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Draghi, Scribonio e l’Italia malata di lenta crescita

Più ancora del debito pubblico è la bassa crescita il vero cancro dell’economia italiana – I confronti degli ultimi vent’anni con gli altri Paesi sono impietosi e mettono a nudo la debolezza dell’economia italiana – Finalmente anche tra i banchieri centrali cominciano a circolare idee nuove e la consapevolezza che le politiche restrittive deprimono la produttività

Draghi, Scribonio e l’Italia malata di lenta crescita

Nave con nocchiere in gran tempesta, riscriverebbe oggi Dante. Guardando all’Italia non più serva, eppur sempre difficile da governare. Ora al timone c’è un vero capitano di lungo corso. Riuscirà a ricondurla sulla rotta della crescita? Forse sì, se si guarderà dalle sirene che intonano il canto del debito pubblico troppo alto come fonte di ogni male italico.

Esaminiamo prima la malattia della lenta crescita che affligge l’Italia, e accenniamo ad alcune cause. Per concludere con una tesi finora controcorrente, ma che inizia ad affermarsi al di là dell’Atlantico.

La malattia. Se davvero fosse una nave, l’andatura dell’economia italiana sarebbe «avanti adagio, quasi indietro». Negli ultimi vent’anni il suo PIL è sceso dello 0,3% annuo. Se escludiamo l’annus pandemicus, è salito dello 0,2% annuo. Mentre il reddito per abitante, che è il metro più appropriato per valutare il benessere materiale, è comunque calato: -2,0% cumulativamente nel 2000-2019, -9,7% dal 2000 a oggi.

La caduta si evidenzia in tutta la sua gravità se dalle grandezze assolute si passa a quelle relative. Cioè si confronta il Pil pro capite italiano con quello delle altre nazioni. Un confronto che mette ancora più a nudo come la malattia della lenta crescita sia tipica dell’Italia. Perché nello stesso periodo di tempo le altre nazioni sono comunque andate avanti, nonostante abbiano pur esse dovuto affrontare la rivoluzione informatica, la concorrenza cinese, la crisi finanziaria, quella dei debiti sovrani e la pandemia. Al 2020 il reddito per abitante dell’Italia era sotto “quota 90”, fatto 100 il 2000, contro il 120 USA, il 118 tedesco, il 116 svizzero, il 105 francese e il 104 spagnolo.

Se facciamo il confronto a parità di potere d’acquisto, ossia tenuto conto di quanti beni sono “comandati” (avrebbe detto Adam Smith) da 100 euro, il risultato è ancora più impietoso: nel 2000 un italiano era sopra un francese (+5%) e poco al di sotto di un tedesco (-2%), di oltre il 20% sopra quello di uno spagnolo. Gli svizzeri erano già allora su un altro pianeta (-45%), e senza tener conto del reddito da capitale incassato dall’estero (ma neanche della remunerazione dei lavoratori transfrontalieri), e gli americani erano di quasi un quarto più ricchi (+23%).

Nel 2020 gli spagnoli hanno ridotto a un quarto  la distanza  (Italia +5,1% sopra Spagna), mentre Francia e Germania hanno nettamente allungato (-11% e -34% il differenziale dell’Italia, rispettivamente). La Svizzera ha raddoppiato il vantaggio (+87%) e gli USA lo hanno quasi triplicato (+66%).

Questi numeri documentano impietosamente la vera e grave malattia dell’economia italiana: la bassa crescita. Non il debito pubblico, come già abbiamo raccontato nell’articolo pubblicato da FIRSTonline il 27 marzo.

Tre numeri da imparare. Fredde statistiche, obietterebbe qualcuno. Allora, per meglio rappresentare il male italico della lenta crescita ecco tre numeri, da tener bene a mente: 11, 25, 44. Delineano una sequenza che tende all’infinito.

Nella Smorfia napoletana, che traduce i sogni nei segni aritmetici inventati dagli arabi, 11, 25 e 44 rispettivamente sono i topolini (‘E suricille), il Natale, e la prigione (‘E ccancelle).

Non pensiate, però che dare questi numeri sia un invito a contare ancora una volta sullo stellone della buona sorte, o di giocarli al Lotto invocando San Gennaro. Neanche tutti i Santi in Paradiso potrebbero far molto, se all’obiettivo di ritornare a un buon sentiero di sviluppo non crediamo e non ci impegniamo noi italiani per primi.

