La settimana scorsa è iniziata alla Corte Suprema la discussione sul caso Trump v. Barbara, la vertenza giudiziaria sulla costituzionalità dell’ordine esecutivo 14160 con il quale, il 20 gennaio 2025, il giorno dell’inizio del suo secondo mandato alla Casa Bianca, il presidente Donald Trump ha voluto cancellare il principio dello jus soli (cioè la dottrina del conferimento automatico della cittadinanza americana a chi nasce sul suolo degli Stati Uniti) per i figli degli immigrati irregolari e di genitori entrati legalmente nel Paese ma con un’autorizzazione o un visto che comportano un soggiorno limitato, come avviene ad esempio per studenti, lavoratori temporanei, chi si sottopone a cure mediche e turisti.
Sarebbe potuto sembrare che The Donald avesse questioni più urgenti e importanti di cui occuparsi in quel frangente, in primo luogo la guerra che ha scatenato contro l’Iran.
Eppure, con una decisione irrituale e senza precedenti nella storia degli Stati Uniti per un presidente in carica, ha voluto assistere di persona all’udienza che ha aperto il dibattimento.
La posta in gioco per The Donald
Trump ha molto da perdere in questa causa. Il 20 febbraio, con una dimostrazione di indipendenza dall’esecutivo che quasi nessuno si sarebbe aspettato, sebbene sei dei nove componenti siano stati nominati da presidenti repubblicani, di cui tre dallo stesso tycoon, la Corte Suprema ha stabilito che il presidente non poteva avvalersi dell’International Emergency Economic Powers Act per aumentare il livello dei dazi doganali senza l’autorizzazione del Congresso, l’organo a cui la Costituzione assegna la prerogativa di regolamentare il commercio, sia interno sia internazionale.
La maggioranza dei giudici ha, pertanto, bocciato il pacchetto di misure protezionistiche varate da Trump il 2 aprile 2025 con un altro ordine esecutivo, il 14257, in quello che aveva pomposamente ribattezzato “Liberation Day” (giorno della liberazione). Dopo essersi visto smantellare uno dei caposaldi del proprio programma elettorale del 2024, il tycoon rischia adesso che venga vanificata un’altra misura chiave della propria agenda sovranista di governo, nello specifico un provvedimento che The Donald ritiene fondamentale per contrastare l’immigrazione irregolare.
Infatti, secondo la Casa Bianca, lo jus soli non è soltanto una norma premiale per la prole di chi viola deliberatamente la legge con l’ingresso illegale negli Stati Uniti, ma incentiverebbe addirittura l’immigrazione illegittima, perché garantisce la nazionalità americana ai figli dei clandestini, facilitando per di più la regolarizzazione della posizione giuridica di madri e padri in quanto genitori di cittadini statunitensi.
Di contro, negare la nazionalità statunitense ai figli degli immigrati irregolari renderebbe più semplice la deportazione non solo di questi ultimi ma pure dei loro genitori, perché verrebbero meno le remore a separare minori con la cittadinanza americana da madri e padri deportati in quanto entrati illegalmente nel Paese.
Peccato per Trump che lo jus soli sia previsto dalla Costituzione e che quest’ultima non possa essere modificata da un decreto presidenziale. O, per lo meno, così pare.
Il dettato costituzionale e la giurisprudenza pregressa
La prima sezione del XIV emendamento della Costituzione federale stabilisce che “Tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti e soggette alla loro giurisdizione sono cittadini degli Stati Uniti”. I tentativi di restringere l’accesso alla nazionalità americana in base a fattori diversi dal luogo di nascita, grazie a interpretazioni forzate della prima sezione, furono affossati quasi subito dalla Corte Suprema. Il XIV emendamento fu ratificato nel 1868 e nel 1898 i giudici riconobbero che stabiliva lo jus soli. L’occasione per sancirlo venne fornita da una causa mossa contro gli Stati Uniti da Wong Kim Ark, il figlio di una coppia di immigrati cinesi dalla provincia del Guangdong, nato a San Francisco.
Le autorità federali tentarono di negare che fosse un cittadino statunitense in base alla seguente constatazione. Poiché nell’Impero cinese vigeva lo jus sanguinis, Wong aveva la nazionalità cinese trasmessagli dai genitori ed era quindi sottoposto alla giurisdizione del Paese di cui risultava cittadino – la Cina – anziché a quella statunitense. Inoltre, il dipartimento di Giustizia si intestardì a interpretare in senso esteso il concetto di giurisdizione, affermando che non comportava il mero essere soggetti alla normativa degli Stati Uniti, ma indicava anche e soprattutto la “fedeltà politica” a Washington.
