Condividi

Usa, che cos’è l’affordability e perché sul costo della vita si gioca la credibilità politica della presidenza Trump

Negli Stati Uniti a novembre la disoccupazione ha raggiunto il 4,6%, il livello più alto negli ultimi quattro anni, e l’inflazione si sarebbe attestata al 2,7% su base annua: cifre che richiamano l’attenzione sulla affordability

Usa, che cos’è l’affordability e perché sul costo della vita si gioca la credibilità politica della presidenza Trump

I dati diffusi questa settimana dallo U.S. Bureau of Labor Statistics, l’agenzia del governo federale incaricata di preparare le statistiche dei principali indicatori economici, attestano che negli Stati Uniti nello scorso novembre la disoccupazione ha raggiunto il 4,6%, il livello più alto negli ultimi quattro anni, e l’inflazione si sarebbe attestata al 2,7% su base annua, in lieve flessione rispetto al 3% di settembre.

Quest’ultima cifra risulta inferiore alla precedente previsione del 3,1% di alcuni economisti, ma potrebbe essere stata condizionata al ribasso dal fatto che non sono stati raccolti dati per sei settimane, tra l’inizio di ottobre e la metà di novembre, per effetto dello shutdown, la sospensione delle attività non essenziali dell’amministrazione federale in seguito al mancato accordo tra repubblicani e democratici sulla legge di Bilancio. In ogni caso, tali cifre, soprattutto quelle sull’andamento dell’inflazione, richiamano ancora una volta con forza l’attenzione sulla “affordability”, cioè sulla questione della crescita del costo della vita.

Gli elementi alla base della crisi della “affordability”

Le voci di spesa che pesano maggiormente sul bilancio domestico di una famiglia media americana sono cibo, casa, cure mediche e servizi per l’infanzia. Sempre in base ai dati dello U.S. Bureau of Statistics, in riferimento all’andamento nazionale dei prezzi, quelli al consumo per i generi alimentari sono complessivamente aumentati del 36% tra il 2014 e il 2024.

In particolare, lo scorso settembre l’incremento è stato del 2,7% rispetto al settembre del 2024 e dell’1,4% nei confronti del gennaio di quest’anno. In maniera simile, il costo medio di un affitto per un’abitazione e il costo medio di una casa sono cresciuti del 48% dal il 2019 e al 2024. La spesa per un asilo o un servizio di babysitter per i figli è salita del 29% tra il 2020 e il 2024. La spesa sanitaria, dopo un rialzo del 10,4% dal 2019 al 2020 a causa della pandemia del covid-19, ha continuato a dilatarsi, nonostante la fine dell’emergenza sanitaria, registrando un rincaro del 7,5% tra il 2022 e il 2023.

A fronte di questa situazione, secondo le cifre del mese scorso, circa 9,3 milioni di statunitensi svolgono più di un lavoro per cercare di far quadrare il bilancio familiare. Costoro rappresentano il 5,7% della popolazione occupata, la percentuale più alta dal novembre del 1996, quando gli americani con almeno un duplice impiego erano il 6,5% del totale.

“Affordability”: il fenomeno nelle elezioni presidenziali del 2024

Donald Trump ha sfruttato la crescita dell’inflazione nella campagna elettorale del 2024 per la Casa Bianca, addossandone la responsabilità alla presunta miopia delle politiche economiche del presidente democratico Joe Biden. Il 15 agosto, con quel gusto per la spettacolarizzazione dei messaggi politici che lo contraddistingue, The Donald si spinse al punto di tenere una conferenza stampa circondato da confezioni di uova e di altri generi alimentari per assicurare ai consumatori americani che, se fosse tornato nello Studio Ovale, il prezzo del cibo avrebbe cominciato a scendere.

Dalla sua il tycoon aveva la forza dei numeri: nel gennaio del 2021, alla conclusione del suo primo mandato, l’inflazione si era stabilizzata sull’1,4%, prima di impennarsi nei successivi diciotto durante la presidenza di Biden.

In effetti, come ha ammesso a posteriori Janet Yellen, la titolare del dicastero del Tesoro dell’amministrazione Biden, il pacchetto di spese federali finalizzate alla ripresa dell’economia per compensare il crollo in seguito alla pandemia del covid-19 e, in particolare, i sussidi diretti per i contribuenti e le famiglie a basso reddito, possono avere favorito il balzo verso l’alto dell’inflazione, che raggiunse un picco del 9,1% nel giugno del 2022.

Questo apice, però, fu soprattutto la conseguenza nel breve periodo dell’invasione russa dell’Ucraina il precedente 24 febbraio, che provocò un aumento considerevole del prezzo dell’energia e dei prodotti alimentari. Inoltre, nei mesi immediatamente precedenti le elezioni del 2024, l’inflazione era tornata sotto controllo, oscillando tra il 2,5 di agosto e il 2,7 di novembre, dopo avere raggiunto un minimo del 2,4% in settembre.

