“Trump brandisce la superiorità militare americana come gli antichi pensavano che Giove brandisse i suoi fulmini, cosicché tutti sapessero che opporsi alla sua volontà (a meno di non essere una potenza nucleare) è rischioso e forse inutile. Non ci si oppone al capriccio della divinità”.
È l’opinione del professor Stefano Silvestri, grande esperto di geopolitica, di storia militare, già presidente dello Iai (Istituto Affari Internazionali), fra i più acuti studiosi dell’”impero” americano e commentatore di riviste specializzate e quotidiani.

Certo non è la prima volta che gli Usa si intromettono “con gli stivali sul terreno”, cioè direttamente con l’esercito, negli affari di un altro Paese. Sono stati numerosi gli interventi americani in America Latina, dalla Baia dei Porci alla Repubblica Domenicana, ad Haiti, all’Honduras, ai colpi di stato in Bolivia e in Cile. Che differenza c’è con quello che è accaduto in Venezuela?
“Oggi la situazione è diversa. L’appoggio americano al Presidente del Salvador, Nayib Bukele, o all’argentino Javier Milei hanno motivazioni di politica interna statunitense. Ma potrebbe esserci qualcosa di più. Tutto inizia con il supporto alla dottrina dell’America First: ciò che minaccia la crescita industriale, tecnologica ed economica degli Stati Uniti deve essere combattuto. Tra queste minacce c’è anche quella delle nuove droghe sintetiche, come il Fentanyl. Ma oltre questa motivazione ufficiale, sembra delinearsi anche l’interesse ad un crescente controllo del mercato globale dell’energia, dai grandi produttori (come il Venezuela, ma anche la Russia…) alle grandi rotte commerciali e di distribuzione, come il Mar Cinese Meridionale e lo stretto di Taiwan, esplicitamente citati, per questa ragione, tra le priorità strategiche americane nella Nuova Dottrina Strategica appena pubblicata.”
Bisogna che ci descriva questa Nuova Dottrina, professore. Ma prima volevo chiederle: questa storia delle rotte energetiche sembra una roba uscita dagli anni ‘70, quando le crisi petrolifere ci indussero a lasciare le automobili e andare a piedi. Ma il petrolio non era spacciato? Non dovevamo essere nell’era delle rinnovabili e del nucleare pulito?
“Ma questo lo pensavamo, e forse lo pensiamo ancora, noi europei, non Trump e neppure i cinesi e i russi. Trump non crede neppure che esista un problema di cambiamento climatico, mentre cinesi e russi fanno un uso massiccio delle risorse fossili per il loro sviluppo industriale. D’altronde se anche la spinta alle rinnovabili si è smorzata ovunque, anche dalle nostre parti, ė anche perché ci si è resi conto che lo sviluppo delle nuove tecnologie divora energia in maniera esponenziale. Conclusione, il petrolio con annessi e connessi, è ancora il futuro, altro che il passato”.
E veniamo alla nuova dottrina sulla sicurezza americana: che cosa ha in mente Trump?
“In realtà si tratta di un ‘deeply unserious document’, come è stato definito da un attento osservatore delle cose americane, pieno di contraddizioni, di letture distorte e capziose dei fatti e di poco comprensibili ambiguità e lacune. Così, ad esempio, mentre attacca duramente quegli stessi alleati di cui, poche righe prima, afferma di avere assoluto bisogno, ignora la minaccia strategica cinese, che pure era stata il leit-motiv dell’Amministrazione Trump 1 e della successiva Amministrazione Biden. Ed anzi si augura di poter instaurare una proficua relazione economica con Pechino (pur criticando un analogo atteggiamento degli europei). Non si ricorda neanche in tale documento dell’esistenza della Corea del Nord, malgrado il crescente coinvolgimento di questo Stato nella guerra in Europa, mentre richiede un maggiore contributo militare al Giappone e alla Corea del Sud”.
Tutto e il contrario di tutto, come ci ha abituati Trump?
“Si e no. Una chiave di volta di questa nuova politica americana di sicurezza, esiste ma bisognerebbe risalire almeno al sacro egoismo imperialistico europeo, e parafrasare la ben nota affermazione di Lord Palmerston, per cui oggi gli Usa non avrebbero più né amici permanenti né permanenti nemici, ma solo interessi. Ma davvero?”
