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Kriege und Öl: Schein-Embargos, wahre Bereicherung

Gli analisti indipendenti all’attacco. Ecco perché le narrazioni non corrispondono alla realtà. La Russia frena le vendite petrolifere, ma solo per i problemi di approvvigionamento interno. A violare gli embarghi sono proprio tutti, con il sistema delle triangolazioni. Mentre le grandi società petrolifere con le guerre continuano a incamerare corposi extraprofitti.

Kriege und Öl: Schein-Embargos, wahre Bereicherung

L’embargo petrolifero imposto alla Russia? Una finta, un inganno, perfino un’operazione di mistificazione mediatica. La Russia continua esportare allegramente in Europa, seppure per vie traverse. E se chiude parzialmente i rubinetti lo fa solo per i problemi interni: la sua carenza di carburante provocata dall’inattesa efficienza dei droni ucraini, la fame di energia per alimentare l’ingorda macchina bellica. I disastri economici provocati dalle guerre? Per le compagnie petrolifere tutto il contrario. Continuano anche adesso a imbarcare copiosi denari aggiuntivi. Zusätzliche Gewinne dai dolori altrui, insomma.

La narrazione vera di quello che sta succedendo sui mercati energetici viene con non poche timidezze dai mezzi di informazione, ma più chiaramente dall’opera degli analisti, quelli più liberi di muoversi tra numeri e cifre reali. Uno scenario emblematico quanto sconfortante. Emblematico della difficoltà di decrittare e mostrare correttamente quello che sta accadendo. Sconfortante perché mostra quanto poco convenga a molti manovratori l’interruzione di un gioco che garantisce a qualcuno lauti profitti, seppure a prezzo di sangue e distruzione. Ecco una mappa ragionata di quel che accade.

Come funziona il gioco delle forniture fantasma

Guerre e sanzioni, reprimende e embarghi. Funzionano? No. Nonostante gli ostacoli fisici ai gasdotti che attraversano zone belliche e il tramonto del Nord Stream dalla Russia, che è stato fatto saltare in aria da manovratori ancora ben nascosti dietro gli interessi sia ucraini che americani, l’Unione Europea rimane un corposo acquirente del gas russo che arriva via tubo. Ed è il principale acquirente di quello liquefatto da Putin e trasportato via nave. Come può accadere? Semplice: attraverso importazioni occultate, ma soprattutto con un sistema di Triangulationen di tutti i prodotti petroliferi: la Russia vende a qualcuno prodotti grezzi o raffinati e questo qualcuno rigira a noi.

Dati e metodi emergono dall’ultimo report, datato luglio scorso, diffuso dal Centre for Research on Energy and Clean AIR (CREA). “L’Unione Europea – si legge nel report – rimane il maggior acquirente di Gnl russo, rappresentando quasi la metà, il 49%, delle esportazioni totali di Gnl dalla Russia”. Il resto va alla Cina con poco più del 30% e alla Turchia (che, va ricordato, è membro della NATO sin dal 1952).

Se si considera il totale delle risorse energetiche russe nel luglio scorso l’Unione Europea è stata il quarto maggior acquirente mondiale, sborsando ai russi circa 1,5 miliardi di euro. Vero è che la parte del leone l’hanno fatta i due paesi che forzano apertamente i blocchi europei confermando la loro acquiescenza, se non vicinanza, con la Russia: l’Ungheria con acquisti per poco meno di mezzo miliardo di euro, seguita dalla Slovacchia con circa 300 milioni. Ma è anche vero che circa un terzo dell’esborso complessivo dell’Europa verso la Russia riguarda partite di GNL triangolate tramite trader e approdate in molti paesi insieme ad altre forniture petrolifere.

Al gioco ha partecipato anche l’Italia. Con le triangolazioni, appunto. Triangolazioni illegali rispetto al divieto della UE sulle importazioni di prodotti petroliferi derivanti dal greggio russo entrato in vigore il 21 gennaio 2026. Nel luglio scorso – afferma il CREA nel suo report – sono state scaricate nei porti dell’Unione Europea, compresi quelli italiani, 18 spedizioni di prodotti petroliferi provenienti proprio “da raffinerie che utilizzano greggio russo, identificate come ad alto rischio secondo le linee guida della UE”. In aumento rispetto alle otto spedizioni di giugno. Otto spedizioni sono giunte dalla Turchia, cinque dalle raffinerie indiane, altre cinque della Georgia. Tra i porti raggiunti da queste spedizioni – secondo il CREA – ci sono anche quelli italiani (a meno di augurabili smentite dagli interessati) oltre a quelli croati, francesi, greci, olandesi e maltesi.

