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Global minimum tax: accordo fra 130 Paesi, Cina inclusa

L’intesa riunisce Paesi che rappresentano più del 90% del Pil mondiale – Il Tesoro italiano punta a un’intesa politica al G20 Finanze che si svolgerà a Venezia la prossima settimana

Global minimum tax: accordo fra 130 Paesi, Cina inclusa

La global minimum tax, ossia la tassa minima del 15% da applicare ai profitti delle multinazionali in tutto il mondo, ha ricevuto il via libera da 130 paesi, inclusa la Cina. Si tratta di un notevole passo avanti verso l’adozione della misura, che finora era stata approvata solo in sede di G7. L’accord, annunciato dall’Ocse, è una vittoria per il presidente americano Joe Biden, primo sostenitore del provvedimento.

L’aliquota del 15% è stata giudicata troppo bassa da alcuni commentatori: dall’altra parte, in Irlanda alcuni giganti del web erano arrivati a pagare sugli utili prodotti in Europa una tassa risibile, compresa fra lo 0,2 e il 2%. Ecco perché, secondo l’Ocse, la Global minimum tax al 15% permetterebbe di recuperare ogni anno un gettito fiscale compreso fra i 100 e i 240 miliardi di dollari.

“È un giorno storico per la diplomazia economica – ha commentato la segretaria al Tesoro Usa, Janet Yellen – L’accordo riunisce paesi che rappresentano più del 90% del Pil mondiale. Abbiamo fatto un passo avanti per porre fine alla gara al ribasso”.

Secondo il presidente Usa Joe Biden, “il campo di gara della competizione economica diventerà più equo e questo ci permetterà di raccogliere maggiori entrate, di investire per le nuove generazioni, di mantenere una forte competitività degli Usa”.

Soddisfazione è stata espressa anche dal Tesoro italiano: “Le notizie che arrivano dall’Ocse sono un passo avanti verso l’intesa politica sulla riforma della tassazione delle multinazionali che intendiamo raggiungere al G20 Finanze, in programma a Venezia la prossima settimana sotto la presidenza italiana – ha commentato il ministro dell’Economia, Daniele Franco – Siamo fiduciosi sulla possibilità di trovare un accordo a livello G20 sulla struttura di nuove regole per la riallocazione dei profitti delle grandi multinazionali e per la tassazione minima effettiva che cambierebbero radicalmente l’attuale architettura della fiscalità internazionale, rendendola adeguata rispetto alle caratteristiche dell’economia globale del XXI secolo”.

Sotto il profilo politico, non tutti gli ostacoli sono stati superati. Malgrado l’intesa di massima trovata con la Cina, non si può escludere che in futuro sorgano nuove difficoltà con i paradisi fiscali interni all’Unione europea, ovvero Malta, Irlanda, Olanda, Ungheria e Lussemburgo. Proprio Irlanda, Ungheria ed Estonia non hanno sottoscritto finora l’intesa, contrarie si sono dichiarate anche Nigeria, il Kenya, il Perù e lo Sri Lanka.

A livello tecnico, invece, i dettagli più importanti da definire riguardano i criteri per la localizzazione dei paesi in cui le multinazionali producono fatturato e utili. La crescita del digitale ha reso infatti obsolete le vecchie regole, che prendevano a riferimento la presenza fisica delle aziende nei vari Paesi con uffici e personale impiegato sul territorio. E’ questo il tema che dovrà affrontare ora il G20: appuntamento a Venezia il 9 e 10 luglio.

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