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Evergrande crolla in Borsa: o paga sabato o è default

Fallite le trattative per la cessione del colosso immobiliare. La sua crisi si abbatte come un tifone sulla Borsa di Hong Kong e frena anche i listini europei che temono ripercussioni. E per la prima volta scende il valore delle case in Cina

Evergrande crolla in Borsa: o paga sabato o è default

L’ora X s’avvicina, i cavalieri bianchi si allontanano. Evergrande, il gigante dell’immobiliare cinese gravato da 260 miliardi di euro di debiti (305 miliardi di dollari) ha annunciato il fallimento delle trattative per la cessione di una controllata che avrebbe consentito di far fronte alle scadenze più urgenti. La notizia, dopo due settimane di sospensione del titolo dal listino, è piovuta sulla Borsa di Hong Kong con la violenza di un nuovo tifone: la società, tra l’altro proprietaria della squadra campione di Cina, allenata da Fabio Cannavaro, ha perduto il 12,5% mentre il mancato acquirente, l’immobiliare Hopson, ha festeggiato lo scampato pericolo con un balzo del 5%. 

E’ solo l’ultima tappa di una frana che ha visto le azioni delle tre società quotate del gruppo precipitare dell’80 per cento nel corso dell’anno, per una perdita che si avvicina ai 60 miliardi di dollari. Questi numeri stanno ad indicare che sono in ben pochi a credere che il colosso, che conta 800 grandi cantieri fermi in decine di città, sia in grado di onorare le prime rate dei debiti giunti a scadenza nei confronti dei creditori internazionali anche se finora, a differenza di altre immobiliari in crisi, ha pagato il frutto delle obbligazioni in yuan. 

Sabato mattina scade il “periodo di grazia” di 30 giorni accordato ai debitori morosi. Difficile che il patron Xu Jiayin, fino a pochi mesi fa considerato l’uomo più ricco di Cina, possa o voglia far fronte ai debiti scaduti a settembre (113 milioni di dollari), nel frattempo saliti a 270 in ottobre. A meno che le autorità,  finora assenti salvo qualche vaga rassicurazione sulla situazione “comunque gestibile”, non intervengano in extremis per impedire un default che minaccia di avere grosse conseguenze sulla credibilità della finanza cinese. Nel mirino degli operatori internazionali, che già affilano le armi in vista dei negoziati con il mega debitore, è finita la stessa piazza finanziaria di Hong Kong, già vetrina dell’affidabilità del sistema cinese. Il Financial Times ha già rilevato che i titoli sospesi dal listino rappresentano ormai ormai un valore di oltre 62 miliardi di dollari, finiti in una sorta di ghiacciaia a danno anche dei fondi di investimento occidentali     

Per avere una dimensione del problema basti dire che Evergrande è la punta dell’iceberg di un’esposizione debitoria di 5 mila miliardi di dollari, tanto quanti ne gravano sull’immobiliare cinese, un settore che rappresenta il 29 per cento del Pil, ovvero il 41% dei crediti del sistema bancario, nonché il 78 per cento circa della ricchezza delle famiglie cinesi. E già si vedono gli effetti sistemici di questa crisi aziendale. Per la prima volta il prezzo medio delle case, calcolato su 70 città dell’immenso Paese, registra un calo provocato dalla sfiducia dei compratori sia nei confronti  dei promotori immobiliari, non solo Evergrande, che faticano a far fronte ai propri impegni. 

L’imbarazzo delle autorità è testimoniato dal silenzio dei media ufficiali, che finora hanno dedicato poco spazio alla crisi e alle prime manifestazioni di protesta di clienti e dipendenti (obbligati a versare parte della paga in fondi di risparmio gestiti dall’azienda) ma il disagio è ben presente sui social media. Anche in Cina la casa rappresenta una tappa quasi obbligata per le famiglie, specie prima del matrimonio. E Xi JingPing è consapevole dell’importanza della partita che cade tra l’altro nel bel mezzo della campagna sulla “coesione sociale”, ovvero la stretta sui ricchi e sugli eccessi dell’economia digitale. Eppure finora non si è mosso, almeno in via ufficiale, per trovare una soluzione ai problemi di liquidità di un colosso che possiede decine di partecipazioni, dal turismo all’auto elettrica, invendibili in un momento di crisi. 

Intanto, ironia della sorte, Jack Ma, il fondatore e primo azionista di Alibaba, veleggia sul suo yacht alle Baleari dopo mesi di libertà vigilata per aver osato criticare le banche di regime. 

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