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ACCADDE OGGI – Agnelli apre la Fiat a Gheddafi: è il 1976

Il primo dicembre di 45 anni fa l’Avvocato Agnelli annunciava l’ingresso dello Stato libico del colonnello Gheddafi nel capitale della principale industria italiana, che all’epoca aveva debiti per 400 miliardi di lire – Era una decisione clamorosa e imprevedibile e ci volle tutta la diplomazia dell’Avvocato per tranquillizzare gli Usa e il Governo italiano – I libici si comportarono però da perfetti banchieri

ACCADDE OGGI – Agnelli apre la Fiat a Gheddafi: è il 1976

Il 1976 fu un anno particolare per la Fiat: il primo aprile nasceva John Elkann, il primogenito di Margherita, la figlia di Gianni Agnelli, e futuro erede alla guida del Gruppo; il 30 dello stesso mese Carlo De Benedetti entrava a far parte del management aziendale, affiancando come amministratore delegato per circa 100 giorni, prima di uscire, Cesare Romiti e Umberto Agnelli; e verso fine anno entrava nel capitale azionario della società il socio più imprevedibile, il colonnello libico Gheddafi.

Il primo dicembre 1976 l’Avvocato Agnelli a un gruppo di giornalisti convocati a sorpresa in mattinata dall’Ufficio Stampa nella sala riunioni dell’ottavo piano della Palazzina di corso Marconi 10, lo storico quartiere generale della Fiat a Torino dalla fine degli anni 40 a metà degli anni 90 del secolo scorso, chiese se avessero una mezza idea di cosa stesse per annunciare.

Tra lo stupore dei presenti l’Avvocato illustrò l’accordo appena raggiunto con la Lybian Arab Foreign Bank Investiment Company (Lafico), vale a dire l’istituto per le partecipazioni estere della Banca Centrale libica, che acquisiva dalla Fiat il 9,1% delle azioni ordinarie per 415 milioni di dollari, pari circa a 350 miliardi di lire dell’epoca. L’operazione sarà ratificata dall’assemblea straordinaria del 18 gennaio 1977 e due rappresentanti libici entreranno nel consiglio di amministrazione. Sul piano industriale si conveniva inoltre sulla costruzione di uno stabilimento a Tajura (Tripoli) per la produzione di veicoli industriali.

L’Avvocato spiegò l’accordo come una semplice operazione di ricerca di danaro sul mercato, e i mercati erano pieni di petrodollari, ma anni dopo Romiti ricordò che fu come “vincere alla tombola”, in quanto la Fiat viaggiava con un debito di 400 miliardi di lire e una situazione produttiva estremamente critica, tanto che in quei mesi girava l’ipotesi, peraltro sempre confutata da Agnelli, di una cessione del settore auto all’IRI.

Erano stati i libici, con Regeb Misellati, Governatore della Banca Centrale libica, a contattare la Fiat perché interessati a eventuali investimenti. La trattativa fu avviata nel massimo riserbo nel maggio 1975 e portata avanti, anche se con molti rallentamenti da parte dei libici e incertezze da parte di Fiat, per tutto il 1976 da Cesare Romiti, Gianluigi Gabetti, il consigliere personale di Agnelli ed Enrico Cuccia di Mediobanca, l’uomo forte del salotto buono della finanza italiana.

L’entrata del capitale libico nella più importante azienda italiana fece l’effetto di una bomba non tanto a Roma quanto a Londra e a Washington. Anche altre grandi aziende europee in difficoltà avevano, in quegli anni, attinto ai petrodollari, come ad esempio l’entrata dell’Iran nel 25% del capitale della Krupp, o quella del Kuwait nel 15% della Dailmer-Benz.

Ma un conto era avere come soci lo Scià di Persia o un qualche emiro del Golfo, un altro era, in piena guerra fredda, un rais terzomondista come Gheddafi, che si voleva porre come guida del mondo panarabo antioccidentale e filosovietico, innanzitutto con la nazionalizzazione delle aziende petrolifere straniere in Libia.

