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ACCADDE OGGI – La Caporetto del 1917 da cui l’Italia si rialzò

il 24 ottobre del 1917 si consumò la pagina più nera della Prima guerra mondiale con la sconfitta italiana di Caporetto da cui però il nostro Paese seppe rialzarsi

ACCADDE OGGI – La Caporetto del 1917 da cui l’Italia si rialzò

Il 24 ottobre 1917 si consumò la pagina più nera della storia infame della Grande Guerra, “l’inutile strage”, come la definì il Pontefice Benedetto XV. Le truppe austriache – rafforzate da sette divisioni tedesche, al comando del generale von Bulow, trasferite dal fronte russo dopo la rapida disgregazione dell’esercito zarista in seguito alla rivoluzione scoppiata in marzo a Pietroburgo (poi deflagrata il 7 novembre in tutto il Paese) – sfondarono le linee dell’esercito italiano (si distinse un giovane ufficiale di nome Erwin Rommel) a Caporetto (oggi in Slovenia) e penetrarono nel territorio in una profondità di circa 150 Km.

Come scrive Massimo L. Salvadori nella sua Storia d’Italia, (Einaudi 2018), “la ritirata acquistò ben presto il carattere di una rotta disordinata di enormi proporzioni”. I prigionieri – scrive lo storico – furono circa 294mila, gli sbandati 350mila, 40mila i morti e feriti, 400mila i civili in fuga. Finirono in mani nemiche più di 3mila pezzi di artiglieria e altrettante mitragliatrici. Il comandante supremo Luigi Cadorna accusò i soldati di essersi – scrive sempre Salvadori – “vilmente ritirati e ignominiosamente arresi al nemico”. Del resto, Cadorna aveva condotto le ostilità senza alcun rispetto per la vita umana, trasformando i soldati in carne da macello in una guerra di posizione e in battaglie che costavano migliaia di morti al solo scopo di conquistare un pezzo di territorio prima in mano nemica. La disciplina imposta da Cadorna era disumana per il ricorso alla pratica delle decimazioni al solo scopo di incutere terrore alle truppe che cominciavano a ribellarsi verso una tattica di guerra totalmente assurda, dove venivano allo scoperto l’inadeguatezza della preparazione dell’esercito e delle attrezzature militari.

Il 1917 era stato un anno terribile. “Nel Paese – spiega Salvadori – le proteste popolari e gli scioperi andarono di pari passo con gli atti di insubordinazione e di diserzione nelle file dell’esercito”. In marzo era scoppiato l’ammutinamento della Brigata Ravenna (28 fucilazioni), poi ancora più grave quello della Brigata Catanzaro (32 fucilazioni, l’allontanamento di 436 militari, l’invio a processo di 135 ufficiali e sottufficiali ritenuti troppo deboli nei confronti dei soldati ribelli). La popolazione non ne poteva più. Il 22 agosto a Torino scoppiò un’insurrezione vera e propria che durò fino al 28 provocando 41 morti e 200 feriti e l’invio a processo presso i tribunali militari di dirigenti sindacali e socialisti.

Scrive Aldo Cazzullo nel suo saggio La guerra dei nostri nonni (Mondadori, 2014): “Le fucilazioni cominciano fin dai primi giorni di guerra. Le vittime sono civili dei villaggi di frontiera, accusati di essere spie. Poi – prosegue – entrarono in azione i tribunali speciali per i renitenti alla leva (vi furono numerosi casi di autolesionismo, ndr), gli ammutinati, i “codardi”. Alla giustizia di guerra si affianca quella di trincea, le fucilazioni sul posto, le decimazioni”. Il saggio di Cazzullo si diffonde nella descrizione di episodi (veri propri esempi di quella assurda mattanza) che denotano una crudeltà persino stupida dei Comandi, un vero e proprio disprezzo della vita umana.

Comunque, la disfatta di Caporetto fece temere, scrive Salvadori, la disfatta definitiva, addirittura la finis Italiae. La politica reagì. Il governo Boselli si dimise e fu sostituito dal gabinetto presieduto da Vittorio Emanuele Orlando. Anche due autorevoli socialisti riformisti come Filippo Turati e Claudio Treves annunciarono in Aula la loro solidarietà. Lo stesso fece Rinaldo Rigola leader della CGL. Il 9 novembre il generale Armando Diaz prese il posto di Luigi Cadorna, la cui testa venne pretesa anche dagli alleati. Sul piano militare, i vuoti furono reintegrati con la chiamata alle armi della leva del 1899; fu organizzata una difesa lungo il Piave e sul Montegrappa che, con il concorso di aiuti franco-britannici riuscì a contrastare l’offensiva nemica e a suscitare nelle stesse file della classe operaia “un risveglio di patriottismo”.

Il corso della guerra cominciò ad invertirsi, fino alla vittoria del 4 novembre dell’anno dopo. Quando ero bambino a scuola mi insegnarono “La canzone del Piave” di E.A. Mario. Ricordo ancora le parole di una delle strofe: “In una notte triste si parlò di tradimento/ il Piave udiva l’ira e lo sgomento/ o quante gente triste ho visto venir giù e lasciare il tetto/ per l’onta consumata a Caporetto”. La disfatta evocava ancora il “tradimento” e “l’onta”. Ho poi saputo che queste parole sono state cambiate. Anni or sono, durante il centenario della Prima guerra mondiale, venne fatta la proposta di riabilitare i caduti sotto il piombo dei plotoni di esecuzione. Mi pare che la proposta non sia stata accolta. Se è così, tanti militari innocenti sono stati assassinati due volte.

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