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Acqua: 10 anni fa il referendum, ma la gestione ai privati non è uno scandalo

La governance del servizio idrico sempre al centro del dibattito politico. Le gestioni in capo alle aziende non sono il male assoluto, anche se molti non l’hanno capito. Hera investe 250 milioni in provincia di Rimini. Il punto di vista di DONATO BERARDI, Direttore servizi pubblici locali di REF Ricerche

Acqua: 10 anni fa il referendum, ma la gestione ai privati non è uno scandalo

L’ultima gara in ordine di tempo per la gestione dell’acqua è di pochi giorni fa. Il Gruppo Hera si è aggiudicato la concessione del servizio nella provincia di Rimini: 24 Comuni con 160 mila utenti ed oltre 3mila Km di condotte faranno capo alla società per i prossimi 18 anni. Un solo Comune dell’ambito è rimasto fuori, senza per questo indebolire l’asset operativo. Tra pochi giorni avverrà la firma del contratto del valore di 1,7 miliardi di euro tra la società presieduta da Tomaso Tommasi di Vignano e l’Atersir, l’Agenzia Territoriale per acqua e rifiuti. Quella dell’Emilia Romagna è una delle prime gare bandite, anche se il disegno di legge Concorrenza appena varato dal governo ritorna sui servizi in concessione. Le gare sono una sfida, ha detto Tommasi di Vignano, e “questo traguardo dimostra ancora una volta come per noi, oltre alla qualità e continuità dei servizi, sia importante investire e generare ricadute positive per le comunità locali”.

Il tema della gestione idrica mantiene una sua forte attualità. Nella missione 2 del Pnrr (“Rivoluzione verde e transizione ecologica”) si parla di “garanzia della sicurezza dell’approvvigionamento e gestione sostenibile ed efficiente delle risorse idriche lungo l’intero ciclo”. Nella provincia riminese saranno investiti 250 milioni di euro, ma dalla stessa Emilia Romagna alla Sicilia sono ripartite nuove proteste contro la “privatizzazione”. Paura di chi governa servizi essenziali senza considerare che siamo un Paese a due velocità.



Il punto di partenza di comitati e associazioni è il tradimento del referendum sull’acqua pubblica di 10 anni fa. Una litania diventata fake news nel momento in cui in Italia si è cominciato a parlare seriamente di riforme. Si spinge sul timore di avere a che fare con gestori orientati esclusivamente al profitto. Le aziende fanno soldi e basta? I loro investimenti sono davvero adeguati alla gestione complessiva delle reti idriche?

“Negli ultimi dieci anni le gestioni industriali del Paese, anche su stimolo della regolazione Arera, hanno migliorato la loro capacità di programmare e realizzare investimenti, adottato una programmazione degli interventi, individuato le priorità, evitato di sprecare risorse rincorrendo le emergenze ed acquisito competenze sempre maggiori- risponde Donato Berardi direttore del think tank sui servizi pubblici locali di REF Ricerche – Tanto per darle un’idea, dove un Comune investe 5 in manutenzioni, l’azienda industriale investe 50. Gli investimenti dove ci sono le aziende industriali negli ultimi dieci anni sono triplicati. Sono passati dai 15 euro per abitante all’anno del 2011, ai 70 euro per abitante l’anno programmati per il quadriennio 2020-2023. Ci stiamo portando verso valori europei. Probabilmente non è ancora abbastanza, perché dobbiamo rimediare ai trent’anni precedenti di mancati investimenti. E in alcune aree del Paese la legge Galli di metà anni ’90 è rimasta lettera morta“. Una legge di riforma generale del sistema idrico, in tempi in cui si cominciava appena a discutere di liberalizzazione e di efficienza nei servizi pubblici.

Berardi e il Ref da tempo sono concentrati sugli aspetti salienti del principale servizio pubblico. L’esito del voto del 2011 – hanno scritto – non fu di fare dell’acqua un bene comune, ma piuttosto un bene comunitario. Ma tra le forze politiche c’è ancora chi parla di acqua pubblica. Il tema è parte dell’Agenda Draghi e del Piano di ripresa italiano. Perché, secondo lei, non ha più senso parlare di acqua pubblica?

“Che l’acqua sia pubblica in un Paese dove i privati non esistono è un fatto scontato. Quelli che vengono indicati come privati sono aziende quotate, ma pur sempre a controllo pubblico. A meno che con acqua pubblica non si intenda l’acqua gestita dai Comuni, l’acqua della politica. Quella non è l’acqua di tutti, piuttosto è l’acqua di nessuno. L’Agenda Draghi prende atto del fatto che i ritardi del Mezzogiorno (e non solo) sono dovuti proprio all’incuria delle amministrazioni pubbliche, dove le regioni non sono in grado di programmare gli interventi (drammatica la situazione sulla depurazione in Sicilia, ad esempio) e alla mancanza di operatori industriali. Ovvero ammesso che i depuratori si facciano chi li fa funzionare poi? L’Agenda Draghi intende 1) aiutare le regioni a misurare i bisogni dei territori e a programmare, 2) favorire la nascita di operatori industriali, pubblici o privati non è importante, purché ci siano”.

Vediamo anche disservizi, però.

“È proprio dove manca una gestione industriale che si riscontrano i maggiori disservizi, una mancata realizzazione delle reti fognarie e dei depuratori, l’assenza di manutenzione e il degrado di quelle esistenti. Un’eredità che si trascina da decenni di incuria, mala gestione, disinteresse per l’ambiente, spesso supportati da una gestione politica che ha fatto un utilizzo demagogico della tariffa: un freno alla realizzazione degli investimenti necessari per ammodernare e migliorare il servizio”. Un campionario di ostacoli, insomma, appena intaccato dalla istituzione dell’Arera, come scelta del buon riformismo italiano.

Berardi, lei sostiene che le aziende pubbliche siano ormai consolidate sul territorio. Ma e così anche nelle Regioni del Mezzogiorno?

“Nel Mezzogiorno, con alcune eccezioni come Acquedotto Pugliese e alcuni grossisti industriali (mi piace fare qualche nome perché le poche esperienze vanno ricordate, anche perché si capisca che se si vuole si può) mancano gli operatori industriali. Il servizio idrico in molte zone della Sicilia, Campania e Calabria è ancora in capo direttamente ai Comuni: ma come può un Comune gestire un impianto industriale? Occorrono operatori industriali, aziende pubbliche, private o miste, ma aziende”.

C’è lo spazio anche per partenariati tra pubblico e privato che “possono essere una risposta, anche transitoria, per l’avvio di una gestione industriale. Ma se non portiamo queste competenze nel Mezzogiorno i fondi del PNRR non potranno essere spesi e le distanze nel Paese continueranno ad aumentare”. Inutile, a questo punto, guardare al passato: è più utile scrutare il futuro e pretendere un servizio efficiente e sostenibile.

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