L’Avvocato dovette ricorrere alle sue qualità diplomatiche per tranquillizzare l’amministrazione americana e in particolare George Bush, allora direttore della CIA, su quella che era un’operazione esclusivamente finanziaria senza interventi diretti nella gestione aziendale, come si era fatto garantire dai rappresentanti del governo libico prima di sottoscrivere l’accordo.

Anche se lo stesso governo italiano fu tenuto all’oscuro della trattativa sino alla sua conclusione, Giulio Andreotti, allora Presidente del Consiglio, ed Aldo Moro, Presidente della Democrazia Cristiana, furono probabilmente aggiornati del suo andamento dai libici per il tramite dei nostri servizi segreti.

Negli anni Settanta Andreotti e Moro erano i maggiori rappresentanti della DC, che, come forza principale del governo italiano, aveva appoggiato da subito il colpo di stato di Gheddafi nella prospettiva di difendere gli interessi petroliferi in Libia dell’Agip (l’attuale ENI) contro quelli francesi, inglesi e americani favoriti dal re libico Idris, insediato sul trono costituito ad hoc proprio da Londra.

Nonostante la dolorosa espulsione dei ventimila italiani ivi residenti, Gheddafi, grazie ai rapporti mantenuti dai leader democristiani prima ancora che dal governo, non nazionalizzò, a differenza di tutte le altre compagnie petrolifere estere, l’Agip, la nostra compagnia nazionale, il cui fondatore Enrico Mattei, un altro democristiano, era deceduto anni prima in uno strano incidente aereo, forse per mano della CIA, secondo una delle ipotesi più accreditate.

Anche se mai documentata ufficialmente, è quindi plausibile l’ipotesi che Gheddafi volesse tenere informati, per il tramite dei servizi segreti, i maggiorenti democristiani sull’operazione con la Fiat; dieci anni dopo furono i nostri servizi, su mandato di Craxi ed Andreotti, a informare tempestivamente il colonnello libico dell’attacco aereo americano, con l’appoggio logistico inglese, sul suo quartiere generale per eliminarlo.

Nel decennio successivo, gli anni in Fiat prima della conflittualità permanente e del terrorismo e poi della marcia dei quarantamila, della grande ristrutturazione e del rilancio produttivo con il rinnovo della gamma modelli, a partire dalla FiatUno e dalla Lancia Thema, sino all’ascesa a primo costruttore sul mercato europeo superando la VolksWagen, i due rappresentanti libici nel consiglio di amministrazione, mantenendo i patti, si comportarono da “perfetti banchieri”, facendo sottoscrivere, tra l’altro, alla Lafico tutti gli aumenti di capitale che nel corso degli anni furono deliberati.

Peraltro i rapporti tra gli Stati Uniti e Gheddafi diventarono sempre più tesi: il colonnello libico fu accusato dall’intelligence americana di essere un terrorista internazionale e il mandante di diversi attentati in Germania, Scozia e Francia. L’aggravarsi di questo scenario indusse la Fiat nel 1986 a riacquistare la quota azionaria libica.

Il vantaggio fu per entrambi. La Fiat si liberava di un socio ormai diventato troppo scomodo e, per questo, veniva riammessa agli appalti militari USA. La Lafico incassava, al prezzo corrente di Borsa, oltre 3 miliardi di dollari dalla vendita della sua partecipazione azionaria in Fiat, diventata nel corso degli anni del 15% delle azioni ordinarie, del 13% delle privilegio e del 13% delle risparmio. L’asse Torino-Tripoli continuò nel tempo, seppure con modalità diverse. Nel 2002 la Lafico rientrò temporaneamente nel capitale Fiat con una quota di circa il 2%, ma solo con l’acquisto di azioni sul mercato, mentre fu infine la Tamoil, l’azienda petrolifera libica, a stipulare nel 2005 un contratto di sponsorizzazione decennale con la Juventus per l’allora cifra record in Europa di oltre 400 milioni di euro: contratto rescisso l’anno dopo con la retrocessione della Juve in serie B.

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