Realmente quei tre numeri sono gli anni di lavoro che occorrono a raddoppiare il reddito del Paese. Durante il boom postbellico, dal 1950 al 1970, ne bastavano 11. Vale a dire che ai ritmi di aumento di allora la ricchezza prodotta annualmente dall’Italia si moltiplicava per 12 volte nell’arco della vita lavorativa di una persona (40 anni).

Nei vent’anni successivi, comprendenti due shock petroliferi, il disordine monetario internazionale e, dentro il Paese, il terrorismo (491 morti e 1181 feriti), il numero di anni sale a 25. Alla velocità di quel periodo, tra l’inizio e il termine della carriera di lavoro ci si poteva aspettare di vedere aumentare il PIL italiano di oltre 3 volte. Mentre al passo degli anni Novanta non raddoppiava proprio, ma saliva di 1,9 volte (diventando 44) gli anni necessari). Pur sempre un aumento.

All’opposto, nel ventennio peggiore della storia economica patria, il 2000-2020, il PIL è andato indietro. Ci siamo, cioè, impoveriti. E potremmo aspettare all’infinito (Who can live forever? canterebbero i Queen) senza attenderci non solo il raddoppio, ma nemmeno l’aumento del reddito della nazione. Per non parlare del reddito per abitante.

La società si incattivisce. La mancata crescita è causa anche del peggioramento del clima sociale. Come spiega Benjamin Friedman: «Le dilaganti intolleranza e inciviltà e l’erosione della generosità e dell’apertura mentale, che hanno marcato aspetti importanti della società nel passato recente, sono stati, in misura significativa, una conseguenza della stagnazione dello standard di vita della classe media durante l’ultimo quarto del ventesimo secolo» (The Moral Consequences of Economic Growth, 2005).

Friedman si riferisce agli Stati Uniti, ma allarga subito il discorso a tutte le nazioni avanzate ed emergenti. Agli italiani, anzitutto alla loro classe dirigente, dovrebbero fischiare le orecchie. De te fabula narratur.

Se la società si incattivisce, la democrazia si indebolisce. E diventa più difficile spezzare le catene della stagnazione e del declino.

La produttività non va. Diagnosticata la malattia, per guarire occorre stabilirne l’origine. Perché l’economia italiana è passata da una delle più brillanti e sorprendenti performance del panorama mondiale al declino in così breve tempo?

L’analisi delle cause vicine e lontane (più lontane che vicine) richiederebbe non un articolo ma un tomo; e molti ne sono stati scritti e altri ne verranno vergati, presumendo originalità.

Per necessità e amore di sintesi qui ci concentriamo su un dato che è la cartina di tornasole della stagnazione: la produttività totale dei fattori, ossia quella parte della produttività non attribuibile al lavoro o al capitale.

L’andamento della produttività totale dei fattori è stato analogo a quello del PIL, essendo quella una componente di questo. La sua crescita è scesa nel corso del tempo fino ad annullarsi.

Perché questo appiattimento? Come farla ripartire?

Agire sui fattori dell’offerta. La produttività totale dei fattori è insieme misura ed essenza della crescita economica. Misura perché è parte del PIL e della sua dinamica. Essenza perché indica la capacità di un paese di combinare al meglio i fattori produttivi, capacità che dipende da imprenditorialità, sapere, coesione sociale e partecipazione, tensione al progresso, condivisione di valori, facilità di fare impresa, sostenibilità in senso ampio. Tutti elementi, economico-sociali, che gli economisti chiamano dell’offerta.

Quindi, logicamente gli stessi economisti concludono che se la produttività totale dei fattori non va bene, occorre migliorare gli elementi dell’offerta. E come si fa a migliorare gli elementi dell’offerta? I rimedi dipendono dall’elemento su cui si vuole intervenire.

Per esempio, per accrescere la certezza del diritto e il rispetto dei contratti, occorre avere una giustizia rapida e non soggetta a forti ondeggiamenti di interpretazioni. Ciò riduce l’incertezza sulla redditività degli investimenti, aumenta la fiducia e la propensione ad assumere rischi e investire, anche da parte di operatori esteri.

