Sono ufficialmente iniziati, a Sharm el-Sheikh, in Egitto, i decisivi e probabilmente ultimi negoziati di pace sulla Striscia di Gaza, almeno stando alle parole di uno dei protagonisti dell’attesissimo vertice, il ministro israeliano per gli Affari strategici e braccio destro di Benjamin Netanyahu, Ron Dermer, che lo ha definito “l’ultimo sforzo” negoziale, per lo meno dal versante di Israele. Si sa infatti che le trattative per fermare la guerra a Gaza sono state forzate dal presidente statunitense Donald Trump, che vuole intestarsi la pace e soprattutto assumere il comando del “dopo”, della ricostruzione del territorio che le autorità locali vorrebbero prima di tutto che fosse riconosciuto come Stato di Palestina. Ecco perché l’ok di Hamas al Piano di pace in 20 punti presentato da Trump e Netanyahu è stato con riserva: sì totale al cessate il fuoco e al rilascio – reciproco – degli ostaggi, ma negoziati necessari per definire cosa succede adesso nel territorio palestinese. La sensazione è che Israele ne avrebbe fatto a meno, ma tant’è e quindi come hanno detto i leader di Hamas “stasera parte il primo round della trattativa”.
Ecco chi siede al tavolo della pace: Dermer (non da subito), Witkoff, Kushner, al Hayya e al Thani
Al tavolo per ora, a dimostrazione di una certa cautela se non reticenza di Israele, non siede proprio Dermer, che a quanto pare si unirà ai negoziati in Egitto solo dopo che saranno state risolte alcune questioni chiave, a partire dalla definizione dell’elenco dei prigionieri palestinesi che saranno liberati insieme agli ostaggi e delle linee di ritiro dell’esercito israeliano dalla Striscia di Gaza. Lo hanno indicato due fonti israeliane citate dalla Cnn, secondo le quali l’assenza iniziale di Dermer segnala che restano irrisolti alcuni punti cardine dell’accordo. Trump da parte sua ci crede invece tantissimo e non si è limitato a inviare il suo onnipresente inviato speciale, Steve Witkoff, ma ha messo in campo anche il genero Jared Kushner. Il marito della figlia di Trump, Ivanka, è stato consigliere senior del presidente durante il suo primo mandato, contribuendo a presentare il primo piano di Trump per il Medio Oriente ma costruendo anche una rete di relazioni nella regione che lo ha aiutato a ottenere il sostegno saudita per la sua società di private equity fondata dopo aver lasciato l’amministrazione.
La delegazione di Hamas viene invece guidata da Khalil al Hayya, entrato a far parte del consiglio di cinque uomini che guida Hamas da quando l’ex capo Yahya Sinwar è stato ucciso da Israele lo scorso ottobre a Gaza. Al Hayya ha acquisito particolare notorietà per essere sopravvissuto all’attacco di Israele contro la leadership di Hamas in Qatar il mese scorso. Altro attore fondamentale del vertice, in rappresentanza del mondo arabo che è stato pienamente coinvolto da Trump nel Piano e che a quanto pare starebbe dando un contributo signicativo, è l’emirato del Qatar: non ci sarà l’emiro in persona ma da Doha è arrivato il suo ministro degli Esteri, Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim al Thani. Come molti alti funzionari, è un membro della famiglia reale del paese, la Casa di Thani. Il Qatar è importante perché di fatto è la sede, o per meglio dire il rifugio dei sopravvissuti leader di Hamas, e ha dunque svolto un ruolo importante come mediatore durante tutta la guerra.
Cosa aspettarsi dai negoziati e in quali tempi
La situazione è comunque molto tesa e le speranze di un accordo pieno e soprattutto veloce sono appese ad un filo. Da un lato c’è la cautela di Israele che se proprio bisogna chiudere vuole farlo rapidamente (“Entro pochi giorni”, ha detto Netanyahu), dall’altro c’è Hamas che forse sorprendentemente ha accettato in buona parte il Piano Trump ma comunque rilanciando su alcuni punti, come il rilascio degli ostaggi “anziani”, e poi c’è appunto il presidente statunitense il cui atteggiamento non è propriamente conciliante: “Accettate il Piano o scateneremo l’inferno”, aveva detto il tycoon alla vigilia dell’incontro in Egitto. Più possibilista il padrone di casa, il presidente egiziano Al-Sisi: “Non posso che esprimere il mio elogio e apprezzamento per il presidente statunitense Donald Trump”, ha dichiarato al-Sisi, “un cessate il fuoco, il ritorno di prigionieri e detenuti, la ricostruzione di Gaza e l’avvio di un processo politico pacifico che porti alla creazione e al riconoscimento dello Stato palestinese significano che siamo sulla strada giusta verso una pace e una stabilità durature”.