Nondimeno, tale contrazione significativa non riuscì a fare sentire i suoi effetti positivi prima del voto, dando così modo a Trump di conseguire un vantaggio del 3% sulla candidata democratica Kamala Harris tra gli elettori appartenenti a famiglie con un reddito inferiore ai 50.000 dollari l’anno.

Il contrasto all’inflazione promesso da The Donald avvicinò i ceti operai al tycoon, allontanandoli da un partito democratico che sembrava incapace di formulare strategie efficaci per creare impiego perché trincerato in difesa di una politica per promuovere valori identitari nobili ma astratti e, comunque, non in grado di parlare alla pancia di un Paese sempre più preoccupato per la difficoltà di far quadrare il proprio bilancio individuale o familiare.

La seconda presidenza di Trump e il costo della vita

Malgrado le promesse e le assicurazioni di Trump, il prezzo medio delle uova – che nel 2024 il tycoon aveva assunto come principale parametro del malessere dei consumatori per l’impennata del costo della vita – è cresciuto di circa un quinto negli ultimi dodici mesi. Ora che si trova lui nello Studio Ovale e non riesce a tenere a freno l’inflazione, The Donald ha derubricato la cosiddetta “crisi dell’affordability” a una mera “truffa” che i democratici avrebbero ordito ai suoi danni, come ha ribadito in un discorso ai suoi sostenitori lo scorso 9 dicembre a Mount Pocono in Pennsylvania.

Il vicecapo di gabinetto della Casa Bianca, Stephen Miller, preferisce parlare di una “inflazione fantasma”. Tuttavia, al di là delle espressioni specifiche usate, il senso è che per l’amministrazione Trump il problema della “affordability” non esisterebbe; sarebbe solo una bufala.

Così, nel discorso alla nazione di mercoledì sera, avvalendosi di dati economici non necessariamente attendibili, tra cui la riduzione del 33% del prezzo dei tacchini venduti in occasione della ricorrenza del Giorno del Ringraziamento, ha rivendicato di avere rimesso in carreggiata gli Stati Uniti. Eppure, il recente shutdown di 43 giorni dell’amministrazione di Washington dal 1° ottobre al 12 novembre scorsi, il più lungo nella storia degli Stati Uniti, non ha certo aiutato ad affrontare il costo della vita migliaia di dipendenti federali, lasciati a casa senza stipendio per sei settimane. Né l’aumento delle tariffe doganali è servito a diminuire il costo dei prodotti di consumo, che è anzi aumentato. Basti pensare al fatto che un terzo del caffè bevuto negli Stati Uniti è importato dal Brasile ed è stato gravato da un dazio del 40% fino allo scorso 20 novembre, quando Trump lo ha revocato.

Una considerazione analoga può essere fatta riguardo al peso del protezionismo sul prezzo di alcuni materiali da costruzione (dal legname all’acciaio), che ha accresciuto il costo di una nuova abitazione in media di 17.500 dollari da quando il tycoon si è reinsediato alla presidenza.

Una bufala diffusa dai democratici

Nondimeno, esistono alcuni dati quantitativi che consentono all’amministrazione Trump di ridimensionare la portata della “affordability crisis”, sebbene i numeri non consentano di sminuirla alla stregua di una semplice trovata propagandistica del Partito democratico. Per esempio, nonostante l’impennata del costo dei servizi per l’infanzia, solo l’11% delle famiglie statunitensi ha almeno un figlio di età inferiore ai cinque anni.

In maniera analoga, la rilevanza dell’incremento del prezzo delle abitazioni e conseguentemente della difficoltà di acquistarle è limitata dalla constatazione che circa i due terzi dei nuclei familiari sono già proprietari di una casa e che grosso modo la metà di coloro che hanno contratto un mutuo per comperarla lo hanno fatto a un tasso di interesse fisso inferiore al 4%. Inoltre, malgrado la crescita dei prezzi al consumo dei prodotti alimentari, la quota del reddito disponibile che gli americani utilizzano per l’acquisto di cibo è in leggera diminuzione perché è scesa dal 10,6% del 2023 al 10,4% dello scorso anno.

Una crisi di natura psicologica?

Il tentativo trumpiano di sminuire la “affordability crisis” e la tesi di Miller sull’“inflazione fantasma” hanno trovato un insospettabile appoggio in The Economist. L’autorevole settimanale britannico, in genere quasi mai accondiscendente verso il tycoon e il suo entourage, in un articolo dello scorso 27 novembre (One weird trick to solve the affordability crisis) ha ridotto la questione a una mera faccenda psicologica priva di un reale fondamento economico.

