Condividi

Banner FIRSTonline

Unicredit chiude la battaglia legale sul golden power: ritirato ricorso al Consiglio di Stato. Nuovo affondo di Berlino: “Non venderemo mai quota in Commerz”

Dopo che l’Avvocatura dello Stato ha precisato che Unicredit non è una minaccia per la sicurezza nazionale, la banca ha deciso di ritirare il ricorso, mentre il governo tedesco continua a fare di tutto per ostacolare la scalata a Commerzbank

Unicredit chiude la battaglia legale sul golden power: ritirato ricorso al Consiglio di Stato. Nuovo affondo di Berlino: “Non venderemo mai quota in Commerz”

Si chiude definitivamente la battaglia legale tra Unicredit e il governo sul “golden power” con cui lo scorso l’esecutivo targato Meloni ha de facto bloccato la tentata scalata su Banco Bpm. Piazza Gae Aulenti ha rinunciato al ricorso in appello, ponendo fine una disputa legale lunga mesi.

Lo scorso 28 maggio, ma è emerso solo oggi, il Consiglio di Stato ha pubblicato il decreto, firmato dal presidente della quarta sezione Luigi Carbone, con il quale dichiara estinto il ricorso che era stato presentato da Piazza Gae Aulenti contro la sentenza del Tar del Lazio sui poteri speciali. Il motivo? Il 22 aprile la banca guidata da Andrea Orcel ha ritirato il ricorso poiché nella memoria difensiva dell’Avvocatura di Stato verrebbe chiarito che Unicredit non può essere definita un pericolo per la sicurezza nazionale di per sé, chiarendo dunque la natura specifica del provvedimento del Governo. Provvedimento che, quindi, non dovrebbe rappresentare un precedente in caso di eventuali nuovi M&A.

Le puntate precedenti

Per comprendere i contorni della questione bisogna tornare indietro di oltre un anno, al 18 aprile 2025, giorno in cui il Governo, tramite Dpcm, applicò il golden power all’offerta lanciata da Unicredit su Banco Bpm, imponendo quattro, stringenti condizioni. Orcel decise a quel punto di presentare ricorso al Tar che il 12 luglio accolse solo parzialmente le obiezioni di Piazza Gae Aulenti. Nel dettaglio, i giudici amministrativi annullarono due punti su quattro: il primo riguardava l’obbligo imposto dal governo di non ridurre per cinque anni il rapporto impieghi/depositi in Italia da parte di Unicredit e Banco Bpm, il secondo era l’obbligo, imposto sine die, di mantenere invariato il livello del portafoglio di project finance detenuto dalle due banche. La condizione più indigesta per Unicredit, quella che imponeva l’uscita dalla Russia entro gennaio 2026, rimase in piedi, così come quella che obbligava Unicredit a mantenere inalterati gli investimenti in titoli italiani di Anima, controllata da Banco Bpm. Pochi giorni dopo Unicredit annunciò il ritiro dell’offerta sul Banco, una decisione che però si portò dietro diversi strascichi tra i quali il ricorso, presentato nel novembre 2025, al Consiglio di Stato. Lo scopo dichiarato a chiare lettere dall’amministratore delegato di Unicredit, Andrea Orcel, era quello di ottenere il riconoscimento giudiziario di non rappresentare una minaccia per la sicurezza nazionale italiana.

Unicredit mette fine alla battaglia legale contro il Governo

E così si arriva oggi. L’Avvocatura dello Stato avrebbe chiarito che Unicredit non è un pericolo per la sicurezza nazionale di per sé, ma il giudizio espresso lo scorso anno riguardava solo ed esclusivamente l’operazione su Banco Bpm. L’organo legale della pubblica amministrazione avrebbe inoltre precisato che, in futuro, qualsiasi tipo di valutazione sul golden power da applicare a eventuali nuove operazioni di M&A dovrebbe partire da zero, senza che la vicenda Banco Bpm diventi un precedente. Parole attese a lungo da Unicredit che ha così deciso di sotterrare l’ascia di guerra e ritirare il ricorso, mentre il Consiglio di Stato non ha potuto far altro che dichiararlo estinto. 

Il Governo tedesco entra a gamba tesa Commerzbank: “Delisting irrealizzabile”

Novità arrivano anche dal fronte tedesco, con il governo di Berlino che entra di nuovo a gamba tesa nell’offerta su Commerzbank, mentre è in corso il periodo supplementare che si concluderà il 3 luglio, con Unicredit che ha già in mano il 55,69% potenziale dell’istituto guidato da Bettina Orlopp.

Secondo quanto riferito da fonti governative, riportate dal quotidiano finanziario Handelsblatt, lo Stato federale non cederà la sua partecipazione di oltre il 12% nell’istituto di Francoforte. Di conseguenza, “eventuali piani di Unicredit di ritirare Commerzbank dalla Borsa” sono, alla luce dell’attuale struttura dell’azionariato, “praticamente impossibili da realizzare. Infatti, un delisting o uno squeeze-out sono difficilmente possibili fintanto che lo Stato federale detiene le proprie quote in Commerz”. 

In un’operazione di squeeze-out, i soci di minoranza sono costretti a uscire dalla società in cambio di un indennizzo obbligatorio. In Germania, questa procedura è possibile dopo un’acquisizione solo se viene garantito il controllo di almeno il 90% delle azioni. Avendo in mano più del 12% del capitale, Berlino può dunque bloccarlo. Tuttavia, una società può anche essere ritirata dalla Borsa in qualsiasi momento tramite una delibera del consiglio di amministrazione. In tal caso, gli azionisti di minoranza possono rimanere nell’azienda, ma non possono più negoziare i propri titoli sul mercato azionario, sottolinea Reuters.

Commenta