Per la Russia una crisi petrolifera tutta interna

Certo, una strozzatura evidente ha riguardato il gasolio raffinato, ovvero il carburante diesel per le nostre macchine e camion. Qui le triangolazioni poco hanno potuto fare per mantenere una quota importante del 30% circa del diesel che importavamo della Russia prima delle guerre e degli embarghi, in un mercato che vedeva una sovracapacità di raffinazione dell’Europa e anche l’Italia nella benzina (che abbiamo sempre esportato perfino negli Stati Uniti) mentre la produzione del diesel è sempre stata insufficiente. Ed è questa la ragione delle maggiori tensioni sulle forniture sui prezzi che stanno colpendo anche in questi giorni in misura maggiore il diesel italiano rispetto alla benzina.

Tensioni che rimarranno. La Russia infatti deciso di prolungare rispetto alla scadenza dello scorso luglio, per ora alla fine di agosto ma poi chissà, il divieto di esportazione di gasolio ma anche in parte per benzina e cherosene aeronautico. Questo per fronteggiare i disastri provocati dagli attacchi ucraini alla sua raffinazione e ai suoi depositi. Una strozzatura che sta provocando un effetto domino, con ulteriori tensioni un po’ sulle disponibilità e molto sui prezzi, spostando importanti quote di mercato sulle forniture dagli Stati Uniti, complice la richiesta da parte di grandi acquirenti che tradizionalmente si rifornivano dalla Russia, come Brasile e la Turchia.

Ecco come festeggiano i signori del petrolio

C’è chi brinda allegramente a tutto ciò, dicevamo a proposito di tensioni più sui prezzi che sulle quantità, con forti sospetti di speculazione. Nel marzo scorso FIRSTonline aveva bereits hervorgehoben come l’America di Trump fosse riuscita ad incamerare dal gas Gnl piazzato in Europa per compensare la crisi delle forniture dall’oriente extraprofitti comparabili alle spese per la guerra all’Iran. Una sorta di “autofinanziamento” improprio, insomma.

A scoprire il coperchio del geo-pentolone petrolifero erano poi stati, nell’aprile scorso, gli analisti di Global Witness in un report pubblicato dal quotidiano britannico Guardian, che ora rincara la dose con una neue Untersuchung davvero pungente, rilanciata in Italia dal portale specializzato QualEnergia. Solo nel secondo trimestre di quest’anno le otto maggiori compagnie petrolifere quotate nel mondo avrebbero incamerato complessivamente utili netti per quasi 93 miliardi di dollari rispetto a poco meno di 50 miliardi dello stesso periodo dello scorso anno. Un balzo vicino al 90% che secondo i calcoli della testata inglese fanno oltre 700mila dollari di profitti al minuto.

La compagnia dei beneficiari – si sottolinea – è capeggiata da Saudi Aramco (la compagnia nazionale Saudita) con un progresso di oltre un terzo dell’utile che ha raggiunto i 33 miliardi di euro. Niente male per le americane ExxonMobil e Chevron, con utili rispettivamente raddoppiati a 14 miliardi di dollari, mentre la seconda esibisce 12, 2 miliardi di dollari, quintuplicando il risultato del 2025. Niente male per gli altri, mentre la nostra Eni, secondo quanto riporta il Guardian si deve accontentare di un progresso più limitato: 1, 4 miliardi di dollari contro 1,3 miliardi dell’anno precedente. Per tutti, globalmente, si registra un aumento della capitalizzazione complessiva che ha superato i 3mila miliardi di dollari, con una crescita di circa 600 miliardi.

Insomma, non manca la carne al fuoco per il dibattito sull’opportunità e sulla praticabilità o meno di ricavare da una tassazione sugli extraprofitti delle società petrolifere le risorse per compensare almeno in parte gli sconquassi determinati proprio da quelle guerre che riempiono le casse di qualcuno.

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