La tregua tra Iran e Stati Uniti regge, ma resta precaria. E mentre la diplomazia cerca di consolidare uno spazio di dialogo, la crisi continua a farsi sentire sui mercati energetici, nei trasporti e lungo tutta la catena logistica europea. A lanciare l’allarme è il Financial Times, che riferisce della lettera inviata da Aci Europe a Bruxelles che senza una riapertura significativa e duratura dello Stretto di Hormuz entro tre settimane, per gli aeroporti dell’Unione il rischio di una carenza “sistemica” di carburante per aerei diventerebbe reale.
L’allarme del FT: gli aeroporti europei verso una stretta sul jet fuel
Secondo quanto riportato dal FT, Aci Europe, l’associazione che riunisce gli aeroporti del continente, ha avvertito il commissario europeo ai Trasporti Apostolos Tzitzikostas che le scorte di jet fuel si stanno riducendo e che le forniture sono sempre più sotto pressione per effetto delle tensioni militari e delle difficoltà di approvvigionamento.
Nella lettera, l’associazione sostiene che, in assenza di un ritorno stabile del traffico attraverso Hormuz, il sistema aeroportuale europeo potrebbe entrare in una fase critica già nelle prossime tre settimane. A rendere il quadro ancora più delicato è la vicinanza della stagione estiva, un passaggio cruciale per il trasporto aereo, per il turismo e più in generale per una parte rilevante dell’economia europea. Per ora non si registrano carenze diffuse negli scali del continente ma i prezzi del carburante sono raddoppiati rispetto ai livelli precedenti alla crisi e diversi vettori hanno già evocato il rischio di cancellazioni.
La crisi del carburante non è più solo un rischio teorico
Il problema non riguarda soltanto gli aeroporti. La tensione su Hormuz si riflette su tutta la filiera energetica e dei trasporti. Sempre secondo il Financial Times, i fornitori non sarebbero oggi in grado di garantire le consegne oltre maggio, mentre le compagnie aeree stimano di avere coperture soltanto per alcune settimane. In Asia alcuni Paesi, tra cui il Vietnam, hanno già cominciato a razionare il carburante per aerei. In Europa, i primi segnali di fragilità si sono già visti: quattro aeroporti italiani hanno introdotto restrizioni temporanee sul jet fuel per problemi legati a un fornitore, anche se non direttamente riconducibili al blocco di Hormuz.
Il nodo è strutturale. Dallo Stretto passa circa il 40% del carburante per aerei a livello mondiale, e questo trasforma ogni rallentamento del traffico marittimo in uno shock immediato per l’economia reale. Aci Europe chiede per questo a Bruxelles un monitoraggio coordinato a livello Ue della produzione e della disponibilità di carburante, sottolineando che oggi manca una mappatura comune delle scorte e dei flussi.
Il timore è che una crisi di approvvigionamento non colpisca solo il trasporto aereo, ma comprometta la connettività europea con effetti economici severi per territori, imprese e turismo.
Trump: “Gestione di Hormuz è pessima”
Il cuore della crisi resta lo Stretto di Hormuz, dove la tregua non ha ancora riportato i flussi energetici alla normalità. Donald Trump ha accusato apertamente Teheran di gestire in modo “pessimo” il transito del petrolio, sostenendo che “questo non è l’accordo che abbiamo”. Ma a rendere ancora più instabile il quadro c’è anche il capitolo dei pedaggi. Prende corpo infatti l’ipotesi che l’Iran voglia imporre un prezzo alle navi in transito nello Stretto, con pagamento addirittura in criptovalute. Un’eventualità che aggraverebbe ulteriormente la crisi, perché alla limitazione materiale dei passaggi si aggiungerebbe un nuovo fattore di pressione politica e commerciale su uno dei corridoi energetici più delicati del mondo.
Uno scenario che alza ulteriormente la tensione, perché trasforma lo Stretto non soltanto in un collo di bottiglia logistico, ma anche in uno strumento di pressione strategica. In questo contesto, il mercato continua a mandare segnali di forte stress. Secondo il FT, i prezzi del jet fuel nel Nord-Ovest europeo hanno chiuso giovedì a 1.573 dollari a tonnellata, contro i circa 750 dollari precedenti alla guerra con l’Iran. Sul fronte petrolifero, la stretta su Hormuz ha spinto ai massimi anche le quotazioni fisiche del Mare del Nord: il Forties Blend ha sfiorato i 147 dollari al barile, superando i picchi del 2008, mentre le esportazioni attraverso lo Stretto sarebbero crollate fino all’8% dei livelli normali. È in questa cornice che Amos Hochstein, ex consigliere energetico statunitense, ha avvertito che “non si tratta solo di prezzi alti. Si tratta di una vera e propria carenza fisica, che si sta manifestando”.
Vance scommette sul negoziato, Starmer parla di “opzioni militari”
Il direttore dell’International Energy Agency, Fatih Birol, ha avvertito che almeno 80 infrastrutture energetiche in Medio Oriente risultano danneggiate e che, se la situazione non migliorerà rapidamente, in Europa diesel e cherosene potrebbero scarseggiare nelle prossime settimane, con il rischio che a maggio la situazione diventi critica per alcuni Paesi. Una vulnerabilità che pesa soprattutto sull’Unione europea, più esposta sul fronte delle importazioni di prodotti raffinati mediorientali e più fragile proprio mentre cresce la domanda di trasporto.
Intanto JD Vance, in partenza per Islamabad per i colloqui con la delegazione iraniana, ha detto di aspettarsi un esito “positivo”, ribadendo che Washington è pronta a tendere la mano se Teheran negozierà in buona fede, ma avvertendo anche che gli Stati Uniti non accetteranno tentativi di rinvio o ambiguità. Dall’altra parte, l’Iran ha fatto sapere che il proprio piano in dieci punti è stato concordato come base dei negoziati: un’apertura che tiene in vita il tavolo, ma che non cancella il sospetto reciproco né scioglie il nodo del controllo dello Stretto.
Si muove anche Londra. In visita in Qatar, Starmer ha rivelato di aver discusso con Trump non soltanto di un’iniziativa politica e diplomatica, ma anche di “opzioni militari” per rendere di nuovo navigabile Hormuz. Il premier britannico ha parlato di una coalizione di Paesi al lavoro su un piano concreto per garantire il passaggio delle navi e ha insistito sul coinvolgimento degli alleati del Golfo, giudicati indispensabili per dare solidità a una tregua che, da sola, non basta ancora a rimettere in sicurezza i flussi energetici.