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Covid-19: i medici di famiglia sono la vera arma di difesa

Di fronte al possibile insorgere di nuovi focolai è fondamentale la velocità di risposta alla pandemia, possibile solo rendendo centrale il ruolo dei medici territoriali che potranno diagnosticare e isolare con tempestività la presenza di nuovi contagiati.

Covid-19: i medici di famiglia sono la vera arma di difesa

A mali antichi, antichi rimedi. Sanitari, certo, ma anche sociali. E più che le app servirebbe far funzionare sinapsi e neuroni.

Contro le pandemie le armi della medicina specialistica sono spuntate. E, infatti, nell’emergenza tutti gli specialisti sono tornati a essere quel che sono anzitutto: medici.

Non fraintendiamo: il progresso serve, eccome. La rapidità, grazie alla scienza e alle tecnologie informatiche, di mappare il genoma del virus e di scandagliare i farmaci esistenti, per trovare quello che meglio possa rallentare la degenerazione dell’infezione e ridurre la mortalità, è utilissima.

Tuttavia, come dimostrano i casi di Taiwan e, più vicino a casa nostra, della Slovacchia, la velocità di risposta alla pandemia è la chiave del successo. Assieme a un altro ingrediente, che i tedeschi hanno subito imparato dai lombardi (anche Bratislava ha appreso dal caso italiano): evitare di ospedalizzare i contagiati e trasformare pronti soccorso e sanatori in potenti veicoli del contagio.

Sarebbe stato possibile anche in Italia? Sarà possibile? Perché: dobbiamo assolutamente evitare un nuovo incendio individuando e spegnendo sul nascere i focolai (che ci saranno); questa pandemia non sarà l’ultima, piuttosto la prima di una serie.

Come fare? Imparando dagli errori e dalle buone pratiche degli altri e nostri. Molte sono le lezioni che si possono trarre da quel che è successo e sta succedendo altrove. A parità di capacità di terapia intensiva. Per esempio, che la app non funziona (Singapore docet): per tracciare e localizzare sono più veloci, precise e tempestive per elaborarne i dati le celle telefoniche.

E ancora: l’obbligatorietà dell’uso delle mascherine, che da sola basta ad abbassare l’ormai famoso R0 sotto 1 e quindi far spegnere l’epidemia. Business per i produttori di mascherine? Tutt’altro: anche quelle fatte in casa funzionano bene.

Ma torniamo alla velocità. Tutti sanno che prevenire è meglio che curare. E che una diagnosi precoce può salvare la vita. Questo vale anche per una pandemia in assenza di farmaci e vaccini. Come si può fare? Di nuovo, torna utile osservare e capire quel che accade altrove: i casi ancora di Taiwan, che ha agito addirittura prima che la Cina chiudesse Hubei, e della Slovacchia insegnano. Eppure, questo potrebbe non bastare. 

In Italia abbiamo l’arma giusta: i medici sul territorio, i medici condotti di una volta. Un’arma antica, appunto, contro un male antico a cui non siamo più abituati, la pandemia, appunto.

Infatti, molte delle difficoltà che i moderni sistemi sanitari stanno mettendo a nudo dipendono dal fatto di dover affrontare tale male antico: una pandemia fortemente contagiosa e con tassi di letalità elevati. Adesso, a disastro avvenuto, si sente spesso dire, a ragione, che una pandemia non può venire affrontata in ospedale ma deve prima essere arginata sul territorio. Su questo punto quasi tutte le sanità occidentali, ma non solo, sono state messe sotto scacco, pur con differenziazioni nazionali e regionali.

Se il male è antico, anche i rimedi che meglio hanno funzionato sono quelli antichi. Molti sono andati a rivedersi le ordinanze della Serenissima Repubblica di Venezia, trovando grandi analogie con gli attuali quarantena e distanziamento sociale. Anche il Ducato di Milano reagì isolandosi durante la peste del 1300. Con quaranta giorni si era ragionevolmente sicuri di coprire l’intero ciclo della malattia, prima e dopo.

Inoltre, l’altro antidoto cruciale è quello di cogliere il prima possibile qualsiasi segnale del male. Questa sembra essere stata una delle manchevolezze maggiori dei sistemi sanitari e di igiene pubblica moderni. Perché aspettano di cogliere dall’ospedale il segnale. In questo modo si è privi di qualsiasi avamposto. 

