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Tabacci: “Ho difeso Conte, ma Draghi è super”

INTERVISTA A BRUNO TABACCI, leader del Centro Democratico e Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel Governo Draghi – “Rifarei tutto quello che ho fatto ma rifiuto l’accostamento dei responsabili al Centro Democratico” – “Con Draghi l’Italia ha oggi un’occasione forse unica di assumere il ruolo di guida con Francia e Germania nel rilancio dell’Europa” -“Letta ha il compito di creare un campo progressista in grado di vincere le prossime elezioni” -“La legge elettorale che prediligo è quella proporzionale” – Il futuro di Draghi? “Resterà a Palazzo Chigi finchè il Parlamento gli darà la fiducia”.

Tabacci: “Ho difeso Conte, ma Draghi è super”

Da Giuseppe Conte a SuperMario Draghi ma in passato dall’ingresso nella maggioranza di centrodestra guidata da Silvio Berlusconi ad assessore a Milano nella Giunta di sinistra di Giuliano Pisapia. Ai colpi di scena Bruno Tabacci, leader del Centro Democratico e da pochi giorni sottosegretario alla Presidenza del Consiglio del Governo Draghi con la delega per il coordinamento della politica economica, ci ha abituato da sempre. Ma a nessuno verrebbe mai in mente di considerarlo un voltagabbana non solo perchè Tabacci è un uomo notoriamente per bene con un’unica passione professionale: la politica. Ma anche perchè nella sua lunga carriera politica Tabacci ha amato un solo partito: la Democrazia Cristiana, suo primo e unico amore. “Sono stato, sono e sarò solo democristiano”. Morta la Dc, Tabacci ha considerato gli altri partiti (dall’Udc al Centro democratico) e i diversi schieramenti a cui si è volta volta accoppiato solamente come dei taxi su cui salire e scendere per centrare il vero obiettivo che gli è sempre stato a cuore: quello di una politica moderatamente progressista e di centrosinistra. Senza tener conto di questi punti di riferimento si capirebbe poco del politico Tabacci e delle sue ripetute peregrinazioni all’interno di un disegno europeista e riformista a geometria variabile. Questo non toglie che i suoi recenti spostamenti politici abbiano fatto scalpore. In questa intervista a FIRSTonline, la prima rilasciata da quando è diventato sottosegretario nel Governo Draghi, Tabacci ne spiega la ratio.

Onorevole Tabacci, in poche settimane lei è passato dalla difesa ad oltranza del premier Conte e dalla ricerca di transfughi in suo sostegno (i cosiddetti “responsabili”) alla poltrona di sottosegretario alla Presidenza del nuovo premier Draghi per il coordinamento della politica economica: ammetterà che è un salto troppo acrobatico per poterlo ritenere normale e non sorprende che qualcuno la accusi di trasformismo. Lei come si difende?



«Mi pare si faccia parecchia confusione. Finché è rimasta in piedi la possibilità di evitare la caduta del Conte 2 e, nei giorni immediatamente successivi, l’ipotesi di dar vita ad un Conte ter, ho ritenuto che si dovesse fare ogni sforzo per preservare l’ultima chance di concludere la legislatura con un governo politico sostenuto da una maggioranza convintamente europeista. In quei giorni ho più volte affermato pubblicamente peraltro che, se avessimo fallito, l’unica alternativa sarebbe stata un governo del Presidente. Non ho mai cercato transfughi, ma solo fatto appello a chiunque si riconoscesse nell’europeismo. Mi risulta che la Costituzione, per fortuna, non preveda il vincolo di mandato per i parlamentari. Esaurite le possibilità del Conte ter, solo dopo, è intervenuto il presidente Mattarella affidando l’incarico a Mario Draghi, l’italiano che gode di maggior prestigio nel mondo. Per lui ha votato Salvini, non avrei dovuto votarlo io?».

Rifarebbe tutto quello che ha fatto nel 2021 o con il senno di poi pensa di aver compiuto qualche errore di valutazione politica? In particolare, che senso aveva difendere a spada tratta Conte se poi c’era la possibilità di arrivare a un premier come Draghi, di prestigio internazionale e di competenza professionale indiscutibilmente superiore?

