Novo Nordisk potrebbe riuscire a bypassare il tema dei farmaci anti-obesità, che ultimamente avevano provocanto un netto calo delle azioni dell’azienda danese, con una scommessa che potrebbe provenire dagli stessi farmaci perchè potrebbero essere utilizzati anche per curare l’Alzheimer. La società è in attesa dei risultati di due studi condotti su migliaia di persone nelle fasi iniziali della malattia, riporta il Financial Time.
I mercati finanziari vedono la notizia come una scommessa ad alto rischio e alto rendimento, se il titolo dovesse riprendersi. Oggi Novo Nordisk quota in calo dell’1,15% a 372,65 corone danesi, dopo che in un anno ha perso oltre il 40%. Del resto lo stesso Ludovic Helfgott, vicepresidente esecutivo per la strategia di prodotto e portafoglio, recentemente aveva riconosciuto che Novo ha sempre considerato gli studi clinici come un “biglietto della lotteria”. Le azioni della Novo Nordisk sono crollate nell’ultimo anno, a causa di una combinazione di risultati deludenti nella sperimentazione di un nuovo trattamento contro l’obesità, dell’incapacità dell’azienda di mantenere il vantaggio su Eli Lilly nel mercato statunitense e della concorrenza di farmaci antiobesità a basso costo.
Una volta pubblicati i risultati, scienziati e investitori ne esamineranno attentamente i dettagli per valutare per chi funzionerà il farmaco e, di conseguenza, quanto potrebbe essere grande il mercato. Il direttore scientifico Martin Lange ha detto che, con un “bisogno insoddisfatto così grande”, qualsiasi risultato statisticamente significativo sarà “clinicamente significativo”.
Evan Seigerman, analista di BMO Capital Markets, ritiene che anche un piccolo miglioramento rispetto al placebo potrebbe far salire le azioni di Novo Nordisk del 5-10%.
Un potenziale di 55 milioni di persone da curare
Gli studi di fase 3, i cui risultati dovrebbero essere pubblicati in questo trimestre, sono focalizzati su un’area di enorme necessità: aiutare a curare alcuni dei 55 milioni di persone affette da demenza in tutto il mondo. A prima vista, le possibilità di successo sembrano scarse: la stragrande maggioranza dei farmaci sperimentali per l’Alzheimer si è rivelata finora un fallimento. Quelli che sono stati immessi sul mercato con successo negli ultimi anni, come Eisai, Biogen ed Eli Lilly, possono solo rallentare il declino cognitivo, ma finora non sono stati in grado di invertirlo.
Tuttavia alcuni azionisti stanno iniziando a considerare in modo più positivo le sperimentazioni, che utilizzano una versione sintetica dell‘ormone GLP-1 che regola lo zucchero nel sangue. Un gestore di un fondo sanitario che possiede azioni Novo ha detto che la prospettiva è “scientificamente molto interessante“, descrivendo i principi attivi di Wegovy e Ozempic, come “farmaci miracolosi”, riporta il Financial Time. Già ora questi farmaci si stanno dimostrando efficaci, non solo nel trattamento del diabete e dell’obesità, ma anche in ambiti molto più ampi, tra cui la riduzione del rischio di infarti e ictus e il miglioramento della funzionalità renale.
Gli studi degli effetti sul cervello dal Glp-1
Gli scienziati stanno studiando i potenziali effetti del Glp-1 sul cervello fin dai primi anni 2000. Christian Hölscher, professore di neuroscienze all’Università di Henan in Cina, impegnato nello sviluppo di trattamenti per l’Alzheimer e il morbo di Parkinson, ha iniziato a lavorare su questo collegamento intorno al 2007. Sebbene inizialmente vedesse poche chance per i Glp-1 di Novo, nel 2020, uno studio su cui Hölscher stava lavorando “ha fatto cambiare completamente idea”, a suo avviso, perchè c’erano segni du rallentamento della progressione della malattia nei pazienti affetti da Alzheimer.
Novo sta conducendo due studi clinici, ciascuno con 1.800 pazienti e della durata di tre anni e quattro mesi, in 30 paesi. Hölscher ha affermato che nel campo della demenza, la portata della ricerca è stata “colossale… Non ho mai visto studi clinici di questo tipo prima d’ora, quindi questo ci darà la risposta definitiva”. Il direttore scientifico Martin Lange ha detto che le prove che hanno incoraggiato Novo a condurre studi clinici su larga scala includono uno studio sulle cartelle cliniche di persone con diabete che assumevano semaglutide da due anni. Questo ha rilevato una riduzione del 53% delle diagnosi di demenza, un risultato “altamente significativo dal punto di vista statistico”. Altri studi su persone che assumevano semaglutide nello stesso periodo hanno rilevato una riduzione del 21-43% del rischio di diagnosi di demenza.
L’eccesso di zuccheri porta ad accelerare la strada verso l’Alzheimer
C’è ancora dibattito su come funzionerebbe la semaglutide nel trattamento per l’Alzheimer. Una teoria comune è che i GLP-1 potrebbero mitigare l’eccesso di zucchero nel cervello, che alcuni ritengono porti all’infiammazione, accelerando l’accumulo di proteine amiloidi e tau, che sono caratteristiche dell’Alzheimer. Questo eccesso di zucchero potrebbe essere una delle ragioni per cui le persone con obesità o diabete hanno maggiori probabilità di sviluppare l’Alzheimer. “Se si soffre di obesità, il rischio di ammalarsi di Alzheimer è approssimativamente doppio, mentre se si soffre di diabete, il rischio è approssimativamente triplicato, il che, in parte, si sospetta sia dovuto a uno scarso controllo metabolico nel cervello“, ha affermato Lange.
Ivan Koychev, professore associato di neuropsichiatria all’Imperial College di Londra, sostiene appunto che proprio l’amiloide e la proteina tau siano un fattore importante nella causa dell’Alzheimer. Ritiene inoltre che la spiegazione più plausibile del forte calo delle diagnosi di demenza tra gli utilizzatori di semaglutide in soli due anni sia l’effetto del farmaco sull’infiammazione, uno dei principali fattori scatenanti della malattia. “Questi farmaci hanno un effetto molto forte sull’infiammazione sistemica”, ha affermato. “Sembra che ci sia anche un effetto specifico sulla neuroinfiammazione”. Koychev sta conducendo uno studio per approfondire gli effetti dei GLP-1 sul cervello. Ha affermato che ci sono anche altre ipotesi che devono essere prese in considerazione: forse riducono l’incidenza di ictus, un fattore di rischio per lo sviluppo di demenza, o modificano i livelli di insulina, che si ritiene contribuiscano all’accumulo di tau nel cervello.
Altri esperti sono più cauti sulle possibilità di successo. John Hardy, direttore del dipartimento di biologia molecolare delle malattie neurologiche presso l’UCL, ha detto per esempio di non credere che i GLP-1 dimostreranno di avere un effetto diretto e modificante sulla malattia di Alzheimer. “Francamente, non mi aspetto un risultato positivo. Questa è la mia previsione, ma devo ammettere di essermi sbagliato molte volte”, ha detto. Hardy ritiene più probabile che, se i GLP-1 hanno un impatto sulla demenza, ciò sia dovuto a effetti secondari come la riduzione del danno ai vasi sanguigni: secondo l’Alzheimer’s Society, almeno il 70% delle persone affette da questa malattia potrebbe avere danni ai vasi sanguigni nel cervello.