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Bitcoin: continua il trend positivo, ma preoccupa l’impatto ambientale

In questi giorni il Bitcoin prova a consolidare il valore vicino al suo massimo storico nell’area dei 67mila dollari, ma il dibattito sulle conseguenze ambientali per la sua creazione diventa sempre più acceso. Per rispettare il pianeta la produzione delle monete digitali dovrà necessariamente essere a zero emissioni: un tema si sempre più stringente attualità

Bitcoin: continua il trend positivo, ma preoccupa l’impatto ambientale

Continua a tenere ancora l’hype a mille il Bitcoin. La valuta digitale ha attirato l’attenzione di tantissime persone in questi anni, in particolar modo dei trader ed esperti di finanza che ne hanno cercato di capire l’andamento, lanciandosi in previsioni sul valore di bitcoin. La più popolare delle monete digitali ritorna in vetta, muovendosi ad una velocità disarmante, arrivando ai massimi di sempre. Non a caso ha raggiunto quota 62.315 euro sulla piattaforma di scambi Bitstamp. Forse molti non lo sanno ma la sua produzione è dannosa per l’ambiente, tanto da mettere a rischio il raggiungimento degli Accordi di Parigi in termini di contenimento delle emissioni.

Al suo debutto, nel 2009, un bitcoin valeva appena 1 centesimo di dollaro, mentre ora è arrivato a toccare la soglia dei 67mila dollari, il suo massimo storico, per poi subire una correzione a ridosso della soglia piscologica dei 60mila. In ogni caso, il trend di fondo rimane positivo, anche se probabilmente subirà un’ulteriore fase di consolidamento per scaricare le oscillazioni degli ultimi giorni.



Non è un momento brillante solo per bitcoin, ma anche per Ethereum che da gennaio è in salita di oltre il 410% : il 1° gennaio valeva 740 dollari adesso è a 3.642 euro.

“L’ultimo trimestre ha visto profondi cambiamenti nel mondo crypto – ha dichiarato Simon Peters, crypto market analyst di eToro, -. Siamo passati da una vera corsa al rialzo a un mercato un po’ più circospetto, con sviluppi, come la recente decisione della Cina di vietare le transazioni in crypto, che hanno generato un po’ di incertezza. In ogni caso, ci sono state anche notizie importanti come l’hardfork Alonzo di Cardano e il London upgrade di Ethereum, che hanno aggiunto funzioni e scalabilità ad entrambi i network, il che ha significato qualche mese di attività intensa tanto per gli sviluppatori che per gli investitori”.

Secondo i dati eToro, gli investitori italiani hanno continuato ad avere fiducia nei crypto-asset nonostante la volatilità degli ultimi mesi e le continue turbolenze. Bitcoin si conferma leader delle scelte degli utenti registrati alla piattaforma multi-asset in Italia, mentre Cardano, grazie ad un aumento delle posizioni del 20% trimestre su trimestre, scalza Ethereum dal secondo posto (+1%).

Intanto un portavoce di Coinbase, tra le più importanti piattaforme di scambio a livello globale, spiega come ci si stia spingendo anche fuori dalla rete: “Alcuni utenti scelgono di acquistare le criptovalute come forma di investimento con l’obiettivo di diversificare il proprio portafoglio. C’è anche un aspetto pratico molto importante delle criptovalute che dovrebbe essere considerato: una vasta gamma di commercianti online ora accetta Bitcoin come metodo di pagamento. Alcuni dei prodotti e servizi che possono essere acquistati tramite Bitcoin sono videogiochi, carte regalo e viaggi vacanze. È quindi per la loro funzione di utilità, in quanto valute accessibili a tutti, che crediamo che le criptovalute siano destinate a restare in futuro”. Difatti, recentemente MasterCard e Amazon hanno dichiarato di volersi aprire alle transazioni in criptovalute.

Bitcoin: oro digitale o minaccia per il Pianeta?

Tuttavia, con l’aumento delle quotazioni è cresciuto anche il consumo di energia elettrica necessario a produrla. Secondo il Cambrigde Centre for Alternative Finance, il consumo di energia di bitcoin all’anno è di circa 133 terawattora (ha anche raggiunto picchi di 150 terawattora), una quantità simile a quella che viene usata dalla Svezia che ha un consumo annuo poco inferiore ai 132 TWh.

Ma come si produce un bitcoin? Si tratta di una moneta esclusivamente digitale, decentralizzata per cui non esiste nessun governo o ente che ne regoli l’emissione. E in quanto tale può essere ottenuta solo digitalmente attraverso “operazioni di mining” che richiedono una significativa potenza computazionale e molta energia elettrica.

Diversamente dalle banche centrali che creano moneta, i “minatori” estraggono i bitcoin. Per verificare la veridicità della transazione subentra un sistema chiamato “Proof of Work” (prova di lavoro) che porta tutti i nodi della rete sparsi nel mondo a partecipare a una gara per risolvere un complesso problema matematico che consente la generazione di un nuovo blocco, poi aggiunto a un record pubblico chiamato per l’appunto blockchain. Questa attività viene ricompensata con nuovi bitcoin, (attualmente la ricompensa ammonta a 6,25 bitcoin ogni 10 minuti) così da mantenere in funzione il sistema e l’intera economia che lo supporta.

All’inizio, per fare mining bastava un computer e una quantità di energia abbastanza bassa. Oggi, invece, estrarre anche un solo bitcoin è necessario utilizzare una potenza di calcolo molto elevata. Dunque, occorrono supercomputer (di ultima generazione) e un maggiore consumo di energia, tanto per il loro funzionamento quanto per il processo di raffreddamento così da mantenere l’hardware costantemente in esecuzione. E non è tutto. Questi computer all’avanguardia diventano obsoleti in fretta e non possono essere riutilizzati, creando sempre più rifiuti elettronici: una minaccia crescente per il nostro Paese.

Con il Crypto Climate Accord, però, molte criptovalute sono sulla buona strada per una transizione 100% green. Una delle alternative possibili è adottare il sistema di validazione delle transazioni detto “Proof of stake” che richiede un minor dispendio di energia ma un’affidabilità inferiore al Proof of work. Inoltre, ci sono molti progetti per installare nuove fabbriche alimentate da fonti rinnovabili. Come il fondatore di Twitter, Jack Dorsey, che investirà 5 milioni di dollari per un sito di mining negli Usa alimentato ad energia solare.

Anche se fisicamente non esistono, non vuol dire che non inquinano. E in un mondo che lotta continuamente per ridurre l’impronta ecologica la questione non può più essere ignorata.

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