«Certo che rifarei tutto. Come ho già tentato di spiegare, l’ipotesi Draghi non esisteva fino al giorno in cui il Capo dello Stato ha chiamato l’ex presidente della Bce per dargli l’incarico. Diversamente, non si spiega perché lo stesso Mattarella dopo le dimissioni di Conte non abbia subito incaricato Draghi, ma si sia rivolto al presidente della Camera Fico perché verificasse fino all’ultimo se ci fosse una residua possibilità di rimettere insieme la maggioranza uscente».

Se l’aspettava la nomina a sottosegretario alla Presidenza del Consiglio per il coordinamento della politica economica? E in che cosa consiste concretamente il suo attuale incarico? Si può dire che, in un certo senso, lei sia il responsabile del Cipe?

«Non mi aspettavo nulla e naturalmente sono onorato di far parte di un governo guidato da una personalità la cui competenza e autorevolezza è riconosciuta e stimata in tutto il mondo. La delega che il Presidente del Consiglio mi ha affidato concerne il Cipess, il comitato interministeriale che oltre che di programmazione economica ora dovrà occuparsi di un altro tema centrale come lo sviluppo sostenibile, ma pure la guida della cabina di regia di Strategia Italia, le politiche concernenti le aree urbane con riferimento ai progetti di Investitalia, il coordinamento delle politiche riguardanti le infrastrutture materiali ed immateriali e quelle dello spazio e dell’aerospazio».

Lei ha conosciuto Mario Draghi circa 40 anni fa, quando eravate insieme nello staff dell’allora ministro del Tesoro, Giovanni Goria: è molto cambiato da allora e come lavora oggi da premier? Che impressione ha ricavato dalle prime settimane del Governo Draghi?

«Conosco e mi reputo amico del presidente Draghi dai primi anni ’80, ma non credo sia importante la mia opinione. Per lui parlano i fatti, è l’uomo che ha salvato l’euro e l’Europa da una crisi che avrebbe devastato in primis i Paesi più indebitati, cioè l’Italia. È chiaro che il suo arrivo a Palazzo Chigi ci ha ridato piena centralità nel consesso continentale e ha rilanciato ai massimi livelli il nostro europeismo e atlantismo. Con Draghi l’Italia ha un’occasione forse unica per assumere il ruolo di guida accanto a Francia e Germania del processo di rilancio dell’Europa nel nuovo mondo di cui tutto il Vecchio Continente ha enorme necessità. Speriamo che il Paese nella sua globalità sappia cogliere questa opportunità».

Ammetterà che sia sul piano dei vaccini che della riscrittura del Recovery Plan Draghi ha subito imposto un cambio di passo e che forse valeva proprio la pena di scommettere su di lui a Palazzo Chigi. O no?

«Credo che il presidente Draghi abbia fatto molto bene a nominare il generale Figliuolo e il nuovo capo della Protezione civile Curcio in vista dei prossimi mesi della campagna vaccinale. E sono sicuro che si stia facendo il massimo per scrivere un Recovery Plan in grado di avviare una nuova stagione di crescita per il Paese quando saremo usciti dall’emergenza sanitaria. Ma mi chiedo a cosa serva questo continuo contrapporre l’attuale governo con il precedente. Sarebbe stato meglio avere Draghi a Palazzo Chigi prima dei governi Conte 1, Gentiloni, Renzi eccetera eccetera? Magari sì. Ma non avremmo avuto Draghi alla Bce. Quindi, ripeto, che senso ha provare a scrivere la storia con i se e con i ma?».

Onorevole, non è questione di scrivere la storia con i se e con i ma, ma di sfatare l’assurdo postulato che ha ossessionato la politica italiana d’inizio d’anno secondo cui l’unica possibilità era la conferma della premiership Conte. I fatti hanno dimostrato che non era così e che un nuovo Governo, perfino migliore, era possibile. Ma torniamo a noi. I cosiddetti responsabili, che lei ha raccolto in difesa del Conte 2, ora si ritrovano a vivere in uno scenario politico inedito e qualcuno di loro sembra mostrare l’intenzione di tornare a casa: come si comporterà tutto il suo gruppo parlamentare di fronte al Governo Draghi?

