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Il multilateralismo di Trump in Sudamerica: salvare l’Argentina dell’amico Milei, affondare Brasile e Venezuela

Il presidente statunitense ha incontrato, a margine del suo polemico intervento all’Onu, il collega e amico Javier Milei, promettendo un salvacondotto finanziario. Sempre più ostile invece l’atteggiamento nei confronti di Lula e Maduro: ecco perché

Il multilateralismo di Trump in Sudamerica: salvare l’Argentina dell’amico Milei, affondare Brasile e Venezuela

La finanza, si sa, a volte è questione di sensazioni, di aspettative. Di piccoli segnali. O addirittura di dettagli come una singola lettera che si incastra perfettamente nello slogan MAGA, in questo caso la “A” di Argentina, che secondo il segretario al Tesoro statunitense, Scott Bessent, tornerà ad essere grande (“Argentina will be great again”, ha scritto su X), così come l’America di Trump, anzi proprio grazie all’aiuto dell’America di Trump. La “B” di Brasile e la “V” di Venezuela invece sono consonanti e in quell’acronimo non ci stanno, e sarà forse anche per questo che il multilateralismo alla Donald Trump prevede sostegno a Buenos Aires e intimidazioni per Brasilia e Caracas?

Ieri il presidente statunitense interveniva alle Nazioni Unite per la prima volta da sei anni, e nel Palazzo di vetro di New York ha incontrato l’omologo argentino Javier Milei, che sta vivendo il momento più difficile da quando è stato eletto, a fine 2023: il mondo finanziario, dopo la luna di miele del 2024, lo ha abbandonato; l’economia non decolla nonostante la “terapia della motosega” e l’inflazione finalmente sotto controllo; e non da ultimo il consenso popolare è ai minimi storici, dopo la sonora sconfitta incassata alle ultime elezioni legislative della provincia di Buenos Aires e le tensioni della campagna elettorale, segnata dallo scandalo corruzione che ha travolto la sorella Karina e da una aggressione fisica all’auto del presidente prima di un comizio.

Buenos Aires di nuovo in crisi profonda ma Bessent giura: “Argentina will be great again”

In questo contesto, e con un cambio peso/dollaro di nuovo vicinissimo alla soglia di allarme, Milei ha bussato alla porta del suo mentore politico, il quale già alla vigilia, attraverso le parole di Bessent, ha risposto più che presente, lanciando addirittura un “whatever it takes” di draghiana memoria: “L’Argentina è un alleato degli Stati Uniti di importanza sistemica in America Latina e il Tesoro è pronto a fare tutto il necessario, nell’ambito del suo mandato, per sostenere il Paese. Tutte le opzioni di stabilizzazione sono sul tavolo”, ha scritto il Segretario su X. Tra queste sono state citate come opzioni linee di swap, acquisti diretti di valuta o acquisizione di obbligazioni denominate in dollari dal fondo di stabilizzazione del tasso di cambio. Insomma un salvacondotto finanziario a disposizione dell’alleato.

“Le opportunità per gli investimenti privati ​​rimangono ampie e l’Argentina tornerà a essere grande“, ha ribadito Bessent, regalando una vera e propria boccata d’ossigeno a Milei. Sul quale, dopo una serie di endorsement incassati l’anno scorso, compreso uno sconto sul debito riconosciutogli dal Fondo Monetario Internazionale, inizia a dubitare anche il mondo della finanza. “Le finanze dell’Argentina sono diventate ancora più surreali”, ha titolato The Economist, prendendo le distanze dai recenti pasticci di Buenos Aires. La Banca Centrale argentina infatti è intervenuta pesantemente sul mercato per difendere la sostenibilità del cambio peso/dollaro, ma il problema è che le riserve internazionali nette rimangono in rosso, lasciando il Paese vulnerabile ad attacchi speculativi e crisi di fiducia.

