Il “7 ottobre” è ormai entrato nel linguaggio comune: due parole che da due anni accendono memorie e discussioni. Mentre la guerra in Ucraina da un anno ridisegnava gli equilibri globali, quell’alba di razzi e incursioni ne spostava di nuovo l’asse, trascinando anche il Medio Oriente in una nuova fase d’instabilità.
In Israele quel 7 ottobre 2023 cadeva di shabbat, coincideva con Simchat Torah e sfiorava il cinquantenario della guerra dello Yom Kippur. Nel giro di poche ore la normalità si dissolse: le comunità di confine corsero ai rifugi, la barriera fu forzata, il festival Nova vicino a Re’im passò dalla musica al terrore. Il Paese si trovò davanti a una delle più gravi falle di sicurezza della sua storia e l’urto mise in crisi apparato militare e intelligence, a lungo ritenuti tra i più efficaci al mondo. L’assalto terroristico di Hamas fu devastante quanto imprevedibile e ancora oggi resta un mistero su come abbia potuto cadere e su come l’intelligence israeliana si sia potuta far sorprendere.
Il conto di quelle tremende ore è drammatico. Circa 1.200 persone uccise e più di 250 rapite e portate nella Striscia di Gaza, tra loro donne, minori e anziani. Nel caos emersero anche denunce di stupri e violenze sessuali, che aggiunsero un ulteriore strato di orrore al massacro. Ad oggi ancora 48 ostaggi sono nelle mani di Hamas.
Fu il primo conflitto a deflagrare dentro il territorio de iure israeliano dal 1948. Nel corso della giornata Israele dichiarò lo stato di guerra, per la prima volta in cinquant’anni, mobilitò le riserve e avviò un’operazione su larga scala. Il 7 ottobre non fu un episodio: divenne l’innesco di una fase nuova che continua a ridisegnare vite e geografie, a cominciare da Gaza.
Mattarella: “Pagina turpe della storia”
“Il 7 ottobre del 2023 rimane e rimarrà nelle coscienze come una pagina turpe della storia: un vile attacco terroristico che avvenne contro inermi cittadini israeliani, recando grave danno alla causa della pace e della reciproca sicurezza in Palestina. Una ferita che ha colpito ogni popolo”, afferma il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel secondo anniversario dell’attacco di Hamas a Israele, che ha provocato la morte di 1.200 persone di cui 800 civili e il rapimento di circa 250. “I sentimenti per Gaza non diventino antisemitismo“, ha aggiunto. La premier Giorgia Meloni ha invitato a “non sprecare” ora l’opportunità offerta dal piano Trump, mentre la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, aggiunge: “Non dimenticheremo mai l’orrore del 7 ottobre. Il rilascio degli ostaggi e il cessate il fuoco sono oggi a portata di mano”.
7 ottobre 2023: l’assalto di Hamas
L’operazione, denominata “Alluvione Al-Aqsa”, prese forma nelle primissime ore del mattino. Israele fu travolta da un’ondata di violenza inaspettata. Più di 5.000 razzi vennero lanciati da Gaza verso città israeliane (colpendo obiettivi fino a Tel Aviv) e sulle comunità a ridosso del confine, da Sderot ad Ashkelon fino ai kibbutz della pianura, e in pochi minuti un sabato di festa divenne un allarme continuo. Quasi in simultanea miliziani di Hamas e di altri gruppi forzavano la barriera con bulldozer e droni, entravano con pick-up e, in alcuni casi, con deltaplani a motore. L’effetto sorpresa funzionò alla perfezione: i posti di frontiera vennero sopraffatti, le comunicazioni saltarono e l’Idf fu colta di sorpresa e la risposta arrivò in ritardo.
L’incursione fu articolata e su più direttrici, con obiettivi civili e militari intrecciati nello stesso perimetro e focolai che si accendevano e si spegnevano a pochi chilometri di distanza. Il festival Nova, vicino al kibbutz di Re’im, divenne un corridoio di panico: giovani in fuga nei campi, auto crivellate sulle sterrate, soccorsi impossibili. Kfar Aza, Be’eri, Nir Oz si trasformarono in sinonimi di devastazione. Si combatteva stanza per stanza. Le famiglie venivano sorprese nelle “stanze sicure”, le squadre di difesa locale tentavano di guadagnare tempo fino all’arrivo dei rinforzi.
I primi soccorritori si trovarono davanti a scene strazianti: mucchi di cadaveri, donne stuprate e poi bruciate, corpi abbandonati in modo indecoroso.
