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Deutsche Bank ai raggi X: i conti e i 2 grandi difetti

Il gigantismo e la speculazione come modello di business sono le due grandi debolezze di Deutsche Bank, che si riflettono nei suoi conti, dominati da una valanga di derivati (615 miliardi) – Oggi la banca tedesca ha una “leva” sul patrimonio molto più alta di quella di Lehman Brothers (41 a 33) ed è al bivio: cedere asset o chiedere soldi al mercato – La lezione da trarre

Il 30 settembre scorso il capo della Deutsche Bank, John Cryan, ha spedito un messaggio ai dipendenti lamentando che la sua banca era diventata bersaglio della speculazione. Il 3 ottobre abbiamo conosciuto la reazione del vice-cancelliere tedesco Sigmar Gabriel, il quale non sapeva se ridere o infuriarsi nel vedere quella banca, che ha trasformato la speculazione in un modello di business, dichiararsi vittima della stessa speculazione.

I corsi di Borsa della prima banca tedesca (settima nel mondo occidentale) hanno preso ad essere fortemente volatili soprattutto da quando il Department of Justice americano ha brandito a mo’ di spada di Damocle una multa di 14 miliardi di dollari per le pratiche altamente censurabili della DB negli Stati Uniti tra il 1999 e il 2009. Pratiche giudicate fraudolente, adottate da una consociata americana (MortgageIT) specializzata nei crediti ipotecari, che la DB aveva acquistato nel gennaio 2007. L’interrogativo consiste nella misura definitiva di questa multa: se sarà superiore ai 5,5 miliardi accantonati allo scopo, la DB dovrà fronteggiare un ammanco di patrimonio.

Ma come si presenta la DB nei suoi ultimi conti? La situazione più recente è al 30 giugno scorso. La banca esibiva un totale attivo di bilancio pari a 1.803 miliardi di euro (più del PIL italiano) a cui fronteggiava un patrimonio “nominale” di 66,8 miliardi. Tuttavia, le preoccupazioni vengono nel pensare che in quegli attivi si ricomprendono poste riferibili a contratti derivati (saldi attivi) per un ammontare pari a 615 miliardi; si tratta di partite altamente speculative delle quali i dirigenti della banca si sono innamorati dal 1990 in avanti. Da quell’anno, in DB ha contato sempre più la finanza (la speculazione come modello di business citata da Sigmar Gabriel) e sempre meno l’economia reale.

Quanto al patrimonio “nominale” che si legge nel bilancio v’è da dire che esso è rappresentato da alcune partite assai incerte: 8 miliardi di avviamenti, 3,7 miliardi di imposte differite e altri 5,7 miliardi che secondo le regole di Basilea vanno dedotti dal patrimonio nominale per calcolare il patrimonio di vigilanza. Questo infatti si riduce a 43,6 miliardi. Last but not least, negli attivi ve ne sono alcuni di qualità pessima (cosiddetti livello 3), la cui valutazione non si basa su valori di mercato perché essi non esistono: sono 28,8 miliardi di euro costituiti da partite illiquide e a valutazione… soggettiva. La “leva” della DB calcolata sul patrimonio di vigilanza era quindi di 41:1. Molto più di quella (33:1) che mostrava la Lehman Brothers quando le autorità americane decisero, improvvidamente, di farla fallire; ma va detto che la banca americana aveva anche 70 miliardi di dollari di attivi tossici che, da soli, spazzavano via tutto il patrimonio.

Come sta accadendo per molte banche italiane (Monte dei Paschi et similia) il mercato valuta le banche a prezzo assai vile. Nel caso della DB, al 30 giugno il patrimonio netto tangibile per azione era dichiarato in 44,54 euro a fronte di una quotazione minima toccata recentemente dall’azione in borsa pari a 9,9 euro e di una chiusura attuale inferiore ai 12 euro: uno sconto di oltre il 70% che in valore assoluto supera i 40 miliardi. Né vi sono speranze che la gestione corrente possa sanare questa situazione. L’utile netto dei primi sei mesi 2016 è diminuito dell’81% rispetto all’anno prima. Il ROE nei sei mesi è dichiarato pari allo 0,7% e l’indicatore cost/income (che rivela l’efficienza della gestione) è al 90%, valore elevatissimo. Ecco spiegata la fuga di alcuni grandi clienti della banca (gli hedge fund).

Un ristoro di patrimonio potrebbe avvenire cedendo attivi oppure chiedendo soldi al mercato. La prima soluzione significherebbe un rimpicciolimento della banca le cui logiche sono state sinora di tutt’altro segno. Usando i dati dell’ultima indagine R&S sulle banche internazionali, la DB figura tra quelle che si sono maggiormente espanse tra il 2006 e il 2014; ciò in barba alla “linea” del rimpicciolimento che la BRI aveva tentato di affermare all’indomani della grande crisi. La rincorsa agli altri giganti (HSBC, JP Morgan Chase, BNP, Crédit Agricole, Barclays, Bank of America e Citigroup) è avvenuta espandendo l’anima speculativa, quella più pericolosa.

E ora il conto da pagare è alto: cedere attivi (Abbey Life, partecipazione nella cinese Hua Xia Bank e altro) o chiedere soldi al mercato in una situazione assai complicata. Secondo i top investors intervistati dal Financial Times (v. edizione del 2 ottobre scorso) i problemi sarebbero notevoli. Decisamente un bel ridimensionamento d’immagine rispetto a quel fatidico 1990, quando – come ha ricordato Eric Le Boucher su Les Echos del 30 settembre – in Germania esisteva un Olimpo con tre dei: la cancelleria di Helmut Kohl, la mitica banca centrale (Buba) e per l’appunto la Deutsche Bank che teneva insieme saldamente il modello industriale renano.

Quale lezione trarre? In primo luogo evitare la formazione di banche così grandi che diventano vere e proprie “bombe” sul mercato (termine usato da Timothy Geithner in Stress Test, 2014); è una lezione vecchia, nota e assodata; ma pare che le recenti chiamate alla concentrazione ulteriore da parte delle banche centrali europee (e del nostro governo) ci spostino in un mondo fatto di incompetenze e di opportunismi.

È evidente che la DB non potrà in nessun caso essere fatta fallire poiché le conseguenze sarebbero ancor più gravi di quelle che sono derivate dalla bancarotta della Lehman Brothers (grosso modo, tre volte tanto a giudicare dal volume di attivi in gioco). È quindi rimasto intatto quell’azzardo morale legittimato dal TBTF (Too Big To Fail) che a parole si era detto di abolire. Questi fallimenti evitati non potranno che ricadere sulle spalle (e sui risparmi) dei cittadini.

Un’altra lezione da trarre è quella che riguarda l’accesso ai mercati. Se la situazione è critica una grande banca incontra anch’essa difficoltà a ricapitalizzarsi. Non è vero, pertanto, che le banche piccole debbono aumentare di dimensione per garantirsi l’accesso al mercato. Per una banca piccola la ricapitalizzazione è un piccolo problema, per una banca grande il problema si ingigantisce.

Ma queste sono considerazioni persino banali, provate da una lunga storia di casi e stupisce che si debba ancora ricordarle. Forse val la pena ricordare la massima che Michael Lewis ha scritto nella prima pagina del suo libro dedicato a “The big short” (la grande speculazione, 2010): le questioni più difficili possono essere spiegate all’uomo più sprovveduto se egli non si è già formato nessuna idea su di esse; ma la cosa più semplice non può essere chiarita all’uomo più intelligente se egli è fermamente convinto di sapere già tutto (Leone Tolstoi, Il Regno di Dio è in Voi, 1897).

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