Il filorusso Rumen Radev ha vinto le elezioni legislative anticipate in Bulgaria, ridisegnando gli equilibri politici di un Paese logorato da anni di paralisi istituzionale. Il suo partito, Bulgaria Progressista, ha superato il 45% dei consensi e conquistato 129 seggi su 240, ottenendo il miglior risultato registrato in Bulgaria negli ultimi trent’anni. Più che una semplice affermazione elettorale, quella dell’ex presidente è una svolta politica piena.
Il voto certifica anzitutto la fine dell’era di Boiko Borisov, l’uomo che con Gerb ha dominato la scena bulgara per oltre un decennio e che era diventato il bersaglio principale della campagna di Radev. I conservatori si fermano tra il 12 e il 13%, nel peggior risultato della loro storia, dopo aver guidato il Paese per undici anni tra il 2009 e il 2021. In Parlamento entrano anche i liberali con l’11,4%, il Dps della minoranza turca con il 6% e i nazionalisti di Vazrazhdane con il 5,1%.
Il successo di Radev arriva al termine dell’ottava elezione anticipata in cinque anni e affonda le sue radici nella lunga crisi di credibilità delle forze tradizionali. In una Bulgaria stanca, impoverita e incapace da tempo di esprimere governi stabili, l’ex capo dello Stato ha costruito la sua avanzata sulla promessa di abbattere il “modello oligarchico” che, a suo dire, soffoca il Paese. Il voto premia dunque la sua capacità di incarnare insieme protesta, domanda di ordine e aspirazione al cambiamento.
Resta però il nodo politico che più inquieta Bruxelles. La vittoria di Radev suscita timori nell’Unione europea per le sue posizioni euroscettiche e per la sua linea giudicata troppo morbida verso Mosca. Dopo l’uscita di scena di Orbán in Ungheria, la Bulgaria guidata da Radev rischia ora di trasformarsi in una nuova spina nel fianco orientale dell’Unione e della Nato.
Chi è Rumen Radev
Radev, 62 anni, ex generale ed ex comandante dell’aeronautica militare, è stato presidente della Repubblica dal 2017 fino al gennaio 2026, quando si è dimesso in anticipo per guidare direttamente la sua creatura politica. La sua figura pubblica è costruita su un mix molto riconoscibile di disciplina militare, retorica anticorruzione e immagine di uomo forte chiamato a rimettere ordine in un Paese sfibrato.
Ha fondato Bulgaria Progressista appena un mese fa e in poche settimane è riuscito a trasformare il consenso personale accumulato negli anni in una macchina elettorale vincente. Si è presentato come il leader deciso a distruggere il sistema oligarchico, a combattere la corruzione penetrata nei gangli dello Stato e a smantellare l’influenza di Delyan Peevski, uno degli oligarchi più potenti e controversi del Paese, sanzionato nel 2021 dal Tesoro americano per traffico di influenze e tangenti.
Ma il profilo di Radev non si ferma alla battaglia contro il sistema. L’ex presidente è anche il politico che più di altri ha dato voce in Bulgaria a una linea scettica verso Bruxelles, fredda sugli aiuti militari all’Ucraina e favorevole a una ripresa del dialogo con Mosca. Lui respinge l’etichetta di filorusso, ma le sue posizioni continuano a collocarlo in un’area di forte ambiguità agli occhi delle cancellerie europee.
“Abbiamo sconfitto l’apatia, ma la sfiducia nei politici bulgari rimane e c’è ancora molto lavoro da fare” ha commentato Radev dopo la vittoria. “Ci aspettavamo di arrivare primi, ma aspettiamo i risultati definitivi. Molti partiti hanno dichiarato che il Consiglio Superiore della Magistratura deve essere sostituito e spero che insieme alla coalizione PP-DB ci muoveremo nella stessa direzione su questo tema. Faremo tutto il possibile per evitare nuove elezioni”.
Un successo che viene dalla crisi
A spingere la corsa di Radev è stata la promessa di riportare stabilità in un Paese che da anni vive una crisi politica quasi permanente. La Bulgaria è arrivata a questo voto dopo otto elezioni in cinque anni, una sequenza che ha eroso la fiducia nelle istituzioni e reso sempre più fragile il rapporto tra cittadini e politica. Stavolta, però, l’affluenza è salita al 48,5%, senza contare i voti dall’estero, un dato che indica una partecipazione più alta del solito in un Paese che sembrava aver smesso di credere nella forza delle urne
Il risultato di Bulgaria Progressista è figlio della lunga decomposizione del quadro politico bulgaro. Per anni Sofia ha vissuto tra governi fragili, proteste anticorruzione, maggioranze precarie e voto anticipato diventato quasi ordinaria amministrazione. In questo vuoto si è inserito Radev, trasformando il proprio profilo istituzionale in una candidatura apertamente politica.
