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Focus Sace: conseguenze alle sanzioni di Usa e Ue verso la Russia

Quelle apportate dagli Usa e dall’Ue nei confronti di Russia e Ucraina sono sanzioni che non colpiscono le popolazioni ma le figure politiche dei due Paesi. Data l’interdipendenza economica dell’Unione europea con la federazione è verosimile attendersi una futura fase negoziale difficilmente caratterizzata da sanzioni più severe nei confronti di Mosca.

Focus Sace: conseguenze alle sanzioni di Usa e Ue verso la Russia

Lo scorso 21 marzo, l’Ufficio Studi Economici del Gruppo SACE ha pubblicato un interessante Focus dal titolo “Sanzioni contro la Russia: quali prospettive?”. Il report – che si allega – affronta gli ultimi sviluppi inerenti le prese di posizione della Russia, della Crimea e dei loro rapporti non solo con l’Ucraina ma soprattutto con gli Stati Uniti e l’Unione europea.

Il Focus SACE, a cura della dott.ssa Valentina Cariani (analista responsabile del Desk Europa dell’Est e CSI),  inizia riassumendo le ultime sanzioni apportate dagli USA e dall’Ue nei confronti dell’Ucraina e della Russia a fronte del referendum del 15 marzo scorso e della dichiarazione di annessione della Crimea da parte del governo di Mosca. Si tratta essenzialmente di sanzioni ad personam che, dunque, non colpiscono le popolazioni ucraine o russe ma, al contrario, sono indirizzate a precise figure politiche dei due Paesi. L’Unione europea, da parte sua, già prima del lamentato referendum del 15 marzo, aveva stabilito delle sanzioni nei confronti di 17 funzionari pubblici ucraini e dell’ex presidente Yanucovich riguardanti il congelamento degli asset detenuti da questi in Europa. Sempre per quel che riguarda le multe a persone fisiche, gli Stati Uniti avevano: 1) bloccato l’ingresso di quei soggetti politici che erano stati coinvolti nei disordini in Ucraina delle settimane scorse, 2) stilato una lista di soggetti politici ed economici Ucraini con cui gli operatori statunitensi non posso intrattenere relazioni economiche (c.d. “Specially Designed Nationals”). In seguito alla decisione della popolazione di Crimea di unirsi alla Russia e all’accettazione di quest’ultima rispetto all’annessione della regione ucraina, sia l’Ue sia gli USA hanno inasprito le loro posizioni. La prima, il 17 marzo, oltre a confermare le multe precedenti ha esteso le sanzioni precedenti ad altre 21 figure della Russia, della Crime e dell’Ucraina. I secondi hanno bloccato l’ingresso in terra americana di quelle figure inserite nella lista SDN. Con il passare dei giorni, e soprattutto di fronte alla tenuta di posizione da parte del presidente Putin di continuare il processo di annessione della Crimea, la misura più significativa è stata l’estromissione della Russia dal G8 (oltre che il blocco della cooperazione militare).



Cosa spinga Putin a portare avanti l’inclusione della Crimea tra i propri confini è presto detto. Siamo di fronte a una forte dimostrazione di potere da parte di chi è stato pubblicamente sfidato e osteggiato nelle settimane scorse, non solo dai protestanti di Piazza Maidan, ma – soprattutto – da quella parte della comunità internazionale che guardava con favore il distaccamento dell’Ucraina dalla federazione russa. Se poi questa dimostrazione di forza del governo di Mosca è anche supportato dagli stessi abitanti della regione di Crimea, il senso di legittimazione di Putin, utile per portare avanti l’inglobamento della penisola, è pressoché inscalfibile. Certo, la Crimea in quanto tale non è esattamente indifferente alla strategia economica della Russia: come riportato dalla Cariani nel Focus, in Crimea «si estraggono 1,5 miliardi di metri cubi di gas e nella regione sono previsti una serie di progetti di esplorazione su giacimenti offshore». Tuttavia, gli svantaggi dell’annessione esistono e possono essere individuati: 1) nell’allargamento alla Crimea del welfare russo che dovrebbe costare circa $3-4 miliardi l’anno, 2) nella necessità di nuovi investimenti infrastrutturali di breve periodo dato che la penisola è poco sviluppata, 3) nel fallimento degli accordi per l’inclusione dell’Ucraina nell’Unione Doganale Eurasiatica e dunque nella perdita di un mercato formato da ben 40 milioni di consumatori.

L’inclusione della Crimea non ha, tuttavia, avuto pesanti impatti sui mercati internazionali, anzi, la reazione degli stessi si è rivelata addirittura positiva, con la ripresa del tasso di cambio rublo-dollaro scambiato a RUR 36,2 piuttosto che a RUR 36,65 per dollaro rispetto alle settimane precedenti.

Le ripercussioni di questa escalation nei rapporti tra i due blocchi non ha ancora danneggiato la posizione del nostro Paese (secondo partner commerciale della Russia dopo la Germania). Tuttavia, alla luce del fatto che le esportazioni italiane verso la Russia superano i 10 miliardi di euro, che il nostro Paese è dipendente dalle provigioni energetiche russe (rispetto al gas, importiamo dalla Russia circa il 30% del nostro fabbisogno totale) e che non è il solo in Europa ad avere stretti legami con la federazione è verosimile prevedere, per le prossime settimane, una fase negoziale difficilmente caratterizzata da sanzioni più severe nei confronti di Mosca


Allegati: FocusOn_Russia0314.pdf

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