Secondo il periodico, il consumatore americano medio si preoccuperebbe in quanto si limiterebbe a guardare il solo valore assoluto dei prezzi senza confrontarlo con il proprio potere d’acquisto. Pertanto, a detta di The Economist, la soluzione ideale sarebbe di carattere altrettanto psicologico: introdurre una sorta di “dollaro pesante”, sull’esempio di quanto fece la Francia nel 1960 con la rivalutazione nominale del franco attraverso l’immissione un nuovo circolante, il nouveau franc, in sostituzione dell’anciens francs. Il nuovo franco valeva 100 vecchi franchi. Pertanto, con questa riforma un bene che costava cento vecchi franchi venne a costare un solo nuovo franco grazie a un mero artificio aritmetico. In definitiva, per “The Economist”, basterebbe togliere qualche zero ai prezzi al consumo per tranquillizzare gli statunitensi.

La ricetta di Dani Rodrik

La strategia privilegiata di Trump è, invece, un’altra: rilanciare l’industria manifatturiera attraverso il protezionismo. L’efficacia di questa politica, però, è stata seriamente messa in discussione da Dani Rodrik, uno dei più influenti economisti odierni. In un intervento uscito sul New York Times il 16 novembre (What even Is a “good” job), Rodrik ha sostenuto che l’automazione e l’integrazione dei mercati su scala globale hanno decretato l’inarrestabile declino del settore manifatturiero nelle nazioni con un’economia avanzata. Perfino la Repubblica Popolare Cinese ha subito una contrazione significativa dei livelli occupazionali in questo ambito nell’ultimo quindicennio.

A giudizio di Rodrik, per permettere agli statunitensi di vincere il senso di ansietà derivante dalla convinzione che il futuro personale sia economicamente molto incerto non basterebbe fornire impieghi; sarebbe necessario soprattutto creare quel “buon lavoro” a cui fa riferimento il titolo del suo articolo, cioè un’occupazione capace non solo di generare un reddito adeguato per condurre una vita decorosa ma anche di assicurare dignità e riconoscimento sociale. La decadenza del settore industriale non sarebbe in grado di moltiplicare le opportunità per un “buon lavoro”, a differenza del comparto dei servizi e, in particolare, del campo delle energie rinnovabili.

Tuttavia, con buona pace di Rodrik, che addirittura propone gli investimenti della Repubblica Popolare Cinese nella green economy come modello per gli Stati Uniti, i “good jobs” stanno altrove. Facendo riferimento ancora una volta allo U.S. Bureau of Labor Statistics, le professioni che conferiscono reddito e prestigio sociale sono medici (compresi gli psicologi), per i quali è stimato il reddito medio annuo più elevato (239.200 dollari), dirigenti d’azienda, ingegneri informatici e piloti e tecnici di volo.

L’approccio tradizionale dei democratici

Oltre a contestare l’approccio trumpiano al problema della “affordability”, il piano delineato di Rodrik critica anche l’agenda legislativa tradizionale dei democratici sull’impiego, incentrata sul dare maggiore potere contrattuale ai lavoratori dipendenti. La riprova del loro fallimento consisterebbe nella constatazione che, malgrado i risultati legislativi conseguiti da Biden in questo ambito, a vincere le elezioni del 2024 è stato Trump.

Nel seguire questo ragionamento, però, Rodrik sembra dimenticarsi che il presidente democratico non riuscì a realizzare il suo progetto più ambizioso, l’aumento del minimo salariale da 7,25 a 15 dollari l’ora. Proprio il mancato mantenimento di questa promessa formulata nella campagna del 2020 ha contribuito a dirottare su Trump il voto di numerosi elettori a basso reddito quattro anni dopo. Invece, a differenza di Rodrik, a essere convinto che un semplice aumento dei livelli salariali aiuterebbe a disinnescare “l’affordability crisis” è Jerome Powell, il presidente uscente della Federal Reserve. Come ha dichiarato lo scorso 10 dicembre, stipendi più alti permetterebbero alle persone di “tornare a sentirsi economicamente in salute”.

L’alternativa della riduzione delle voci di spesa

Aumentare le disponibilità finanziarie e il potere d’acquisto del consumatore medio non è l’unico modo per fronteggiare l’incremento del costo della vita. L’altra possibile soluzione è quello di diminuire il rilievo delle principali voci di spesa. Nella sostanza è questo l’approccio adottato, per esempio, dal democratico di orientamento socialista Zohran Mamdani. Infatti, nella campagna elettorale per la carica di sindaco di New York di questo autunno, Mamdani ha incentrato il suo programma su un progetto di trasporti locali e asili d’infanzia gratuiti, affitti calmierati e prezzi controllati dei generi alimentari in supermercati gestiti dall’amministrazione municipale.