Tuttavia agli investitori a volte bastano anche piccoli segnali e allora il solo incontro tra Milei e Trump all’Onu ha permesso al peso di recuperare terreno, e i titoli di Stato argentini in dollari sono aumentati tra il 10% e il 15%, così come le azioni delle società argentine quotate a Wall Street, ad un ritmo simile. L’ETF azionario argentino è cresciuto di quasi il 12% e il rischio paese è sceso da 1.450 a circa 1.140 punti base. E’ rimasta tiepida solo la Borsa di Buenos Aires, dove l’indice Merval cedeva ancora ieri il 2,5% a metà giornata, proseguendo nella spirale ribassista che gli ha fatto perdere quasi il 30% nel corso degli ultimi sei mesi. Se le promesse di Trump saranno mantenute e se avranno davvero effetti lo dirà solo il tempo, ma intanto va pure ricordato che all’Argentina sono stati risparmiati i dazi, a differenza che ad altri Paesi sudamericani.

I rapporti sono invece tesissimi con Brasile e Venezuela: ecco che cosa sta succedendo

In particolare il Brasile, che è stato non a caso il Paese dell’area più colpito dalle tariffe commerciali imposte da Washington, e per la verità tra i più colpiti al mondo. Oggi sui prodotti importati dal Brasile gli Usa applicano tariffe al 50%, compreso su alcune materie prime alimentari come carne bovina e caffè. Su molte altre categorie di prodotti i due Paesi erano poi giunti ad un accordo, ma la tensione rimane altissima perché il Brasile, a differenza dell’Argentina, non è un alleato politico. Anzi, è l’esatto contrario: le vicende giudiziarie che hanno travolto l’ex presidente Jair Bolsonaro, lui sì amico personale del tycoon, portando ad una storica condanna a 27 anni e 3 mesi per tentato colpo di Stato, hanno alimentato l’ostilità della Casa Bianca nei confronti del governo Lula.

Questo si è tradotto in dazi pesanti, in ingerenze attraverso messaggi offensivi sui social e persino in provvedimenti intimidatori, come quelli che in base alla “legge Magnitsky” hanno colpito il giudice della Corte suprema Alexandre de Moraes, grande accusatore di Bolsonaro, e sua moglie, impedendo loro l’accesso negli Stati Uniti tramite il diniego del visto e bloccando conti bancari legati agli Usa. Addirittura il governo americano è arrivato ad applicare sanzioni finanziarie all’impresa di famiglia di Viviane Barci de Moraes, consorte del magistrato. Sempre Scott Bessent ha giustificato l’atto ostile accusando Moraes di aver istruito un “processo politicizzato” contro Bolsonaro, e ha paragonato lui e la moglie a Bonnie e Clyde, la coppia di banditi che quasi un secolo fa sconvolsero gli Stati Uniti.

Ancora più tesa è la situazione col Venezuela di Nicolas Maduro, da tempo nemico giurato di Washington. In base al Narcotics Reward Program, lanciato da Trump per debellare una volta per tutte il narcotraffico col quale a suo dire è colluso il presidente venezuelano, la “taglia” per la cattura di Maduro è stata raddoppiata a 50 milioni di dollari. Non solo: da alcune settimane l’esercito statunitense sta pattugliando il mare al largo di Caracas, sconfinando anche in acque venezuelane, per intercettare le imbarcazioni che caricano cocaina e altre droghe nel Mar dei Caraibi, in direzione Florida. Già in diverse sono state affondate e almeno tre sospettati sono stati uccisi dalle forze americane, grazie anche – riporta la stampa sudamericana – alle “soffiate” dell’ex boss dei cartelli messicani Ismael Zambada, attualmente in carcere negli Usa, che in cambio di uno sconto sulla pena sta collaborando.

Maduro da parte sua ha mobilitato l’esercito lanciando messaggi di guerra, anche se più di recente ha fatto sapere a Trump che accetterebbe il dialogo per risolvere la situazione. Ma ieri, intervenendo all’Assemblea dell’Onu, Trump ha rincarato la dose contro i due Paesi latinoamericani: “Faremo sparire i narcotrafficanti venezuelani”, ha prima detto senza comunque nominare Maduro, per poi aggiungere sul Brasile che “sta facendo male e continuerà a fare male. Possono fare bene solo se collaborano con noi, senza di noi falliranno come già altri hanno fallito”

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