La scelta di dimettersi in anticipo dalla presidenza, a gennaio, aveva segnato un passaggio senza precedenti. Con quella mossa l’ex capo dello Stato ha smesso di interpretare il ruolo di arbitro e ha deciso di entrare direttamente nella battaglia per il potere, presentandosi come il leader chiamato a ripulire la Bulgaria da corruzione, oligarchie e infiltrazioni mafiose nei gangli dello Stato. Una narrazione potente, costruita per intercettare rabbia sociale e sfiducia, che gli ha consentito di assorbire consensi ben oltre il tradizionale recinto della sinistra.
L’ombra di Mosca dietro la bandiera anticorruzione
La vittoria di Radev, però, non può essere letta soltanto come il successo di una piattaforma anticorruzione. Il leader di Bulgaria Progressista arriva al potere accompagnato da una linea politica che inquieta apertamente l’Europa. In campagna elettorale ha ribadito che non si dovrebbe fornire aiuto militare all’Ucraina, ha contestato le scelte compiute su Kiev e ha rivendicato una posizione “filobulgara” e “realistica”, formula con cui tenta di respingere l’etichetta di filorusso senza però allontanarsi davvero da quel campo di ambiguità.
È proprio questa ambiguità il cuore del problema. Radev ha spesso assunto posizioni fredde verso Bruxelles, critiche verso l’euro (di cui da quest’anno la Bulgaria fa parte) e diffidenti verso la linea europea sul conflitto ucraino. La sua affermazione viene così letta anche come la possibile emersione di un nuovo fattore di disturbo dentro l’Unione, in un momento in cui l’Europa non può permettersi altri fronti interni. La sua retorica contro lo Stato-mafia parla alla frustrazione dei bulgari, ma sotto quella superficie si intravede una visione politica che può spostare Sofia su coordinate più nazionaliste, più scettiche verso l’integrazione e assai meno affidabili sul versante atlantico.
Per Bruxelles il timore è evidente. Dopo la sconfitta di Orbán in Ungheria, la Bulgaria di Radev rischia di trasformarsi in una nuova spina nel fianco a Est dell’Unione e della Nato. La sua vittoria non rappresenta soltanto il successo di una piattaforma anticorruzione. Porta con sé il rischio di una torsione politica più nazionalista, più euroscettica e più incline a riaprire canali con Mosca in un momento in cui l’Europa cerca invece compattezza.
Il declino dei vecchi padroni
Il voto segna anche il ridimensionamento del blocco conservatore di Gerb e del suo leader Boyko Borisov, protagonista della politica bulgara per oltre un decennio. La sua forza non scompare, ma esce sconfitta da una consultazione che ne certifica il logoramento. Per Radev questo risultato ha un valore simbolico oltre che numerico, perché la sua campagna si è nutrita proprio dell’attacco frontale alla vecchia élite di potere, accusata di aver trasformato la Bulgaria in un sistema chiuso, corrotto e dominato da interessi opachi.
Anche il resto del quadro politico esce frantumato. I liberali mantengono un peso, ma non abbastanza da contendere la centralità al vincitore. Sullo sfondo restano i nazionalisti e altre forze minori, dentro un Parlamento che continua a riflettere tutta la dispersione del consenso bulgaro. La vittoria di Radev è netta, ma non consegna automaticamente un sistema più ordinato. Al contrario, rischia di accentuare le tensioni tra il mandato politico del vincitore e la difficoltà di costruire una maggioranza credibile.
Vincere non significa governare
Radev ha rivendicato di aver “sconfitto l’apatia”, senza nascondere però che la sfiducia verso la politica bulgara resta profonda. Ha ringraziato i sostenitori, il suo staff e i bulgari all’estero, sottolineando la partecipazione al voto come primo segnale di una possibile inversione di tendenza. Tra le priorità ha indicato la riforma giudiziaria, lasciando aperta la possibilità di convergenze parlamentari su uno dei nodi più sensibili della vita pubblica bulgara.
Ma vincere non equivale automaticamente a governare bene. Radev arriva al potere con un mandato forte e con la promessa di ripulire un sistema screditato da anni di corruzione e instabilità. È su questo terreno che ora si misurerà la sua credibilità. Non più nella denuncia del vecchio ordine, ma nella capacità di sostituirlo con un assetto istituzionale più stabile e credibile.
Il voto, insomma, non chiude la crisi bulgara. Ne ridefinisce piuttosto i contorni. I cittadini hanno bocciato l’establishment che ha dominato l’ultimo decennio e hanno affidato a Radev il compito di aprire una fase nuova. Resta però intatta l’ambiguità politica del vincitore, la cui ascesa si è nutrita anche di una linea sempre più critica verso Bruxelles, fredda sul sostegno militare a Kiev e incline a riaprire il dialogo con Mosca.
Per questo il passaggio di Sofia va ben oltre il piano nazionale. L’Unione europea osserva la Bulgaria non solo per capire se il Paese riuscirà finalmente a darsi un governo stabile, ma anche per misurare la direzione strategica che prenderà uno dei suoi anelli più fragili. Radev ha ottenuto una vittoria piena. Ora deve dimostrare che non sarà soltanto il beneficiario del caos bulgaro, ma il leader capace di governarne l’uscita.