E poi c’è la riscoperta della dottrina Monroe…
“Questo merita una discussione a parte. Quando essa venne concepita (anni ‘20 del 1800) dal Presidente Monroe, in realtà si trattava di un accordo tra Washington e Londra, che metteva fine alle vecchie ambizioni americane di impadronirsi del Canada, ma lasciava agli Usa mano libera in America Latina per profittare del disgregarsi dell’impero spagnolo, evitando l’intrusione di nuovi colonialismi europei. Oggi Trump sembra rivendicare una sorta di sfera di influenza esclusiva che dovrà fare i conti con la volontà sovrana di paesi da lungo tempo indipendenti. Il primo test potrebbe essere in Venezuela. Ma molti altri paesi del continente americano rifiutano una simile idea, a volte anche con toni piuttosto accesi, ad esempio in Canada e in Brasile”.
E gli alleati tradizionali? Che ruolo occupano nel documento strategico?
“Viene fuori la profonda trasformazione nei rapporti con gli alleati. Questi dovranno prendere atto di un drastico mutamento delle motivazioni che guidano le scelte di Washington. Non si fa più alcun riferimento alla difesa di valori condivisi, ma esclusivamente agli interessi economici americani. Così, ad esempio, la conferma dell’impegno americano alla difesa di Taiwan è unicamente legata alla centralità economica della produzione di chips. Ugualmente è solo l’interesse economico a garantire l’impegno americano per la libertà della navigazione nel Mar Cinese Meridionale”.
A questo proposito, forse le prime reazioni dopo l’arresto di Maduro che hanno lasciato immaginare un via libera ai cinesi su Taiwan erano esagerate se non addirittura sbagliate?
“Quella rotta energetica è fondamentale per gli americani, dubito che la lasceranno ai cinesi. Posso sbagliare, ma non vedo nessuna via libera a Pechino su questo argomento”.
E sull’ Europa? Che dice la Nuova Dottrina?
“Vi troviamo una sorta di doppio binario. Da un lato, l’Unione Europea è attaccata frontalmente, non solo perché si impiccia degli affari americani, ma perché succhia la linfa vitale delle nazioni sovrane europee, che dovrebbero recuperare al più presto la loro piena sovranità, magari affidandosi ai movimenti della destra estrema. Dall’altro lato c’è la Nato che – secondo il documento – ha avuto il buon gusto di accettare l’obiettivo del 5% di Pil da dedicare alle spese per la sicurezza e difesa, e riceve quindi le lodi americane. Ma purtroppo – dice sempre il documento – non basta, perché gli attuali governi europei sono ossessionati dalla loro rivalità nei confronti di Putin, impedendo la conclusione della pace tra Ucraina e Russia. Per cui se ne dovranno occupare gli americani”.
Dal quadro generale pare più che chiaro che si auspichi un abbandono dell’impegno Usa in Europa. È così?
“Sembra proprio di sì. È vero che nulla si dice nel documento sul mantenimento della dissuasione, ma è chiaro a tutti, da Bruxelles sino a Mosca, che questa amministrazione, pur senza abbandonare l’Alleanza, vorrebbe ridurre fortemente il suo impegno europeo e che, a questo scopo, vorrebbe anche chiudere alla svelta la guerra in Ucraina. Stando ai “piani di pace” in circolazione, più o meno credibili che siano, ciò sembrerebbe dover passare attraverso una sostanziale sconfitta dell’Ucraina e quindi anche della Nato, che la appoggia. In altri termini, attraverso una perdita di credibilità dell’Alleanza.
