio, cioè alle sue responsabilità di direzione. Così facendo, ha lasciato che le Regioni usassero male le risorse senza produrre sviluppo provocando in molti casi fenomeni di deterioramento del capitale sociale fino alla diffusione della corruzione. La politica dei governi di centro sinistra ai quali ho partecipato tra il 2014 ed il 2017 è stata invece quella di puntare ad una più forte interazione Stato-Regioni riservando al potere centrale una funzione di direzione, sollecitazione e monitoraggio. In questo modo si puntava a sbloccare gli investimenti infrastrutturali, spesso già finanziati, ma incagliati nelle complicazioni procedurali, e si implementavano i patti per il Sud che in poco più di un anno e mezzo hanno attivato circa 9 miliardi di lavori, cioè cantieri aperti o appalti di servizi affidati. Qualcuno sostiene che questi Patti non hanno avuto successo. In realtà questi processi avrebbero avuto bisogno di uno stimolo continuo da parte dell’ amministrazione e della politica centrale. Ed invece il precedente governo ha lasciato andare le cose che, come avviene spesso nel nostro paese, tendono così a fermarsi. Noi abbiamo poi puntato sul sostegno diretto agli investimenti privati attraverso strumenti di incentivazione certi, automatici e rapidi. Strumenti che hanno scavalcato le intermediazioni politiche e burocratiche. Il credito d’imposta per gli investimenti al Sud, per esempio, cumulandosi con industria 4.0 ha dato risultati molto positivi. Naturalmente tutto questo non basta: il terzo pilastro di una politica per il Mezzogiorno deve essere il rafforzamento del capitale sociale, migliorando la qualità delle relazioni tra le persone, puntando sulla scuola e la formazione e dando anche maggior peso all’assistenza sociale sul territorio, là dove ci sono lacerazioni profonde nella società che hanno bisogno di essere sanate. Ed a questo proposito ci tengo a citare il lavoro veramente encomiabile fatto dai “maestri di strada” nei quartieri più degradati delle grandi città del Sud. Il nostro Manifesto riprende ed approfondisce queste linee di intervento che hanno bisogno di essere portate avanti con determinazione per diverso tempo prima di poterne vedere i positivi risultati”.

Politiche innovative e non il vecchio assistenzialismo, che finisce per sfociare nel clientelismo, potrebbero ridare al Mezzogiorno una realistica prospettiva di crescita. 

“Nel Sud ci sono molte situazioni drammatiche, ma anche tante energie positive, imprese avanzate che esportano, giovani che creano nuove aziende, associazioni  impegnate nel riscatto sociale. E’ necessario che queste forze positive facciano rete, si parlino, abbiano relazioni di maggiore fiducia. Quando abbiamo presentato il nostro Manifesto a Napoli una cosa mi ha reso particolarmente contento e cioè che una serie di persone sono uscite affermando che finalmente, dopo aver sentito i nostri propositi, si sentivano meno sole”.

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