«Il termine responsabili non mi convince e rifiuto ogni accostamento a Centro Democratico, una forza politica che sia pur piccola ha ormai una sua storia essendo presente in Parlamento dal 2013. A parte Lega, Forza Italia e Pd, nessun altro partito ha un passato tanto duraturo. La nostra collocazione è stata fin dal primo giorno sempre la stessa: il centrosinistra. L’altra connotazione irrinunciabile è l’europeismo. Con queste premesse l’unica cosa davvero incomprensibile sarebbe stato negare il nostro sostegno tanto al precedente governo quanto all’attuale».

Come valuta la piattaforma politica con la quale Enrico Letta è stato eletto nuovo segretario del Pd e come valuta la distinzione che ha fatto rispetto alla segreteria Zingaretti tra il dialogo con l’intero arco riformista (da Leu a Calenda e a Renzi) e l’interlocuzione politica ma senza sudditanza con i Cinque Stelle di Giuseppe Conte?

«L’arrivo di una personalità che gode di tutta la mia stima come Enrico Letta è frutto, intanto, del gesto di grande generosità del suo predecessore, Nicola Zingaretti, che tra gli altri ha avuto il merito di richiamare nel campo europeista il Movimento 5 Stelle. Ora il compito che attende Enrico Letta è quello di muovere un ulteriore passo in avanti: la creazione di un campo progressista largo, che sia in grado di competere con il centrodestra per la vittoria delle prossime elezioni. A tutti è richiesto uno sforzo di maturità. Ai 5 Stelle, all’area liberal riformatrice e anche allo stesso Pd, che deve lasciarsi alle spalle la deleteria vocazione maggioritaria. Ma su questo Enrico Letta ha già dimostrato di avere le idee chiare».

A determinate condizioni e in un contesto di legge elettorale maggioritaria, è praticabile la riedizione di una sorta di Ulivo 2.0? E con quali forze?

«Io credo che l’intuizione che avevo avuto insieme a Giuliano Pisapia alcuni anni fa, quella del campo progressista, sia ancora pienamente attuale. E questo al di là della legge elettorale».

Realisticamente quale sarà il campo elettorale in cui si giocheranno le future elezioni politiche? È riformabile il Rosatellum? Si arriverà a qualche forma di maggioritario o si tornerà al proporzionale? E le sue preferenze a quale sistema elettorale vanno?

«A mio avviso il sistema elettorale più adeguato al nostro Paese è e resta il proporzionale con le preferenze, perché offre la possibilità ai cittadini di scegliere il partito e il candidato in cui si riconoscono maggiormente. Ma se proprio non ci fossero le condizioni, potrebbe funzionare anche un sistema misto prevalentemente maggioritario come quello del Mattarellum. Al di là della formula elettorale, quello che conta è elevare la qualità della proposta politica. L’attuale governo, avendo consentito di porre tra parentesi lo scontro tra schieramenti opposti, offre un’opportunità forse unica ai partiti di cogliere e provare a vincere questa sfida».

Mario Draghi è il candidato naturale alla prossima Presidenza della Repubblica o possono affacciarsi nuove candidature? In ogni caso, pensa che Draghi concluderà il suo mandato di premier alle elezioni presidenziali o che sarebbe utile che arrivasse alla fine della legislatura per avere più tempo per fare le riforme e mettere in sicurezza il Paese?

«Il presidente Draghi ha già risposto in modo molto serio e direi ineccepibile a questa domanda. Finché il Parlamento gli darà la fiducia lui andrà avanti. La palla è tra le mani del Parlamento. Saranno le Camere a dare o togliere la fiducia al governo e saranno le Camere a decidere chi sarà il prossimo Capo dello Stato».   

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