Sembra incredibile. Questo a dispetto del peso economico e militare che gli Usa hanno in Europa…
“Ad oggi gli americani, oltre a vendere agli alleati europei una significativa quantità di armamenti di altissimo livello tecnologico, mantengono in Europa tra gli 80 e i 100mila militari, in gran parte esercito ed aeronautica, assicurando il grosso delle forze di pronto intervento, garantendo la copertura nucleare strategica ed altre funzioni chiave quali le capacità offensive cyber, l’Intelligence, il supporto dallo spazio e molte altre capacità in genere definite come “enablers” ( che rendono possibile l’impiego di altre risorse militari altrimenti difficilmente utilizzabili) come ad esempio la difesa ad alta quota dai missili balistici. In caso di guerra, attualmente la Nato prevede l’arrivo in Europa di una divisione e di uno stato maggiore di corpo d’armata, fino a 4 “wings” delle forze aeree, nonché la II e la VI flotta. E per guidare questo imponente sforzo militare, ufficiali americani ricoprono nella Nato i posti chiave. Quindi, come si farà a sciogliere tutto ciò?”
Che scenari si possono immaginare?
“Tutti gli ‘scenaristi’ stanno alacremente elaborando una serie di scenari variamente graduati, che prevedono ogni possibile variazione della situazione attuale, dalle più superficiali e irrilevanti sino alla scomparsa della Nato, e delle possibili contromosse. È bene quindi chiarire subito alcuni punti fermi, che nessuno scenario potrà ignorare. In primo luogo è evidente che nessuno sforzo europeo potrà mai, nel breve-medio periodo, compensare pienamente un significativo ritiro americano dall’Europa: certamente non nel campo della deterrenza nucleare, ma anche nel campo delle forze convenzionali e della guerra ibrida. Per cui, quali che siano le decisioni americane, è interesse degli alleati europei mantenere la disponibilità della maggior parte possibile di tali capacità, sotto qualsivoglia formula.
In secondo luogo, per quanto possa apparire tentante, in caso di crisi della Nato, di unificare tutto il sistema difensivo sotto l’egida dell’Ue, questo sarebbe un grave errore, sia perché l’Ue non è istituzionalmente e politicamente pronta a gestire una simile responsabilità, sia perché questo creerebbe inutili ostacoli alla cooperazione difensiva con paesi chiave quali il Regno Unito, il Canada, la Norvegia e la Turchia. L’unica strada possibile è quella di rafforzare la Nato attraverso l’impegno dei paesi ‘willing and able’. Del resto questa è già ora la via per il rafforzamento della difesa dell’Europa. Nel più lungo termine bisognerà affrontare anche la questione della deterrenza nucleare, tuttavia in questa fase potrebbe rivelarsi un elemento di forte divisione interna in Europa e complicare inutilmente il dibattito”.
E ora, nell’immediato, che cosa bisogna fare?
“Nell’immediato, invece, prima ancora di occuparsi di eventuali futuri mutamenti nell’assetto della Nato, tutti ancora da definire e chiarire, sarà necessario preoccuparsi della guerra in Ucraina. Ogni scenario ed ogni ipotesi di contromisura saranno pesantemente influenzati dall’andamento di questa crisi. Se essa dovesse vedere un progressivo abbandono del supporto europeo alla resistenza ucraina o peggio una sostanziale vittoria della Russia al tavolo negoziale, le cnseguenze sarebbero disastrose sia nella Nato che nell’Ue.
Per questo sembra essenziale mantenere fermo il punto sull’appoggio fattivo all’Ucraina e nello stesso tempo partecipare per quanto possibile al processo negoziale in corso per evitare ogni conclusione politicamente disastrosa: il che implica la necessità di mantenere un buon dialogo con l’Amministrazione americana, quali che siano le provocazioni della nuova dottrina”.
Quello che sembra fare l’Italia…
“Certo, ma la nostra presidente del Consiglio dovrebbe fare un passo in avanti per far pesare di più l’Italia in Europa. Dovrebbe per chiarire essere più attiva, per onorare l’autorevolezza della nostra storia. Siamo uno dei Paesi fondatori della UE, non dovremmo dimenticarlo mai. E quindi la salvezza dell’Europa ci riguarda più da vicino che in altre capitali. Per fare questo però la presidente dovrebbe uscire definitivamente dalla gabbia del “nazione first” che fa parte della sua storia più profonda. Potrebbe farcela, dopotutto ha abbandonato ogni velleità di uscire dall’Europa, uno dei valori della destra. Un altro passetto, un poco più di coraggio e l’Italia potrebbe diventare il motore dell’Unione”.