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Clima e energia, dopo Davos 2020 focus su Terna e le utility

Si spengono i riflettori sul meeting svizzero e si riaccendono quelli sulla transizione energetica – Una sfida complessa che richiede investimenti e visione chiara del futuro – Ferraris: “Una rivoluzione paragonabile a quella industriale è in arrivo”

Clima e energia, dopo Davos 2020 focus su Terna e le utility

Lotta ai cambiamenti climatici e energia: si spengono le luci sul World Economic Forum di Davos 2020 e si riaccendono i riflettori sulla transizione energetica. Il tema di come affrontare la produzione, distribuzione e in definitiva il consumo di energia non poteva restare escluso dal meeting svizzero dedicato quest’anno all’enigma di come proteggere il pianeta nei prossimi 10 anni e in prospettiva futura dai rischi del surriscaldamento climatico. Decarbonizzazione, digitalizzazione, corsa alle rinnovabili, smart city, mobilità elettrica sono alcune delle chiavi per risolvere l’equazione energetica. “Quando cambia l’energia, cambia il mondo. Ora che inizia un nuovo decennio, il percorso del cambiamento deve accelerare”. Così Jeffrey Martin presidente e Ceo di Sempra Energy, il gruppo di San Diego, California, focalizzato sulle infrastrutture elettriche e del gas, ha messo sul tavolo dell’élite industriale mondiale l’importanza della sfida che è in corso.

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E’ vero che l’energia è un potente fattore di cambiamento ed è vero che è in gioco una trasformazione epocale. Di fronte ai 5 rischi climatici più rilevanti del Global risks report 2020 , tutti imputabili alle condizioni climatiche estreme, un’impronta energetica più sostenibile può energicamente contribuire a riportare il termometro a valori meno incandescenti. E di questo si è parlato, anche, a Davos. Per avere un’idea concreta delle variabili in gioco, basta ricordare che il consumo di energia primaria è aumentato del 70% tra il 1990 e il 2018, spostandosi da Ovest a Est: la Cina ha più che quadruplicato i propri consumi (da 684 a 3.273 MTep, milioni di tonnellate equivalenti petrolio), le emissioni di CO2 hanno raggiunto un livello record nel 2018 attribuibile per quasi la metà (49%) alle Tigri del Sud-Est asiatico. E non arretrano: al 22 gennaio, proprio mentre il Gotha dell’industria e delle istituzioni mondiale era riunito a Davos, a discutere di clima e sostenibilità, l’Osservatorio di Mauna Loa nelle Hawaii registrava 414,08 ppm (parti per milione) quando il livello di sicurezza dovrebbe attestarsi a 350.

 A fronte di questi numeri che illustrano la complessità della sfida, l’America di Trump fa orecchie da mercante e l’Europa di Ursula Von del Leyen lancia al contrario, responsabilmente, un Green New Deal che dovrebbe portare l’Ue alla completa decarbonizzazione entro il 2050. L’Italia si adegua anche se le risorse messe in campo dal governo appaiono del tutto insufficienti (4,9 miliardi fino al 2023 contro i 50 miliardi impegnati dalla Germania) a raggiungere gli obiettivi ambiziosi che pure vengono fissati dal Piano nazionale energia e clima (Pniec) da poco definitivamente approvato e inviato a Bruxelles.

L’ITALIA E LA TRANSIZIONE, IL RUOLO DELLE IMPRESE

L’Italia ha accolto gli obiettivi al 2030 del Clean energy package della Ue: riduzione delle emissioni CO2 del 40% rispetto al 1990, incremento delle rinnovabili al 32%, aumento dell’efficienza energetica al 32,5%. Enel ha lanciato un forte piano di investimenti con la previsione di spendere 14,4 miliardi, circa il 50% del capex totale, per sostituire progressivamente la generazione convenzionale, accelerando sulla crescita delle rinnovabili. A2A ed Hera sono anche loro proiettate verso una maggiore decarbonizzazione, Snam punta invece sul gas rinnovabile e sull’idrogeno, grande protagonista a Davos. Infine la mobilità elettrica avanza nei piani delle aziende, non solo per il trasporto privato ma anche per quello pubblico. Atm, la municipalizzata milanese, porterà i bus elettrici a quota 200 entro fine anno e lo scorso luglio ha assegnato una gara per altri 250 e-bus.

