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Argentina: Milei incassa l’aiuto di Trump alla vigilia del voto, ma il tycoon può scaricarlo. Il nodo del prestito da 20 miliardi di dollari

Domenica 26 ottobre il presidente argentino, in piena crisi di consenso, si gioca tutto nelle elezioni legislative, con l’ombra della svalutazione del peso e di un nuovo disastro finanziario. L’accordo con Washington ha dato sollievo ma la Casa Bianca avverte: “Se Milei non vince non saremo più generosi”

Argentina: Milei incassa l’aiuto di Trump alla vigilia del voto, ma il tycoon può scaricarlo. Il nodo del prestito da 20 miliardi di dollari

Mentre le attenzioni del mondo sono giustamente orientate sulla fragile tregua in Medio Oriente e su quello che accade tra Russia e Ucraina e tra Stati Uniti e Cina, c’è un altro fronte molto caldo sul quale il presidente Donald Trump sta lavorando tra tensioni e alleanze. È quello sudamericano, dove il tycoon sta riproponendo la dottrina Monroe secondo la quale la parte meridionale del continente sia “il giardino di casa” in cui Washington può fare il bello e il cattivo tempo tra legami politici e – soprattutto – interessi economici. Trump in questa fase sta contemporaneamente: dichiarando guerra a Colombia e Venezuela (nel caso di Caracas ha letteralmente mandato l’esercito e la Cia a caccia di Nicolas Maduro) su migranti e narcotraffico, dialogando col Brasile del “nemico” Lula sui dazi e aiutando l’Argentina dell’amico Javier Milei, alle prese con una crisi di consenso senza precedenti alla vigilia delle elezioni legislative nazionali in programma domenica 26 ottobre.

Per il presidente argentino, indebolito dallo scandalo di corruzione che ha travolto la sorella Karina, dalla rinuncia di un suo candidato alla Camera indagato per narcotraffico e infine dalle improvvise dimissioni del suo ministro degli Esteri Gerardo Werthein, questa è una tornata più che mai decisiva. Dopo aver perso malamente le legislative della provincia di Buenos Aires (dove vota il 40% degli argentini) a settembre, non ha più margine di errore, anche perché lo stesso Trump, nel promettere aiuti, ha dichiarato che “se Milei perde, non saremo più cosi generosi con l’Argentina”. E però Buenos Aires ha un bisogno vitale degli Stati Uniti per uscire dalla crisi finanziaria nella quale è di nuovo precipitata la seconda economia del Sudamerica, dopo un periodo in cui la “terapia della motosega” sembrava aver sortito qualche effetto positivo, con la riduzione significativa dell’inflazione e un rally di Borsa durato oltre un anno, a testimonianza di una rinnovata fiducia degli investitori.

La “terapia della motosega” non funziona più e ora Buenos Aires ha più che mai bisogno di Washington

A quanto pare però era tutto fumo, visto che l’Argentina sta invece attraversando una fase di acuta illiquidità. Le riserve in dollari sono praticamente esaurite dopo settimane di tentativi del governo Milei di sostenere il peso, e i mercati hanno iniziato a dubitare della sostenibilità del regime di cambio fisso. In questo contesto, è stato decisivo proprio un primo aiuto degli Stati Uniti, che sono intervenuti direttamente per la prima volta nel mercato valutario argentino, acquistando pesos per rafforzare la valuta. Si tratta di un’operazione quasi inedita: dal 1996, Washington era intervenuta nei mercati valutari solo tre volte. L’intervento del Tesoro americano ha in effetti avuto un impatto positivo sui mercati: dal 9 ottobre ad oggi gli yankees hanno effettuato tre diversi acquisti di pesos per un totale di 400 milioni di dollari, e il peso argentino si è rafforzato dello 0,6%, toccando il massimo di una settimana, mentre i bond in dollari hanno registrato un rialzo, con il rendimento decennale sceso all’11,47%.

Parallelamente, gli Stati Uniti e la Banca centrale argentina hanno finalizzato un altrettando straordinario accordo di swap valutario da 20 miliardi di dollari, per dare ossigeno all’economia del Paese sudamericano, immettendo liquidità in dollari. Il segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha sottolineato che Washington è pronta a prendere “tutte le misure eccezionali necessarie” per stabilizzare i mercati. “Non vogliamo un altro stato fallito in America Latina e un’Argentina forte e stabile, in quanto buon vicino, è chiaramente nell’interesse strategico degli Stati Uniti”, ha aggiunto su X. Attualmente, l’Argentina dispone ancora di circa 13 miliardi di dollari del prestito del Fondo Monetario Internazionale (frutto di un ulteriore finanziamento da 20 miliardi ottenuto lo scorso aprile, dopo lo sconto sulla restituzione del debito sottoscritto precedentemente), che possono essere utilizzati però solo se il peso raggiunge il limite inferiore della banda di oscillazione.

L’incontro tra Milei e Trump a Washington per un prestito secco da 20 miliardi. Accordo effettivo o spot elettorale?

Dopo questa prima tranche di sostegno, c’è stato l’incontro di persona a Washington tra Milei e Trump. Un incontro per certi versi imbarazzante, con il presidente argentino che ha consegnato al collega una sorta di attestato come protagonista della pace, visto che il bilaterale si è tenuto pochi giorni dopo il meeting di Sharm-El-Sheikh e la mancata assegnazione del Premio Nobel al tycoon. In quella occasione si è discusso di un possibile e impegnativo upgrade negli aiuti: un prestito secco da 20 miliardi di dollari, a carico però non del governo americano bensì dei privati, cioè banche e fondi di investimento. I dettagli dell’accordo non sono però stati divulgati e non è chiaro se sarà comunque la Casa Bianca a fare da garante. Ecco perché sembrerebbe che i mercati abbiano storto il naso di fronte a quello che sarebbe un vero e proprio regalo a perdere, visto che Buenos Aires difficilmente difficilmente onorerà questo debito extra.

Forse proprio per questo Trump ha avvisato l’alleato politico: se perdi le elezioni e non consolidi la maggioranza in Parlamento per governare, non mi conviene più investire su di te. In effetti Milei ha assolutamente bisogno di sconfiggere la rinvigorita opposizione peronista se vuole portare a termine il suo mandato: in caso di un risultato al di sotto del 30%, ipotizzano gli analisti, la pressione sul peso tornerebbe ad aumentare, costringendo il governo a forzare una svalutazione della moneta, con conseguenze nefaste sulla stabilità economica e politica del Paese. Per scongiurare questo scenario, Milei sta puntando proprio sugli aiuti di Washington, che oltre ad un temporaneo sollievo finanziario possono fungere anche da spinta propagandistica, come ha detto Mark Sobel, ex funzionario del Tesoro Usa e oggi presidente del Financial Institutions Forum: “C’è molta poca trasparenza sull’accordo Trump-Milei, l’impressione è che si sparino grandi numeri per generare un ‘effetto annuncio’ in chiave elettorale”.

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