Nel pomeriggio lo Stato dichiarò la mobilitazione e la guerra. Da quel momento non si parlò più di “cicli” di violenza, ma di guerra aperta ad Hamas.
Dalla risposta alla devastazione
La controffensiva israeliana scattò subito e prese il via l’operazione “Spade di ferro”. Nel giro di poche ore, l’esercito israeliano richiamò 300mila riservisti e preparò l’assedio su Gaza. Prima i bombardamenti sulla Striscia, poi l’operazione di terra colpirono infrastrutture, quartieri, scuole, ospedali. Interi isolati sparirono dalle mappe: era l’inizio della devastazione di Gaza così come la si conosceva. Le autorità sanitarie locali cominciarono a contare decine di migliaia di vittime. Gli ordini d’evacuazione spinsero circa 1,1 milioni di persone dal nord, da Gaza City, verso il sud, fino a Rafah, senza garantire riparo. Cominciò un assedio che oggi lascia ancora segni: acqua razionata, elettricità intermittente, ospedali al limite. E la fame che entrava nelle statistiche.
Ma non solo Gaza e Hamas. In questi due anni, operazioni strategiche israeliane hanno colpito la rete di Hezbollah in Libano e raggiunto il cuore dell’Iran, prendendo di mira generali dei Pasdaran e obiettivi legati al programma nucleare di Teheran.
Ostaggi, dolore e diplomazia
Il rapimento di donne, anziani e bambini è diventato il cuore morale e politico della crisi. Lo slogan “Bring them home now” ha riecheggiato e riecheggia ancora in tutto Israele (e non solo). Le famiglie degli ostaggi sono rimaste per mesi senza notizie, senza neanche l’accesso ai rapiti da parte della Croce Rossa. Hamas ha diffuso video di prigionia, appelli, immagini. Le testimonianze dei rilasciati parlano di maltrattamenti, torture, violenze sessuali. La spettacolarizzazione della detenzione, con sfilate pubbliche, clip online, “messe in scena”, è stata denunciata come oltraggio e crimine. Una storia simbolo è quella di Shoshan Haran, sequestrata a Be’eri e liberata dopo cinquanta giorni: il suo racconto tiene insieme stanze sicure violate, separazioni forzate, perdite irreparabili.
Il tavolo diplomatico si è aperto e chiuso più volte. A gennaio 2025 si era aperta una finestra di mediazione con Egitto, Qatar e Stati Uniti, richiusa già a marzo.
Oggi, i colloqui indiretti ripartono al Cairo, sulla stessa fragile equazione: ostaggi contro detenuti, aiuti e tregua contro garanzie di sicurezza. E’ l’ultima speranza.
Una guerra che non finisce e la battaglia della memoria
In Israele, il 7 ottobre è diventato la lente con cui si interpreta tutto: politica, sicurezza, identità. La domanda “come è stato possibile?” continua a spaccare l’opinione pubblica. Il dossier ostaggi è un imperativo morale e politico e spinge le piazze, condiziona il governo, definisce i margini dei negoziati.
All’Onu, Benjamin Netanyahu ha scelto la comunicazione shock: per ricordare l’evento. Durante il suo discorso ha indossato un QR code cucito sulla giacca per rimandare alle immagini del 7 ottobre mentre a New York, la campagna “Remember October 7th” ha campeggiato su maxi-cartelloni e camion intorno al Palazzo di Vetro e a Times Square. Ma le critiche non mancano, nemmeno dall’interno: le famiglie degli ostaggi accusano il premier di immobilismo e sono diventate, in molti casi, la vera opposizione civile al suo governo.
A Gaza, intanto, si convive con la distruzione, la fame e un logoramento sociale profondo. Il bilancio, secondo fonti israeliane e arabe, ha superato i 67.000 morti e 169.000 feriti.
Memoria e responsabilità
Raccontare il 7 ottobre significa tenere insieme l’assalto che ha insanguinato Israele ma anche la devastazione che ha travolto Gaza, la prigionia degli ostaggi e un’emergenza umanitaria che non può diventare normalità. L’unica neutralità possibile è quella dei fatti: far tornare gli ostaggi, far passare gli aiuti, proteggere i civili sempre, accertare responsabilità da entrambe le parti. Se il 7 ottobre insegna qualcosa, è che ignorare gli allarmi, di sicurezza, diplomatici, umanitari, prepara la prossima tragedia.