OPer centrare gli obiettivi del Pniec, una montagna di nuovi megawatt solari ed eolici dovrà arrivare in rete con il suo carico di instabilità e non programmabilità. Secondo i calcoli di Cdp il gap stimato al 2030 è di 31 GWatt da realizzare mentre nel trasporto pubblico servirebbero almeno 30.000 nuovi autobus. L’impatto della transizione sulle infrastrutture, secondo le stime di Confindustria Energia in base ai piani dei principali player, richiederà 96 miliardi di investimenti in infrastrutture e potrebbe generare un valore aggiunto sull’economia nazionale di 142 miliardi.

LA TRANSIZIONE E IL PIANO TERNA

Il nuovo contesto mette sotto pressione i gruppi Tso (Transmission system operator) che, come Terna in Italia, assicurano la stabilità e la sicurezza della rete di trasmissione elettrica nazionale sulla quale impattano tutti questi cambiamenti in arrivo. Per avere un’idea di cosa significa in concreto transizione energetica, basta ricordare che il sistema elettrico sta passando da un modello basato su circa 250 centrali di produzione a un sistema di generazione distribuita che oltre ai 250 impianti di cui si è detto deve fare i conti anche con oltre 800 mila potenziali impianti (tra rinnovabili, veicoli elettrici, batterie di accumulo) e 40 milioni di unità di consumo.  “E’ una rivoluzione – ha detto di recente il Ceo Luigi Ferraris – paragonabile a quella industriale, che avrà necessariamente un impatto sull’attività di Terna”. Ed è per questo che Ferraris ha lanciato un piano di investimenti da 6 miliardi nel quinquennio 2019-2023, in aumento del 55% sul precedente piano 2017-2021.Un piano kolossal, mai visto prima, che punta anche sulle interconnessioni oltre frontiera: l’ultima da poco resa operativa è quella tra Italia e Montenegro ma altre due sono in costruzione con la Francia e l’Austria ed altre 9 sono state pianificate e in corso di autorizzazione. Nel nuovo quadro, infatti, non ha più senso parlare solo di sistema nazionale ma occorre guardare ad un sistema europeo integrato.

 Uno sforzo enorme, quello di Terna, che vede al suo attivo l’entrata in esercizio di progetti per 3 miliardi (a consuntivo per il 2017, 2018 e parte del 2019) con il riassetto delle aree metropolitane di Milano, Genova, Roma, Napoli e Palermo e l’entrata in funzione del cavo che finalmente collega Capri al Continente oltre al secondo cavo per il collegamento con Sorrento. Da completare il SaCoI 3 tra Sardegna, Corsica e Italia, l’elettrodotto Gissi-Foggia in Puglia e quello Paternò-Pant-Priolo in Sicilia. Le grandi opere, come quelle tra Italia e Francia o tra Italia e Montenegro, vengono realizzate con cavi sotterranei o sottomarini: impatto zero sull’ambiente. E ancora: investimenti per digitalizzare la rete e disporre così di dati in tempo reale (o addirittura in anticipo) su guasti, picchi di copertura, carichi di tensione. In complesso, 13,4 miliardi in 10 anni per lo sviluppo della rete elettrica nazionale. Il tutto mentre chiudono gli impianti termoelettrici tradizionali messi fuori mercato proprio dalla transizione energetica verso le rinnovabili e diventa fondamentale l’apertura di nuove centrali a gas evolute, per stabilizzare il sistema.

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