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Guyana è la Dubai del Sudamerica perché è il Paese che cresce di più al mondo e progetta città futuristiche

L’ex colonia inglese, confinante col Venezuela che rivendica sovranità su parte del suo territorio, vive dal 2019 un miracolo economico grazie alle estrazioni di petrolio offshore e alle attività minerarie: Pil 2022 +63% e ora arriva Silica City

Guyana è la Dubai del Sudamerica perché è il Paese che cresce di più al mondo e progetta città futuristiche

La Guyana sta diventando la Dubai del Sudamerica. L’ex colonia inglese (non va confusa con la Guyana francese o con il Suriname, ex colonia olandese) è oggi minacciata dal vicino Venezuela di Nicolas Maduro che rivendica la sovranità su due terzi del suo territorio, il cosiddetto Essequibo, ma questo non le sta impedendo di diventare un piccolo gioiello in un’area geografica storicamente povera, basti pensare alle condizioni della stessa Caracas e a tutte le crisi economiche ed umanitarie del mondo caraibico, una su tutte quella di Haiti. Anzi, è proprio questo probabilmente a far gola a Maduro, che recentemente ha unilateralmente annesso la “Guyana Essequiba” scatenando le preoccupazioni della comunità internazionale: il Paese con capitale Georgetown si è scoperto una decina di anni fa ricchissimo di riserve di petrolio offshore e da lì ha cambiato volto, diventando di gran lunga il primo Stato del Sudamerica per Pil pro capite e spingendosi persino a progettare la costruzione di città avveniristiche, proprio come avviene nei Paesi arabi.

Guyana contesa tra petrolio, oro e diamanti

Essendo, a differenza degli altri Paesi dell’area, da sempre nell’orbita di influenza angloamericana (anche se le rivendicazioni del Venezuela non sono del tutto campate per aria, ma sarà un lungo braccio di ferro della giustizia internazionale a stabilire chi ha ragione), sull’oro nero della Guyana ha messo le mani da tempo il colosso Usa Exxon, che detiene il 45% dei diritti del blocco offshore di Stabroek, da cui estrae fino a 620.000 barili di greggio al giorno e in cui ha investito, dal 2019, circa 1 miliardo di dollari. Non a caso a partire dal 2019 il Pil pro capite ha registrato un’impennata, passando da 13.000 dollari (2.000 dollari in meno del Brasile) agli oltre 42.000 dollari del 2022 (2,5 volte quello del Brasile). Nel 2020 il Pil della Guyana è schizzato del 43,5% ma ancora meglio ha fatto nel 2022, crescendo di quasi il 63% in termini reali, il dato percentuale più alto al mondo. Primato confermato anche nel 2023, con il 38,4% calcolato dal Fondo Monetario Internazionale, mentre la media globale era sul 3%. E così sarà anche quest’anno, con le stime che prevedono un rallentamento ma una crescita ancora strabiliante, al 26,6%. Un vero e proprio miracolo economico, per una popolazione di meno di 1 milione di abitanti che vive in un territorio di 215.000 km quadrati ricco non solo di petrolio ma anche di ferro, rame, oro, diamanti, magnesio.

Silica City, la città del futuro della Guyana

Se è vero che la Guyana si trova ancora soltanto alla posizione numero 108 per Indice di Sviluppo Umano secondo i parametri dell’Onu, è però altresì un fatto che le ambizioni ai politici locali non mancano: ridurre le disuguaglianze e garantire a tutta la popolazione un livello adeguato di istruzione e sanità dalle parti di Georgetown sembra per ora meno importante che immaginare e realizzare città futuristiche. Già da circa un anno il governo ha infatti fatto capire che la priorità è cavalcare l’onda, ed ha annunciato un progetto fino a pochi anni fa impensabile: costruire da zero la città del futuro, una smart city alimentata al 100% da energia pulita. La città si dovrebbe chiamare Silica City e l’area scelta è quella vicina al piccolo villaggio di Kuru Kururu. I lavori già sono iniziati e anzi a breve dovrebbero essere pronte le prime 100 case, secondo quanto promesso dal presidente Irfaan Ali l’anno scorso. Non mancano tuttavia le polemiche. Innanzitutto, la stampa locale accusa il governo di scarsa trasparenza: sono stati annunciati contratti, per ora, per l’equivalente di soli 10 milioni di dollari, un po’ pochi per un progetto così faraonico, ammesso e non concesso che sarà davvero faraonico.

Il futuro verde pagato col petrolio

E poi, soprattutto, c’è la questione dell’ambiente. La Guyana formalmente è un Paese che si impegna contro i cambiamenti climatici, ma l’estrazione di petrolio e minerali rischia di mettere ulteriormente in pericolo un territorio già complicato, visto che la capitale Georgetown, sul litorale, è stata costruita al di sotto del livello del mare. Non è un mistero che il riscaldamento globale stia provocando l’innalzamento del livello degli oceani, mettendo a rischio la sopravvivenza delle città costiere, in particolare le realtà che sorgono letteralmente a fior d’acqua, come Venezia, Amsterdam, New York e appunto Georgetown. Silica City risponderebbe proprio a questa esigenza: costruire un nuovo centro urbano 40 km più a Sud, lontano dal rischio di allagamento e persino di sprofondamento. Però sarà costruita proprio con i soldi del petrolio e delle attività minerarie.

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