Oppure, per aumentare le competenze delle persone bisogna potenziare istruzione e formazione. In un mondo che cambia rapidamente, è indispensabile che la formazione sia continua. Perché, per parafrasare un detto dei nostri vecchi, non si può smettere mai di imparare.

O, infine, è importante un modo nuovo di fare impresa, dove l’imprenditore non sia più el paron, ma sia un leader di una squadra affiatata, dove tutti i dipendenti siano prima di tutto persone, che sono e si sentono coinvolte e partecipi, dove c’è attenzione non solo al prodotto ma anche alla clientela, all’innovazione, alla commercializzazione, al territorio, all’ambiente… Una visione e una missione condivise ampiamente tra gli imprenditori italiani, agita però da un numero decisamente minoritario. Tra il dire e il fare…

Sono solo esempi di un catalogo lungo e noto che contiene molti ulteriori ambiti in cui l’Italia può migliorare assai. Tenuto conto che gli altri paesi non stanno fermi, ma si ammodernano. E quindi il Paese deve correre per tenere il passo e insieme recuperare la distanza che la divide dal resto del gruppo dei paesi avanzati.

Su questi aspetti c’è grande accordo tra gli addetti ai lavori. Magari si discute su quali siano i più importanti e su come fare per riformare al meglio il sistema Italia.

Ma attenzione alla domanda. C’è, invece, un aspetto su cui per tanto tempo andava in voga la teoria dell’austerità espansiva. Una sorta di ossimoro. La teoria sostanzialmente dice che la riduzione dell’intervento pubblico nell’economia e soprattutto la riduzione del deficit e del debito pubblici liberano spazi all’azione privata, risorse da spendere per famiglie e imprese, e generano fiducia e intrapresa, cosicché l’economia riparte. E, per dimostrare ciò, si citano i casi di alcuni paesi in cui quella teoria avrebbe funzionato (tipo Danimarca, Belgio…).

Per i teorici dell’austerità espansiva, il debito pubblico è il nemico principale della crescita economica italiana. E la coincidenza temporale tra l’ascesa di quello e la discesa di questa viene indicata come prova che il debito pubblico fa male all’economia.

Lungi da noi asserire che il debito pubblico faccia bene o che la crescita si crei con il debito e la spesa pubblici. Altrimenti sarebbe facile far guarire l’Italia dal mal di lenta crescita. Tuttavia, tra i custodi supremi della stabilità monetaria, ossia i banchieri centrali, si è fatta strada l’idea che la politica economica espansiva non solo aumenti nel breve periodo la domanda e quindi il PIL, ma perfino faccia salire il potenziale di sviluppo di un paese. Perché include sempre più persone nei processi produttivi, le quali lavorando imparano e diventano più competenti. Inoltre, gli investimenti vengono stimolati dalle attese di maggiore domanda, e con più investimenti si aggiorna la tecnologia incorporata negli impianti. In entrambi i casi, aumenta la produttività. All’opposto, le politiche restrittive penalizzano la produttività.

Per inciso, ricordiamo che a sostenere per primo questa tesi fu Alan Greenspan, Presidente FED 1987-2006. E oggi l’ha ripresa con argomentazioni simili, ma in veste più social e più convincenti, Jerome Powell, Presidente FED in carica dal 2018. Entrambi certo non etichettabili come liberal e progressisti.

A confermare quella tesi c’è il fatto che le dure politiche di risanamento dei conti pubblici condotte dall’Italia negli ultimi 35 anni non hanno aumentato il potenziale di crescita del Paese. E, al contempo, la crisi dei debiti sovrani nell’Eurozona (2010-2012) ha dimostrato la fallacia della teoria della austerità-espansiva e contribuito a innescare pressioni deflattive molto pericolose che ancora non sono state arrestate.

Diceva Scribonius. Draghi, chiamato al capezzale del malato Italia, conosce bene il precetto di Scribonius Largus medico di corte nei primi anni della Roma imperiale: primum non nocere.

Perciò Draghi ha detto a chiare lettere che questo «non è il momento di chiedere soldi, ma di darli». Avrà fatto arricciare il naso a molti vedovi del ben pensare sui conti pubblici. Ma sa quello che dice. E grazie alla sua conseguente azione la capacità di crescere dell’Italia sarà aiutata.

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