Nonostante l’incognita non indifferente di come reperire le ingenti risorse per finanziare iniziative così ambiziose, almeno agli occhi della maggioranza degli elettori newyorkesi la formula si è rivelata vincente e Mamdani è divenuto sindaco lo scorso 4 novembre.

Appena tre giorni prima, il 3 novembre, il Nuovo Messico, governato dalla democratica Michelle Lujan Grisham, aveva reso gratuiti gli asili d’infanzia per tutti i residenti dello Stato grazie a fondi ricavati dalle royalties sullo sfruttamento delle risorse naturali e dal gettito della tassazione sull’estrazione di petrolio e gas naturali. Secondo alcune stime, questo programma permetterà a ciascuna famiglia di risparmiare in media circa 12.000 dollari l’anno.

In maniera meno ambiziosa, un’altra governatrice democratica, Kathy Hochul dello Stato di New York, ha stabilito che dal prossimo 1° gennaio la spesa per le mense scolastiche non sarà più a carico dei genitori degli studenti e le famiglie con figli minori potranno avvalersi di un aumento delle detrazioni fiscali.

Invece, la neoeletta governatrice democratica del New Jersey, Mikie Sherrill si è impegnata a proclamare un’emergenza statale, quando si insedierà il prossimo 20 gennaio, che le dovrebbe consentire di bloccare i prezzi delle forniture di energia elettrica, gas e acqua per uso domestico nonché della rimozione dei rifiuti delle unità immobiliari per uso abitativo.

Incidere sul costo dei servizi e dei beni, anziché aumentare il potere d’acquisto, si sta rivelando una strategia così virtuosa e popolare che anche alcuni conservatori hanno iniziato a convertirsi, almeno in parte, a questa soluzione. Ad esempio, Elise Stefanik, una dei rappresentanti alla Camera di Washington per lo Stato di New York, che fino a venerdì era candidata alla nomination repubblicana per sfidare Hochul nel novembre dell’anno prossimo, prometteva un allargamento dei sussidi per l’iscrizione al college degli studenti meritevoli e per l’acquisto di prodotti alimentari a beneficio dei figli di età inferiore ai cinque anni per le famiglie a basso reddito.

“Affordability” ed elezioni del 2026

Il 46% degli statunitensi registrati nelle liste dei votanti afferma che l’attuale costo della vita sia a memoria il peggiore sperimentato. Tale valutazione è condivisa dal 37% di coloro che hanno votato Trump l’anno scorso. Come se non bastasse, il 37% degli americani oggi si fida maggiormente dei democratici che dei repubblicani sulle questioni economiche. La percentuale di coloro che si affiderebbero più volentieri ai repubblicani si ferma al 33%.

Questi dati rovesciano l’orientamento degli elettori nelle presidenziali del 2024, quando il 53% dei votanti era convinto che Trump avrebbe saputo affrontare l’aumento del costo della vita e i problemi economici in generale in maniera più efficace di Kamala Harris. La questione della “affordability” è destinata a rimanere al centro del dibattito politico in vista delle elezioni di mid term del prossimo novembre, nelle quali saranno in ballottaggio tutti i seggi della Camera dei Rappresentanti, un terzo di quelli del Senato e 36 delle 50 cariche di governatore degli Stati dell’Unione.

È molto probabile che l’“affordability” risulterà determinante per stabilire se il partito repubblicano manterrà la maggioranza nei due rami del Congresso. Le premesse non sono favorevoli al partito del tycoon. A novembre i repubblicani hanno subito sconfitte contro i democratici nelle elezioni per il sindaco di New York e per quelle per i governatori del New Jersey e della Virginia. Inoltre, il 2 dicembre, hanno registrato un forte arretramento nelle elezioni suppletive che si sono svolte in Tennessee per uno dei seggi dello Stato alla Camera di Washington. Il candidato repubblicano, Matt Van Epps ha vinto con un margine di 9 punti, ma l’anno scorso Trump aveva trionfato nel Tennessee con un vantaggio di ben 22 punti su Harris.

. . .

STEFANO LUCONI insegna Storia degli Stati Uniti d’America nel dipartimento di Scienze Storiche, Geografiche e dell’Antichità dell’Università di Padova. Le sue pubblicazioni comprendono La “nazione indispensabile”. Storia degli Stati Uniti dalle origini a Trump (2020), Le istituzioni statunitensi dalla stesura della Costituzione a Biden, 1787–2022 (2022), L’anima nera degli Stati Uniti. Gli afro-americani e il difficile cammino verso l’eguaglianza, 1619–2023 (2023). La corsa alla Casa Bianca 2024. L’elezione del presidente degli Stati Uniti dalle primarie a oltre il voto del 5 novembre (2024).

Commenta