Gli investitori in titoli del Tesoro sono in bilico, tra il dare maggior peso alla possibilità che l’escalation della guerra in Medio Oriente infiammi l’inflazione oppure al rischio che venga gravemente danneggiata la crescita economica: nel primo caso ci sarebbe da attendersi un rialzo dei tassi ufficiali che comporterebbe vendite di titoli di Stato, al contrario nel secondo caso le banche centrali dovrebbero lasciare i tassi fermi e l’obbligazionario ne beneficerebbe.
E’ quello che è accaduto nelle ultime sedute di contrattazioni, con i titoli d stato di mezzo mondo che venerdì hanno visto unaforte vendita con conseguente rialzo dei rendimenti, a cui è seguito unadecisa inversione oggi, che sta anche aiutando i listini azionari. Con l’ingresso in guerra anche degli Houthi a fianco dell’Iran, gli investiori in generale hanno dovuto accettare che non si tratterà di un conflitto breve, come immagiato fino a pochi giorni fa. Il Brent ha toccato i 115 dollari al barile accumulando in marzo un rialzo del 59%, il più grande di sempre.
Mentre gli investiori attendono oggi pomeriggio (ore 14 in Italia) i primi dati di marzo dell’inflazione in Germania con buone possibiltà che siano in netto rialzo, stamane i loro timori si sono spostati soprattutto sulla possibilità che la guerra possa innescare un forte rallentamento economico mettendo in stand by le banche centrali e gli operatori hanno così ridotto le scommesse su tassi di interesse più elevati.
I rendimenti dei titoli di Stato statunitensi stamane sono calati su tutta la curva dopo che i mercati monetari hanno ridotto la probabilità di un aumento dei tassi da parte della Federal Reserve nel 2026 a circa il 25%, rispetto al 35% circa di venerdì. Il tasso sui titoli del Tesoro a due anni è sceso di tre punti base al 3,88%.
Anche in Europa si è notato stamane un rafforzamento dei mercati obbligazionari, sebbene il calo dei rendimenti sia stato meno pronunciato rispetto agli Stati Uniti. I mercati monetari stimano ora una probabilità del 60% circa per un rialzo dei tassi da parte della Banca Centrale Europea il mese prossimo. Tale scenario era già stato pienamente scontato una settimana fa.
Dal timore per l’aumento dei prezzi a quello per il freno economico
Mentre finora gli operatori si sono concentrati principalmente sullo shock inflazionistico derivante dall’aumento dei prezzi del petrolio, che ha spinto il mercato dei titoli del Tesoro verso la sua peggiore perdita mensile dall’ottobre 2024, alcuni dei maggiori gestori di fondi obbligazionari di Wall Street ora dicono che i rendimenti caleranno man mano che l’impatto della guerra sulla crescita diventerà più evidente.
“Sebbene l’inflazione rimanga una preoccupazione, il potenziale freno alla crescita e alla fiducia dovrebbe iniziare ad agire da compensazione, limitando ulteriori rialzi dei rendimenti”, ha detto a Bloomberg Francisco Simón, responsabile della strategia europea di Santander Asset Management. “Insieme al petrolio, riteniamo che il mercato obbligazionario sia attualmente una delle espressioni più chiare di come i mercati stiano prezzando l’impatto del conflitto sulle prospettive macroeconomiche”.
Per titoli di Stato dell’Eurozona marzo è dei peggiori mesi dell’ultimo decennio
Nonostante la ripresa di stamane, i titoli di Stato dell’Eurozona si avviano a registrare uno dei peggiori mesi dell’ultimo decennio e per alcuni Paesi i costi di rifinanziamento sono saliti a massimi pluriennali, il che significa una maggiore preoccupazione per le finanze pubbliche.
Venerdì, il costo dei titoli di Stato italiani a 10 anni ha raggiunto un massimo del 4,14%, il livello più alto dalla metà del 2024, in un contesto di vendite globali di obbligazioni, alimentate dai timori di inflazione dovuti all’impennata dei prezzi del petrolio e del gas. Il rendimento è poi sceso stamane al 4,06%, ma è comunque aumentato di quasi 0,6 punti percentuali dall’inizio del mese, eguagliando la vendita di pari entità avvenuta durante l’ultima crisi energetica nel 2022. Il tasso di interesse aggiuntivo che gli investitori richiedono per acquistare obbligazioni italiane rispetto a quelle tedesche – un indicatore ampiamente monitorato dell’ansia degli investitori sul debito dell’Eurozona – era di circa 0,6 punti percentuali prima del conflitto: stamane lo spread si trova a 84 punti base ma era risalito a quasi 1 punto percentuale la scorsa settimana.
In una seduta caratterizzata da forte volatilità, i rendimenti dei titoli decennali francesi hanno toccato venerdì un massimo intraday di quasi il 3,9%, il livello più alto dal 2009 e stamane sono comunque al 3,83%. I rendimenti dei titoli spagnoli sono saliti a quasi il 3,7% per la prima volta dalla fine del 2023, stamane al 3,63%.
Attenzione per le finanze pubbliche: potrebbero essere gravate da stimoli fiscali per far fronte alla crisi energetica
“Gli investitori stanno iniziando a rendersi conto che ci stiamo muovendo verso un mix di crescita più lenta e inflazione più elevata, combinati con maggiori stimoli fiscali e una maggiore spesa pubblica” ha detto al Financial Times Tomasz Wieladek, capo strategist macroeconomico europeo di T Rowe Price.
“Lo spettro dell’inflazione è tornato”, ha detto Isabel Schnabel, membro del comitato esecutivo della Bce, in un discorso tenuto venerdì pomeriggio, aggiungendo che il cambiamento è avvenuto più rapidamente di quanto “molti” si aspettassero. Tuttavia, ha affermato, la Bce non ha bisogno di “affrettarsi ad agire” e ha “tempo di esaminare i dati” per individuare eventuali effetti inflazionistici di secondo livello.
Secondo i gestori dei fondi, l’aumento dei rendimenti a più lunga scadenza è stato esacerbato dal previsto impatto sulle finanze pubbliche derivante dall’aumento dei costi di indebitamento e dalle misure volte a proteggere i consumatori dall’aumento dei prezzi.
In Spagna, giovedì scorso il Parlamento ha approvato un pacchetto di tagli fiscali del valore di 5 miliardi di euro per attenuare l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia. I tagli, proposti dal primo ministro di sinistra Pedro Sánchez, ridurranno l’IVA dal 21% al 10% su elettricità, gas naturale e carburanti.
L’Italia ha temporaneamente ridotto del 20% le accise sui carburanti, una misura che costerà 417 milioni di euro fino al 7 aprile, data in cui è prevista una revisione. Roma intende compensare le mancate entrate con tagli alla spesa in altri settori, tra cui la sanità.
In occasione della precedente crisi energetica iniziata nel settembre 2021, sono stati stanziati 651 miliardi di euro destinati a diversi paesi europei per proteggere i consumatori dall’aumento dei costi energetici, secondo il think tank Bruegel. L‘Ocse la scorsa settimana ha detto che che molte delle misure adottate all’epoca erano “mal mirate e comportavano costi fiscali significativi” e ha avvertito che le misure volte ad attenuare l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia questa volta “aggraverebbero le difficoltà di bilancio che la maggior parte dei governi si trova ad affrontare”.
Tuttavia Konstantin Veit, gestore di portafoglio presso il colosso obbligazionario Pimco, non è particolaremnte preoccupato: “Ci vorrebbero diversi anni di tassi di interesse elevati e bassa crescita per far sorgere dubbi sulla sostenibilità del debito” ha detto al Financial Times.