In quanto cittadino cinese, la lealtà di Wong sarebbe andata al Celeste Impero, anziché agli Stati Uniti, e di conseguenza costui non avrebbe ottemperato al requisito stabilito dal XIV emendamento per vedersi conferita la cittadinanza americana per diritto di nascita.
La Corte Suprema, però, nella sentenza Wong Kim Ark v. United States del 1898, dette torto alle autorità di Washington, confermando che Wong aveva la nazionalità americana perché era nato in California e universalizzando così il principio dello jus soli, tranne che per due categorie specifiche di individui: i figli dei diplomatici stranieri – in quanto l’immunità dei genitori poteva essere interpretata nel senso di porre anche i figli al di fuori della giurisdizione statunitense – e i figli generati da truppe nemiche di occupazione che avessero ipoteticamente invaso gli Stati Uniti.
La situazione del figlio di Barbara
A questa giurisprudenza, consolidata ormai da oltre un secolo, hanno fatto riferimento gli avvocati di Barbara, la cittadina honduregna immigrata irregolare – di cui si conosce solo il nome di battesimo per tutelarne la privacy – che ha intentato causa a Trump per conto del figlio minore, al quale l’ordine esecutivo 14160 intenderebbe negare la cittadinanza statunitense. Nello specifico, la vicenda di Wong risulta particolarmente significativa per la controversia odierna. Alla fine dell’Ottocento gli immigrati cinesi non avevano la possibilità di conseguire la cittadinanza statunitense poiché la naturalizzazione era al tempo limitata agli immigrati europei e africani o afro-discendenti, cioè ai bianchi e ai neri.
Esiste, pertanto, una palese analogia tra la condizione giuridica di Barbara, che non può richiedere la cittadinanza statunitense perché è una clandestina, e quella dei genitori di Wong, che erano esclusi dalla naturalizzazione in quanto immigrati asiatici. In primo grado, il giudice federale Joseph N. Laplante – tra l’altro nominato alla carica nel 2007 da un presidente repubblicano, George W. Bush – ha sospeso l’applicabilità del decreto del tycoon.
Il presidente ha fatto ricorso e la causa – che nel frattempo si è trasformata in una class action per conto dei figli degli immigrati irregolari, grazie all’impegno dell’American Civil Liberties Union, un’organizzazione impegnata nella difesa legale dei diritti civili – è ora giunta di fronte alla Corte Suprema.
La posizione del governo federale e le sue criticità
Secondo l’amministrazione Trump, il caso di Wong Kim Ark non rappresenterebbe un precedente valido per la vicenda del figlio di Barbara.
I genitori di Wong, infatti, erano entrati legalmente negli Stati Uniti e avevano ottenuto la residenza permanente, a differenza di Barbara che è una clandestina e ha violato la legge. Per la Casa Bianca, a smentire l’interpretazione del XIV emendamento nei termini dell’istituzione dello jus soli si aggiungerebbe anche la condizione giuridica delle popolazioni autoctone. Sebbene fossero chiaramente nati su suolo statunitense, ai nativi americani non venne riconosciuta la cittadinanza statunitense fino alla promulgazione dello Indian Citizenship Act del 1924.
Questa semplice constatazione, per gli avvocati del governo federale, dimostrerebbe che il conferimento della nazionalità americana non dipenderebbe dal fatto di essere nati nel territorio degli Stati Uniti.
Eppure, il XIV emendamento non fa menzione dello status dei genitori, mentre i nativi americani furono considerati fino alla metà degli anni Venti del Novecento come appartenenti a “nazioni interne subordinate”, in base alla definizione fornita da una sentenza della Corte Suprema risalente al 1831, cioè vennero ritenuti membri di una sorta di enclaves statuali con giurisdizioni a sé stanti anche se geograficamente collocate dentro i confini degli Stati Uniti.
Invece, gli immigrati irregolari sono pienamente soggetti alla normativa degli Stati Uniti, il cui governo, non a caso, soprattutto sotto la presidenza del tycoon, rivendica il diritto di deportarli senza alcuna forma di concertazione con i Paesi di provenienza. Pure l’amministrazione Trump si richiama a una interpretazione estesa del concetto di giurisdizione del tutto simile a quella che avrebbe voluto adottare il dipartimento di Giustizia nel 1898: i clandestini e i visitatori temporanei condividono la “fedeltà politica” a un’entità diversa dagli Stati Uniti. I primi perché non possono accedere alla cittadinanza americana in quanto sono entrati illegalmente nel Paese; i secondi perché la loro presenza è provvisoria.
Nondimeno, il verdetto del 1898 aveva già smentito che tale lettura estesa della nozione di giurisdizione influisse sul conferimento della cittadinanza e aveva chiarito che l’unico elemento da prendere in considerazione è la nascita sul suolo americano, a prescindere da chi siano o da dove provengano i genitori.
