Condividi

FONDAZIONE ROSSELLI – Sofferenze e redditività, le due spine delle banche

XX RAPPORTO DELLA FONDAZIONE ROSSELLI SUL SISTEMA BANCARIO ITALIANO – Il confronto sulla redditività’ tra le banche italiane e quelle estere è impietoso: solo Intesa e Iccreea nella fascia alta – Pesano gli accantonamenti ma il rimedio non passa solo dal taglio dei costi ma da strategie di sviluppo – Modello svedese per la bad bank

FONDAZIONE ROSSELLI – Sofferenze e redditività, le due spine delle banche

“Matteo Renzi sta affrontando il problema dei crediti incagliati e delle sofferenze nei bilanci delle banche, e dopo questo passaggio l’economia italiana potrebbe in realtà crescere più in fretta del resto d’Europa”. Così, pochi giorni fa disse George Soros. Il team di studiosi che ha curato il XX rapporto della Fondazione Rosselli sul sistema bancario italiano condivide l’impostazione (“ma sulla bad bank ci sono forti perplessità europee – nota il presidente della Fondazione del Politecnico di Milano, Giampio Bracchi – a consentire oggi l’uso di uno strumento del genere, riservato all’epoca dell’emergenza” ma ad una condizione: “E’ necessario – spiega Donato Masciandaro, direttore del Dipartimento di Economia Politica della Bocconi – adottare un approccio simile a a quello della Svezia negli anni Novanta: creare uno o più veicoli distanti dal potere politico e da quello bancario. E di lì procedere alla pulizia del sistema. Guai a non fare niente come è accaduto in Giappone: il risultato è la crisi infinita”.

Ma, in attesa di smaltire i 400 miliardi lordi di sofferenze e crediti problematici che ancor oggi affliggono il sistema, le banche dovranno liberarsi di altre ipoteche accumulate in questi anni. L’analisi condotta dal team della Fondazione è impietosa: dall’esame della redditività delle banche italiane, è il risultato del confronto tra i primi venti istituti italiani e 32 concorrenti comparabili dell’eurozona, emerge che la performance del credito di casa nostra sta assumendo “contorni assai critici, causa l’efficienza della struttura dei costi e l’efficacia dell’allocazione del credito”. Solo Banca Intesa ed Iccrea viaggiano nella fascia A, si difende una pattuglia di medi istituti (vedi Credem, Cariparma, Banca Popolare di Sondrio). Fatica di più Unicredit. 



Ma quel che impressiona è che l’analisi, condotta sui bilanci 2009/13, si rivela troppo generosa rispetto alla fotografia del credito emersa con i testi europei: in posizione dignitosa, se non brillante, figurano Popolare di Vicenza e Veneto Banca, inserite nella fascia “To do” (“banche che hanno realizzato una moderata redditività”, un gradino sotto Carige. Solo Monte Paschi ed Unipol rientrano nella fascia “help me”. Pesa sulla redditività delle prime 400 banche italiane l’ammontare degli accantonamenti. Una libera scelta dei banchieri? Mica tanto, semmai un’operazione obbligata, vista la situazione del portafoglio. Anzi, c’è voluto un surplus di accantonamenti per compensare la politica troppo generosa del credito adottata nel periodo precedente. Inoltre, a complicare la strategia degli istituti, c’è stata la necessità di ridimensionare gli asset a reddito per rafforzare la diga del debito sovrano. Ma adesso?

Non a caso il rapporto non si sofferma sulla tradizionale necessità di tagliare i costi a partire dai colletti bianchi, anche se la stagione dei sacrifici non è certo finita. Ma il sistema si sta orientando di nuovo su una strategia di sviluppo, fondata sulle commissioni. Non a caso il rapporto dedica un ampio spazio alla finanza comportamentale, curata da Umberto Finotto: è il segnale di una maggiore sensibilità verso il cliente. L’altra linea d’azione riguarda l’Europa, il vero terreno di confronto. La partita, quella vera, si gioca ormai sullo scacchiere europeo, in particolare sul fronte delle regole. 

“In questi anni – nota Masciandaro, direttore del compartimento di Economia Politica della Bocconi – c’è stato un rilevante ritorno dell’intervento delle banche centrali in materia di Vigilanza Bancaria. Sembrava, in un primo momento, che si potesse dar vita ad un’Autorità indipendente con poteri altrettanto forti della Bce, che occupa di Politica Monetaria. Ma, complici anche gli errori dell’Eba, ha prevalso la tesi di mettere tutto sotto il cappello di Francoforte”. C’è un rischio dietro questa soluzione, perché “la politica monetaria agisce sul breve, le esigenze di stabilità del sistema hanno altri tempi”. Speriamo che la doppia esigenza non si traduca in un fardello troppo pesante per le nostre banche in vista del secondo round di richieste della Vigilanza europea.  

Commenta