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Trump-Biden, la sfida è sulla politica fiscale

Le elezioni presidenziali americane sono particolarmente incerte a causa del Covid, ma si parla poco dei programmi economici: ecco l’analisi del Centro Studi di Intesa Sanpaolo.

Trump-Biden, la sfida è sulla politica fiscale

Quelle del prossimo 3 novembre negli Stati Uniti saranno elezioni presidenziali particolarmente incerte a causa della pandemia, che sta condizionando non solo la stessa campagna elettorale (il presidente in carica Donald Trump è risultato positivo) ma anche il clima e i contenuti del dibattito pubblico. Saranno anche, secondo le previsioni, tra le più partecipate della storia, grazie alla spinta delle proteste del Black Lives Matter e al movimento More Than A Vote, supportato da alcune star dello sport e dello spettacolo proprio per garantire l’accesso al voto a tutti, in particolare alle comunità più emarginate. Questo in teoria potrebbe avvantaggiare il candidato democratico Joe Biden, ex vice di Barack Obama e al momento favorito dai sondaggi (con 8,5 punti di vantaggio nella media dei sondaggi, al momento in cui scriviamo).

Ad analizzare lo scenario del voto Usa c’è anche il Centro studi di Intesa Sanpaolo, che prevede una vittoria di Biden con Congresso diviso come lo scenario più probabile (45%), seguito da una vittoria di Trump con Congresso diviso (30%), da un “democratic sweep” (cioè vittoria piena dei dem, 20% di probabilità) e da un “republican sweep” molto improbabile (5%). Intesa Sanpaolo ha poi scandagliato i programmi elettorali dei due candidati, soprattutto sui temi economici, di cui si parla poco dando la precedenza alle polemiche sul Covid o alle questioni razziali e di politica internazionale. Invece ci sarebbe molto da dire sulla politica fiscale e sulle misure per rilanciare un’economia letteralmente devastata dalla crisi (il Pil nel secondo trimestre ha perso un terzo del suo valore): intanto, i due programmi hanno in comune un impatto espansivo sui deficit del prossimo decennio. Ma divergono in termini di misure.

TASSE E SPESA PUBBLICA

L’agenda di Trump si può riassumere in “meno tasse, meno spesa”, quella di Biden in “più tasse, più spesa”. Però, la principale differenza fra i manifesti economici dei candidati sta nel grado di redistribuzione fra classi di reddito. Il piano Biden è fondato su una redistribuzione dalle classi molto alte di reddito verso quelle medio-basse, attraverso interventi sia sulle imposte sia sulla spesa. In termini di effetti previsti sulla crescita, il piano Biden più che compenserebbe l’incremento delle imposte su redditi alti e società attraverso lo stimolo alle fasce più basse e l’aumento della spesa per infrastrutture nel primo biennio del mandato. Il piano di Trump invece non è ancora dettagliato, ma i punti principali possono essere dedotti dalla proposta di budget 2021 pubblicata dalla Casa Bianca in primavera. Eccoli, per quanto riguarda le entrate:

  • corporate tax confermata a 21% (era stata ridotta con la riforma, da 35%);
  • estensione dell’ammortamento accelerato degli investimenti;
  • crediti di imposta per la creazione di posti di lavoro in USA e lo spostamento di produzione e occupati dalla Cina;
  • imposte sulle persone fisiche: estendere in modo permanente la riduzione delle aliquote (in misura rilevante concentrata su redditi elevati) in scadenza nel 2025;
  • franchigie più elevate per imposte di donazione e successione;
  • estensione in via permanente della riduzione temporanea della payroll tax trattenuta dai datori di lavoro (questa riduzione è stata attuata da una parte relativamente modesta di imprese), con effetti negativi sui fondi di Social Security;
  • riduzione dell’imposta sui capital gain da 23,8% a un livello compreso fra 15 e 18%.

Dal lato delle uscite, i tagli principali riguarderebbero la sanità, concentrati sul programma Medicare. Anche l’assistenza subirebbe riduzioni, sia sui programmi per il supporto temporaneo delle famiglie in difficoltà sia su quelli per il sostegno alla disabilità. Su alcune voci sono invece previsti aumenti: 800 miliardi per fondi relativi alle infrastrutture per i trasporti e 190 miliardi per infrastrutture idriche e per la rete, con il picco di spesa intorno al 2025. Il budget 2021 prevede anche un incremento della spesa per la difesa di 166 miliardi per la National Defense Strategy, in concomitanza con tagli delle spese discrezionali ex-difesa.

