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Il Brasile di Lula è pronto a decollare di nuovo? Per l’Economist sì, ecco perché

Secondo il settimanale britannico, il terzo mandato di Lula promette bene come i primi due: gli analisti apprezzano le riforme del ministro Haddad, gli investitori esultano per il tanto atteso taglio dei tassi, e persino Fitch ha alzato il rating per la prima volta dal 2018

Il Brasile di Lula è pronto a decollare di nuovo? Per l’Economist sì, ecco perché

Could it be taking off? Potrebbe (di nuovo) decollare? Questa è la domanda, ottimistica, che si è posta la rivista britannica The Economist, che nell’ultimo numero ha dedicato un ampio servizio al Brasile e al probabile nuovo miracolo economico di Lula, rieletto presidente della locomotiva sudamericana per la terza volta a novembre 2022. Il settimanale politico-economico, da sempre termometro degli umori della comunità finanziaria occidentale, si è lanciato in un entusiastico endorsement del presidente eletto per la prima volta nel 2002 e a cui nei primi due mandati era già riuscita l’impresa di ridurre significativamente i tassi di povertà e di analfabetismo di un Paese che, sotto Bolsonaro, è invece tornato sulla Mappa della Fame dell’Onu, che oggi segnala 70 milioni di brasiliani (su 200 milioni) in stato di insicurezza alimentare, di cui 10 milioni sottonutriti o denutriti.

Brasile: Fitch ha alzato il rating per la prima volta dal 2018 per “le importanti riforme” di Lula

Da questo punto di vista, prioritario, Lula dovrà ricominciare il lavoro daccapo, ma intanto in pochi mesi ha rimesso in sella il Brasile al cospetto della comunità internazionale, conquistando di nuovo la fiducia del mondo finanziario. Eppure sotto questo aspetto l’ex leader sindacalista, oggi 77 enne, era partito malissimo: a marzo, un sondaggio condotto tra manager e analisti brasiliani aveva evidenziato un tasso di sfiducia nei confronti dell’operato del governo del 90%, praticamente una sonora bocciatura, mentre in un rilevamento più recente la percentuale è scesa al 44%. Non solo: l’Economist osserva che per la prima volta dal 2018, quando optò per un downgrade, l’agenzia di rating Fitch lo scorso 26 luglio ha alzato il punteggio del debito sovrano del Brasile a BB da BB-, con outlook stabile. Fitch ha motivato la decisione sostenendo che “nonostante le tensioni politiche persistenti, il Paese sta mettendo in campo importanti riforme per affrontare le sfide economiche e fiscali”, e che “il disimpegno macroeconomico è superiore alle previsioni”.

Brasile: l’artefice del rilancio è il ministro dell’Economia, Fernando Haddad

L’artefice di questa presunta nuova stagione d’oro del Brasile, più che Lula, è il suo ministro dell’Economia Fernando Haddad: avvocato, professore universitario, ex sindaco di Sao Paulo e candidato presidente – sconfitto da Bolsonaro – nel 2018. L’Economist ne traccia un profilo di altissima reputazione, citando vari analisti. “Gli investitori sono sempre più ottimisti”, “un efficiente ministro delle Finanze e lo scenario internazionale favorevole aiutano”, sono alcuni dei commenti, tra i quali spicca quello di Robin Brooks dell’IIF di Washington: “Le persone stanno guardando oggi al Brasile come non facevano da dieci anni”. Su Haddad, Brooks sostiene che sia suo il contributo determinante per 2-3 riforme chiave, in particolare quella fiscale, “che potrà aprire per il Brasile una nuova fase di stabilità”. Poi certo aiuta anche lo scenario globale, “con la guerra in Ucraina che sta mettendo in crisi il mercato del grano, di cui il Paese sudamericano è grande produttore”.

Come testimonia anche il recente rally della Borsa di Sao Paulo, è stato molto gradito agli investitori il taglio dei tassi d’interesse, che è tra i più alti al mondo e non veniva toccato dalla Banca centrale da quasi un anno. L’Economist osserva che la Banca centrale brasiliana “sia stata la prima grande banca centrale al mondo a ridurre i tassi, così come fu la prima ad aumentarli”. Sul taglio dei tassi si è espressa anche Bloomberg, rilevando come sia stato persino maggiore rispetto alle previsioni: mezzo punto anziché 0,25, con la Banca centrale in versione colomba nei confronti di Lula, con cui non erano mancate le polemiche negli ultimi mesi, quando il presidente aveva esortato a più riprese l’intervento dell’istituto finanziario, il quale invece aveva rivendicato la propria autonomia. “Sarà interessante vedere come si muoverà Lula adesso”, ha persino ironizzato il quotidiano finanziario, alludendo al fatto che questa mossa della Banca centrale toglierà al presidente uno spazio di propaganda.

L’Economist menziona infine il dato della bilancia commerciale, che vede il Brasile – per la verità già da qualche anno – veleggiare in territorio ampiamente positivo (esporta quasi 50 miliardi di dollari in più di quanto importa), mentre la media dei Paesi dell’America Latina e dei Paesi emergenti è sotto lo zero, per non parlare della Turchia che perde oltre 100 miliardi e dell’India, che all’inizio degli anni 2000 aveva lo stesso saldo più o meno del Brasile, e che nel 2023 è precipitata a -280 miliardi di dollari. Tuttavia, lo stesso Brooks, sul settimanale inglese, invita a non eccedere nell’ottimismo: “La storia insegna che è meglio non esagerare con l’entusiasmo. Il Brasile ha un enorme potenziale, ma viaggia ancora sotto la sua categoria. Lo scenario globale e la destrezza di Haddad sono punti a favore, ma servirà una buona politica nel lungo termine”, ha sostenuto l’analista dell’Institute of International Finance.

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