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Usa, l’economia dopo un anno di Trump. Sostiene Lisa D. Cook (Fed): inflazione elevata ma sotto controllo, tiene il mercato del lavoro

Tra shutdown, dazi e inflazione, l’economia americana affronta una fase delicata sotto la presidenza Trump II. La Fed, con Lisa D. Cook, prevede un rallentamento moderato e un’inflazione ancora sopra il 2%, mentre aumentano le difficoltà per le fasce sociali più vulnerabili

Usa, l’economia dopo un anno di Trump. Sostiene Lisa D. Cook (Fed): inflazione elevata ma sotto controllo, tiene il mercato del lavoro

Ci sono due eventi rilevanti in corso nell’economia degli Stati Uniti. Il primo è di ordine politico: da settimane lo shutdown amministrativo sta bloccando le attività governative non essenziali, con ritardi su stipendi, pagamenti e altre attività connesse alla pubblica amministrazione. Si tratta però di un evento passeggero, non ci sono motivi per non pensare che anche questa volta lo shutdown verrà archiviato. La seconda questione riguarda i possibili effetti della decisione della Corte Suprema circa la legittimità dei dazi. Anche in questo caso appare difficile che, nonostante le statuizioni dei giudici, l’Amministrazione Usa torni indietro in merito alla costruzione di una nuova strategia tariffaria e doganale del Paese.

Sullo sfondo rimane, invece, un altro punto interrogativo: come procede l’economia americana dopo quasi un anno dall’insediamento del Trump II?

Lisa D. Cook: inflazione ancora alta ma sotto controllo

Alcune idee di fondo possono arrivare dall’ultimo speech di Lisa D. Cook, membro della Fed e in passato senior economist al Council of Economic Advisers durante la presidenza di Barack Obama, che qualche giorno fa, ospite della Brookings Institution, ha parlato delle prospettive economiche statunitensi. Di fronte alla selezionatissima platea del think tank di Washington, l’influente esponente della Fed ha ricordato che, tra gli effetti del government shutdown, c’è anche la mancata pubblicazione di molti di quei dati che la Fed utilizza per monitorare l’andamento dell’economia reale.

In ogni caso gli economisti della Fed hanno da tempo ampliato le proprie fonti informative, attraverso l’utilizzo di database amministrativi alternativi e soprattutto tramite fornitori del settore privato che offrono rilevazioni granulari sui prezzi di beni e servizi significativi, tra cui abitazioni e veicoli, e informazioni sulle spese cosiddette ad alta frequenza, come le carte di credito. Sulla base dei dati disponibili a settembre, ha affermato la Cook, si stima che l’inflazione di fondo (core inflation), che esclude le componenti più volatili, come alimentari ed energia, è cresciuta del 2,8% in termini tendenziali.

“Dai colloqui con gli operatori economici emerge che il trasferimento dei dazi sui prezzi al consumo (pass-through of tariffs) non si è ancora completato. Molte imprese hanno scelto di smaltire le scorte accumulate a prezzi più bassi prima di aumentare i listini. Altre preferiscono attendere che l’incertezza sui dazi si risolva prima di adeguare i prezzi. L’immissione sul mercato di nuovi modelli di automobili, nuove collezioni di abbigliamento e altri prodotti offrirà alle imprese ulteriori occasioni per riallineare i prezzi. Pertanto, mi aspetto che l’inflazione resti elevata per il prossimo anno”.

La speranza per i policy maker è che gli effetti dei dazi si manifestino in un aumento una tantum dei prezzi, uno scenario che, per ora, viene suffragato dalla maggior parte delle misure sulle aspettative d’inflazione di lungo periodo che restano basse e stabili.

“L’inflazione è su un percorso di graduale ritorno verso il 2%, a condizione che tali effetti tariffari non si rivelino persistenti e che la politica monetaria resti adeguatamente orientata a tale obiettivo. Voglio essere chiara: sono determinata a riportare l’inflazione al nostro obiettivo del 2%. Sarò pronta ad agire con decisione qualora gli effetti dei dazi si rivelassero più ampi o duraturi del previsto, o emergessero altri segnali di un radicamento di livelli d’inflazione più elevati nelle aspettative”.

Mercato del lavoro in raffreddamento e rischio sociale crescente

Per quanto riguarda i dati più recenti che arrivano dal mercato del lavoro, gli indicatori disponibili delineano ancora un quadro di tenuta dell’occupazione, pur rilevandosi qualche elemento di graduale raffreddamento. Il tasso di disoccupazione è salito quest’estate dal 4,1% di giugno al 4,3% di agosto, un livello che resta ancora basso, se si tiene conto che la media del tasso di disoccupazione nei cinquant’anni precedenti la pandemia era stato del 6,2%.

“In questo frangente la frenata delle assunzioni sembra dipendere soprattutto dal rallentamento della crescita della popolazione, legato anche alle recenti politiche sull’immigrazione. Poiché le variazioni delle buste paga riflettono oggi soprattutto questi fattori demografici, esse non offrono un segnale chiaro sulla reale tenuta del mercato del lavoro”.

Diversa è la questione che sta emergendo nelle classi sociali più vulnerabili e nelle famiglie a basso e medio reddito: sul fronte occupazionale i tassi di disoccupazione giovanile e della cittadinanza afroamericana sono aumentati costantemente dalla primavera fino ad agosto e si osservano forti aumenti dei tassi di insolvenza, come ha avvertito in chiusura di intervento l’economista Lisa D. Cook.

In definitiva, per avere un computo significativo degli effetti dei dazi sull’economia interna americana bisognerà aspettare i primi mesi del 2026.

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