Biden invece sostiene un aumento delle entrate per circa 3,5 trilioni di dollari in 4 anni, per finanziare spese in infrastrutture, sanità e assistenza, istruzione, ambiente. Metà di questi soldi arriverebbe da maggiori imposte sulle società e l’altra metà dal contributo da maggiori imposte sui redditi elevati. Ecco le misure principali, in entrata:

  • aumento della corporate tax a 28% e delle imposte sul reddito estero delle multinazionali;
  • mantenimento dei tagli di imposta della riforma del 2017, per redditi al di sotto di 400 mila dollari, aumento delle aliquote per i redditi più elevati (top rate a 39,6%, come prima della riforma) da 37%, aumento dell’aliquota per i redditi elevati delle società di persone, modifica alle detrazioni delle imposte statali (per renderle meno sfavorevoli agli stati con imposte elevate);
  • raddoppio dell’imposta sui capital gain a 39,6% per redditi al di sopra di 1 milione di dollari (questi individui rappresentano la maggior parte dei contribuenti che pagano tale imposta).

Per quanto riguarda le spese, ecco i principali capitoli (7,4 trilioni complessivi):

  • Quasi un terzo delle nuove uscite è attribuito agli investimenti in infrastrutture (2,4 trilioni), suddivisi fra i trasporti (900 miliardi), sostegno al “made in USA” (700 miliardi), energia e ambiente (490 miliardi), altre strutture (300 miliardi). Tutte le uscite per questa voce sono previste nel periodo 2021-24;
  • il secondo contributo viene dall’istruzione (2 trilioni), per sostegno a tutti i livelli di scolarità inclusa l’università (azzeramento delle tasse presso università pubbliche per famiglie con reddito <125 mila dollari annui);
  • il sostegno ad assistenza e previdenza prevede 1,5 trilioni. La spesa maggiore riguarda l’introduzione di periodi retribuiti, fino a 12 settimane, per malattia e motivi familiari;
  • la spesa sanitaria è prevista in rialzo netto di 1,5 trilioni, con un rafforzamento di Obamacare (1,8 trilioni) parzialmente controbilanciato dal controllo dei costi per il rimborso dei farmaci e altre misure (per circa 350 miliardi).

DAZI E COMMERCIO ESTERO

Scenario piuttosto prevedibile in caso di rielezione di Trump: probabile proseguimento delle tensioni commerciali sia con la Cina (ulteriori incrementi dei dazi), sia – secondo gli analisti di Intesa Sanpaolo – con gli altri partner commerciali, che hanno ora deficit più ampi per via della deviazione dei flussi dalla Cina verso altri produttori.

Ma sulla Cina la posizione di Biden non si discosta molto da quella del tycoon. Il candidato dem ha infatti dichiarato che la Cina è un “competitor”, che dovrà essere arginato con misure che riducano l’influenza cinese nei settori della tecnologia e dell’intelligenza artificiale. Biden ha anche rifiutato di dichiarare che revocherà i dazi imposti da Trump sulle importazioni cinesi. È possibile che un’amministrazione Biden sia però meno conflittuale con la Cina su temi diversi da quelli economici e sia più aperta a cooperare su cambiamento climatico ed emergenze sanitarie.

IMMIGRAZIONE E DIRITTI

Il presidente in carica professa ovviamente il proseguimento della linea dura per ridurre l’immigrazione, legale e illegale, con argomenti tipicamente populisti: gli immigrati portano via il lavoro ai cittadini, commettono crimini e riducono risorse disponibili (scuole, sanità, case, ecc.). Durante il primo mandato di Trump, la crescita degli immigrati è rallentata a circa 750 mila all’anno, da una media annua precedente intorno a 1 milione, e potrebbe calare ulteriormente a 500 mila in un secondo mandato. Ecco il programma:

  • riduzione dei visti di lavoro o stabilizzazione compensata da riduzione dell’immigrazione per legami familiari;
  • aumento delle restrizioni alla concessione di visti per lavoro skilled (H-1B);
  • eliminazione della protezione per gli immigrati entrati illegalmente da bambini (sono circa 11 milione, per ora garantiti dal DACA, Deferred Action for Childhood Arrivals Program);
  • costruzione del muro con il Messico

Biden invece sostiene la tutela dell’immigrazione legale. Con questi argomenti:

  • aumento dell’immigrazione con visti di lavoro e rimozione dei tetti per alcuni paesi (per es. India); mantenimento della lotteria per la distribuzione di un certo numero di green card a paesi con bassa immigrazione negli USA; facilitazione a ottenere la cittadinanza per studenti che hanno studiato negli USA;
  • eliminazione dei blocchi attuati da Trump relativi all’entrata di individui provenienti da una lista di paesi problematici; restrizioni ai visti H-1 (per lavoratori qualificati) simili a quelle volute da Trump;
  • regolarizzazione degli immigrati entrati illegalmente da bambini (DACA);
  • determinazione di un nuovo programma di visti sponsorizzati da stati ed enti locali per far fronte a scarsità di lavoratori in settori specifici.

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