In altre parole, in base al precedente della fine dell’Ottocento bisogna guardare ai figli, non ai genitori. Inoltre, una sentenza più recente della Corte Suprema, il verdetto emesso nel caso Plyler v. Doe del 1982, ha stabilito che anche chi entra illegalmente negli Stati Uniti risulta comunque soggetto alla giurisdizione di Washington e, quindi, l’idea della “fedeltà politica” non ha niente a che vedere con il concetto di giurisdizione.
Originalismo e jus soli
L’amministrazione Trump prova ad avvalersi anche di un’ulteriore argomentazione per confutare l’universalità del principio dello jus soli: il XIV emendamento sarebbe stato concepito nel 1868 con l’unico scopo di dare la cittadinanza statunitense agli ex schiavi afroamericani, liberati appena tre anni prima alla fine della guerra civile, e ai loro figli, rovesciando una sentenza (Dred Scott v. Sandford) emessa dalla Corte Suprema nel 1857, quando la schiavitù era ancora legale, secondo cui gli afrodiscendenti, anche se nati negli Stati Uniti, non erano cittadini americani perché una legge del 1790, al tempo ancora in vigore, consentiva di richiedere la nazionalità esclusivamente alle persone di “razza bianca”.
Su questo punto entra in gioco l’originalismo, ovvero la dottrina condivisa dalla maggioranza dei giudici conservatori che compongono oggi la Corte Suprema. Secondo questa interpretazione, la Costituzione e i suoi emendamenti devono essere applicati unicamente in base alle intenzioni manifestate dei legislatori al momento della loro stesura, senza tenere conto delle trasformazioni intercorse da allora nella società statunitense.
Nel 1866, quando il XIV emendamento fu presentato al Congresso, due anni prima della sua ratifica da parte degli Stati dell’Unione, l’immigrazione non era regolamentata e, quindi, non esistevano clandestini. Pertanto, secondo gli avvocati del governo federale, non si può ritenere che i formulatori di questa modifica costituzionale avessero pensato di conferire la nazionalità americana ai figli degli immigrati irregolari.
Nondimeno, alcuni storici sono andati a spulciare i resoconti del dibattito svoltosi al Congresso sul testo del XIV emendamento e hanno concluso che l’applicazione restrittiva della sezione relativa alla cittadinanza ai soli afroamericani non corrispondeva alla volontà dei legislatori dell’epoca.
In particolare, come hanno esposto in un lungo articolo sul New York Times (Trump Says Birthright Citizenship Was Only for the Children of Slaves. He’s Wrong, 30 marzo 2026), Martha S. Jones e Kate Masur hanno identificato dichiarazioni di membri del Congresso che esprimevano in maniera inequivocabile la consapevolezza che la modifica costituzionale sul punto di essere approvata avrebbe avuto una portata molto più ampia dell’assegnazione della cittadinanza agli afroamericani, per sanare il vulnus giuridico del verdetto del 1857, e avrebbe comportato la sua attribuzione anche a “tutti” i figli degli immigrati nati negli Stati Uniti, fatta eccezione per la prole dei diplomatici stranieri e delle truppe di occupazione.
Quest’ultima categoria, però, sembra ancora offrire un potenziale appiglio legale all’amministrazione Trump, sia pure grazie a una forzatura della terminologia. Infatti, fin dalla sua prima presidenza, il tycoon si ostina a chiamare “invasori” i clandestini. Il sospetto è che la definizione non sia una semplice forma di retorica populista per compiacere il rancore xenofobo dei propri elettori sovranisti, ma configuri piuttosto il tentativo di giungere a un’equiparazione giuridica tra gli immigrati irregolari e i soldati nemici sconfinati in territorio statunitense, ai cui figli i legislatori del 1866 volevano precludere la cittadinanza americana.
Non a caso, le deportazioni sommarie dei clandestini operate dall’Ice, l’Immigration and Customs Enforcement, a partire dall’inizio della seconda amministrazione Trump sono state effettuate sulla scorta dello Alien Enemies Act del 1798 che autorizza il presidente a detenere ed espellere cittadini di Paesi nemici in tempo di guerra, invasione o incursione predatoria.
Cosa pensano gli statunitensi
Lo jus soli è una questione che suscita marcate contrapposizioni fra gli statunitensi. Secondo un sondaggio del Pew Research Center, una think tank di Washington, il 94% è favorevole a questo principio nel caso dei figli di immigrati regolari. Tuttavia, per quanto riguarda invece la prole dei clandestini, il sostegno si riduce ad appena il 50%, cioè il Paese si spacca in due, se si considera che i contrari sono il 49%.