Qui entrano in gioco, proprio come delle sentinelle, i medici condotti. Cioè quelli che oggi si chiamano i medici di medicina generale (MMG). È un fatto noto che già a dicembre veniva segnalata una anomale insorgenza di persistenti polmoniti, ma quel segnale non fu colto anche perché non esisteva il canale di trasmissione. A chi mandarlo? Quanti drammi, umani ed economici, avremmo evitato se ciò fosse avvenuto. La Germania ha subito allertato i medici sul territorio e ha conseguito ottimi risultati, anche perché ha osservato gli errori lombardi e non li ha ripetuti.

Perché da noi non è avvenuto? Perché il paradigma sanitario moderno è un altro, un paradigma nel quale i medici di medicina generale appaiono un elemento vetusto, più utile a fare argine al malcontento originato da riforme, come quelle della Lorenzin (poteva chiamarsi in altro modo: sono la filosofia e gli interessi sottostanti che contano), che non ad arginare il Covid-19.

I dati elaborati da REF ricerche, invece, sul numero di assistiti per medico, quindi di converso la disponibilità di MMG sul territorio, mostrano chiaramente sia la diversa dotazione nelle varie regioni italiane, sia la dinamica dal 1997 al 2017. Nel caso lombardo il carico per medico è aumentato del 30%. O, se si preferisce, la disponibilità di MMG è diminuita del 30%. 

L’impressione è che questo paradigma continui ad orientare quanto sta avvenendo oggi in Fase 1 e si protrarrà nella Fase 2. Una delle esigenze conoscitive più avvertite è ancora adesso quella di sapere quanti siano davvero i contagiati, ad esempio, nella martoriata Regione Lombardia e, dunque, su quale livello di probabile immunità si possa sperare (ammesso che l’immunità esista). 

Perché nessuno ha mai pensato di inoltrare settimanalmente ai MMG un brevissimo questionario? Fatto di appena tre banali domande

  1. Quanti sono i vostri pazienti Covid conclamati per sintomatologia? E che non hanno potuto fare il tampone?
  2. Quanti sono i vostri pazienti paucisintomatici ?
  3. Stanno emergendo sintomatologie con decorsi anomali ? Se sì, quali ?

Naturalmente la Regione Lombardia ha preferito una app (e Apple e Google, con sapiente operazione di marketing, si sono unite per svilupparne una fantastica) che ha riscosso ben poco successo, visto che solo il 10% dei lombardi l’ha scaricata e appena un terzo di questi ha provveduto successivamente ad aggiornare le informazioni. E quanto può essere significativo un campione costituito solo da quelli che, per ragioni demografiche e sociali, hanno quella app?

È facile prevedere cosa accadrà della app nazionale, nata sotto auspici ancora meno favorevoli. La preoccupazione per la privacy toglierà all’operazione ogni efficacia, in quanto non è obbligatoria e non è stato introdotto nessun incentivo per usarla.

Lasciando da parte il dubbio valore – ed anche la estrema pericolosità – di una auto attribuzione di semaforo verde o rosso, aver scelto la tecnologia Bluetooth, piuttosto che la geolocalizzazione, impedisce di ricavare una delle informazioni più importanti e cioè dove eventualmente si manifesterà un nuovo focolaio

Un sistema alla coreana (del Sud, si capisce) o taiwanese avrebbe un potenziale immenso, ma così non potrà essere nel nostro caso. E questo non tanto per una questione di privacy o di democrazia, quanto per la nostra caratteristica sfiducia nelle catene sociali “lunghe”, come quella che ci lega allo Stato centrale. Gli stessi modelli di calibrazione matematica, come quello messo a punto da Ref Ricerche per l’Emilia Romagna, registrano le oscillazioni verso l’alto del parametro R0, ma purtroppo con circa 10 giorni di ritardo.

Non dobbiamo illuderci: con la parziale riapertura si riaccenderanno nuovi focolai. Il caso spagnolo, purtroppo, sembra già dimostrarlo, con nuovi casi in aumento dopo il riavvio di molte attività lunedì 13 aprile. Piuttosto dobbiamo essere in grado di individuarli immediatamente. 

Per questo è cruciale metter in gioco il sensore naturale dei potenziali nuovi focolai rappresentati dai MMG, i quali potrebbero prontamente segnalarli prima che sfocino in un nuovo incendio. Non ci serve affatto un meccanismo di rilevazione epidemiologica basato sulla statistica campionaria, ma occorre una rilevazione capillare.

Questo sarebbe anche il primo serio intervento in direzione della medicina territoriale, di cui oggi tanto si parla, con il rischio che passato lo spavento ben poco si faccia. Finché non arriverà la prossima epidemia.

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