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Downtown Abbey al cinema: sembra il Gattopardo

Il film di Michael Engler chiude la fortunata serie tv andata in onda prima Gran Bretagna e poi nel resto del mondo: ricorda il capolavoro di Luchino Visconti del 1963 – TRAILER.

Downtown Abbey al cinema: sembra il Gattopardo

Giudizio dell’autore:

Risultati immagini per tre stelle su cinque

La visita dei reali d’Inghilterra nel castello di una aristocratica famiglia nello Yorkshire riapre antichi dissapori e conflitti tra i vari livelli del palazzo: il piano superiore dove vivono i nobili e quello inferiore dove lavora la servitù. Downtown Abbey, firmato dal regista inglese Michael Engler, con una rilevante esperienza televisiva è il film che chiude la felicissima serie andata in onda con grande successo prima in Gran Bretagna e, con una certa sorpresa, negli Stati Uniti e nel resto del mondo. La storia cinematografica si racchiude tutta nel breve arco di tempo durante il quale, nel 1927, il re d’Inghilterra, Giorgio V e consorte si recano in visita di cortesia nella sfarzosa dimora della famiglia Grantham. Al suo interno convivono anime diverse, mondi separati che si trovano a condividere il comune destino di un sistema destinato a mutare profondamente. O forse no.

La vicenda si svolge in un periodo di grandi mutamenti: in Europa, dopo la prima guerra mondiale, si avvicinano i fantasmi del nazismo e del fascismo; le antiche aristocrazie che hanno governato il continente non sembrano più in grado di reggere la tensione politica e avvertono il sentore di una nuova era dove il loro ruolo potrebbe essere radicalmente ridimensionato. Al piano di sotto del castello, dove vive e lavora la servitù, si aggirano tensioni prima personali (intrighi amorosi) e poi politiche che vede da un lato la fedeltà alla corona e dall’altro la tentazione repubblicana (la questione irlandese). I due mondi, formalmente, comunicano tra loro ed hanno in comune lo stesso obiettivo: cercare di sopravvivere al nuovo che avanza. La vicenda vedrà tutti felici e contenti, almeno nelle sofisticate quanto formali apparenze.  

In ordine alcune osservazioni. Anzitutto tecniche: tutto è meravigliosamente ricostruito in modo impeccabile, la cura dei dettagli è oltremodo minuziosa e senza dubbio fascinosa. Gli inglesi sono maestri in questo lavoro. Per trovare qualcosa di simile nel nostro cinema è necessario ricordare Il Gattopardo di Luchino Visconti: la scena del ballo è quasi sovrapponibile. La recitazione non è da meno: si avverte subito una scuola di alto livello sia per i protagonisti principali sia per le comparse e i comprimari. La scrittura è colta e raffinata, seppure sempre orientata ad un versante della vicenda: come se i due mondi parlassero lingue diverse. Al piano di sopra arguti e sofisticati, al piano di sotto ruvidi ed essenziali.  

Invece, per quanto riguarda la natura, l’essenza, del film non sono poche le perplessità. Certamente, il successo televisivo è sufficiente a tacitare molte osservazioni critiche: il pubblico “potrebbe” avere sempre ragione e per diventare una delle serie più seguite nel mondo ci saranno pure tanti buoni motivi (la serie ha vinto molti premi: Emmy, Golden Globe). Certamente si premia la logica dell’intrigo, del conflitto, della tensione per il potere che da sempre ha affascinato tanta storia e  tanta letteratura. La dimensione narrativa a segmenti, intervallata e frantumata nello spazio e nel temo, propria delle produzioni seriali è la cifra della contemporaneità del mondo audiovisivo. Il cinema, però è altra cosa.

Presuppone anzitutto un racconto concluso, con una sua trama, con un suo inizio e una sua conclusione (salvo poter prevedere e anticipare un possibile sequel). In questo caso (non avendo visto nessuna puntata delle serie televisiva) ci dobbiamo accontentare di quello che passa il “castello”: uno spettacolo cinematografico leggero, senza infamia e senza lode, un prodotto destinato all’usa e getta del grande schermo, non aggiunge e non toglie nulla a quanto già visto in tante pellicole del genere. Il nostro Gattopardo, 1963, ha anticipato tutto di quasi mezzo secolo. Con la mentre a questo originale, difficile trovare di meglio. 

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