Inoltre, le divisioni rivelano una marcata caratterizzazione etno-razziale. Condividono la posizione di Trump il 58% dei bianchi, ma solo il 37% degli afroamericani e il 24% degli ispanici. Gli asiatici ricalcano quasi la polarizzazione della società in generale: sta dalla parte del tycoon il 51% e dissente il 48%. Il contrasto per linee di partito è ancora più netto. Tre quarti degli elettori democratici vogliono mantenere lo jus soli così come si è configurato dal 1898, ma appena il 25% di quelli repubblicani è della stessa opinione.
Cosa aspettarsi
La sentenza della Corte Suprema sul caso Barbara v. Trump è attesa per giugno, a pochi mesi dalle elezioni di metà mandato del prossimo novembre, nelle quali saranno in palio tutti i seggi della Camera e un terzo di quelli del Senato. Negli ultimi anni il massimo tribunale federale si è caratterizzato per l’abbandono della dottrina dello “stare decisis”, a lungo difesa dal suo presidente John G. Roberts, cioè del principio di conformarsi alle decisioni assunte in passato dalla stessa Corte Suprema. L’esempio più eclatante in proposito è stato fornito nel 2022 dal verdetto sul caso Dobbs v. Jackson Women’s Health Organization, che ha rovesciato la sentenza Roe v. Wade con la quale i giudici avevano stabilito nel 1973 che l’interruzione volontaria della gravidanza era un diritto delle donne tutelato dallo Stato federale.
In questa prospettiva, la decisione nella vertenza Wong Kim Ark v. United States rischierebbe di essere ribaltata. Però, secondo un modello elaborato dell’autorevole settimanale britannico The Economist (Six Words, 4 aprile 2026), il verdetto sul caso Trump v. Barbara boccerà la costituzionalità dell’ordine esecutivo 14160 con una maggioranza di 5 a 4 o addirittura di 6 a 3. Del resto, anche un giudice conservatore e originalista come Brett Kavanaugh, il primo a essere stato nominato da Trump nel 2018, si è mostrato scettico sulla legittimità del drastico ridimensionamento dello jus soli proposto da The Donald.
Una sconfitta giudiziaria su tale questione non si configurerebbe solo come uno smacco personale per il presidente. Impedirebbe a Trump di riconquistare consensi all’interno di un movimento Make America Great Again (Maga) che sta sempre più sfaldandosi e allontanandosi dal proprio leader, dopo che Trump è parso ai suoi sostenitori venir meno alla politica neoisolazionista, che aveva ribadito nella campagna del 2024 per la Casa Bianca, in seguito all’operazione militare per la cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro il 3 gennaio di quest’anno e soprattutto a causa dell’inizio della guerra contro l’Iran intrapresa il successivo 28 febbraio.
Di conseguenza, verrebbe messo a serio rischio il mantenimento dell’attuale maggioranza repubblicana al Senato e soprattutto alla Camera nelle elezioni di novembre. Il movimento Maga potrebbe, invece, ricompattarsi grazie a un successo di Trump sullo jus soli, dando maggiori possibilità ai repubblicani di conservare almeno il controllo del Senato.
Questo esito, infatti, non soltanto aiuterebbe a rinsaldare l’autorevolezza del tycoon, al momento alquanto ridimensionata, perché The Donald dimostrerebbe sia di essere ancora in grado di tenere fede all’impegno di contrastare l’immigrazione irregolare. L’annullamento dello jus soli per i figli degli immigrati irregolari servirebbe pure a salvaguardare la posizione di privilegio degli statunitensi eurodiscendenti, che rappresentano un gruppo numericamente rilevante dei sostenitori di Trump e – non a caso – tendono a condividere l’interpretazione della Casa Bianca sulla prima sezione del XIV emendamento.
Una larga maggioranza dei clandestini è composta da ispanici, asiatici e africani. Negare ai loro figli la cittadinanza americana sarebbe funzionale al rallentamento della piena trasformazione degli Stati Uniti in una nazione multietnica e multirazziale, dal momento che quel fenomeno per il quale, secondo le stime dei demografi, nell’arco di meno di un ventennio, la maggioranza degli statunitensi non sarà più di ascendenza europea.
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Stefano Luconi insegna Storia degli Stati Uniti d’America nel dipartimento di Scienze Storiche, Geografiche e dell’Antichità dell’Università di Padova. Le sue pubblicazioni comprendono La “nazione indispensabile”. Storia degli Stati Uniti dalle colonie alla seconda presidenza di Trump (2026), Le istituzioni statunitensi dalla stesura della Costituzione a Biden, 1787–2022 (2022), L’anima nera degli Stati Uniti. Gli afro-americani e il difficile cammino verso l’eguaglianza, 1619–2023 (2023). La corsa alla Casa Bianca 2024. L’elezione del presidente degli Stati Uniti dalle primarie a oltre il voto del 5 novembre (2024).