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Salone del Mobile, è il Brasile la nuova frontiera: “Know how italiano e architettura corporativa”

A spiegarlo è la giovane architetta brasiliana Camila D’Agostini Martins, che cinque anni fa ha conseguito un Master in Design di interni al Politecnico di Milano ma che ora vive e lavora a Porto Alegre: “In Italia la crisi c’è e si sente, ma il know how è ancora forte e può cercare opportunità nella nuova architettura corporativa brasiliana”.

Salone del Mobile, è il Brasile la nuova frontiera: “Know how italiano e architettura corporativa”

Il traffico, la sicurezza, il tempo. Tre concetti che conosciamo benissimo nel mondo occidentale, ma che sono ancora più sentiti nei Paesi emergenti e che stanno cambiando il modo di concepire il design e l’architettura, creando una nuova economia e nuove opportunità anche per gli italiani all’estero.

In Brasile per esempio, da dove arriva la giovane architetta Camila D’Agostini Martins, laureata all’università di Sao Leopoldo (Rio Grande do Sul) e che ha conseguito nel 2008 un Master in Design degli interni al Politecnico di Milano (dove torna ogni due anni per il Salone del Mobile), il settore è in piena espansione grazie anche al nuovo concetto di architettura corporativa, che tiene conto delle dinamiche – tipiche soprattutto delle grandi città – come la mobilità insostenibile, la criminalità crescente e il tempo che si stringe sempre di più con l’allargarsi delle distanze e dei ritmi lavorativi.



E’ specialmente nei grandi centri infatti che si sta creando una cultura d’avanguardia sul design: “Sao Paulo in primis – spiega Camila -, ma anche Rio de Janeiro, Curitiba, Porto Alegre, Salvador. Gli ambiti di eccellenza sono l’arredamento da esterni, le ceramiche e gli accessori per i bagni. E adesso, appunto, l’architettura corporativa”.

Per intenderci, quella dell’all inclusive: edifici di almeno 20 piani divisi in tre parti collegate a forma di “U” con la base occupata da un grande centro commerciale dove trovare tutto a portata di mano (palestra, piscina, centro benessere, negozi, etc), un palazzo di uffici dove poter andare comodamente a lavorare senza prendere la macchina, e un altro palazzo dove vivere. E, come sempre più spesso capita, dove vivere da soli (soprattutto a Porto Alegre, dove vive e lavora Camila, la maggioranza è single): “Anche questo è un aspetto che sta modificando il concept degli interni, con spazi sempre più piccoli e oggetti funzionali all’utilizzo della singola persona”.

I cosiddetti “palazzi intelligenti“: per lo più monolocali e bilocali, per una rivoluzione degli spazi che in Europa è ancora poco concepita ma che in Brasile prende corpo. Ma davvero si costruiscono e piacciono comprensori del genere? “Sì, dove vivo io a Porto Alegre è così e mi sta cambiando la vita. Da noi non ci sono le infrastrutture e i mezzi di trasporto pubblici ai quali siete abituati voi Oltreoceano, e la criminalità è molto alta: meglio evitare troppi spostamenti”.

Spostamenti che invece potrebbero adesso far gola a designer e imprenditori italiani, da un parte all’altra dell’Atlantico a cercare nuove opportunità. “La crisi qui da voi c’è e si sente – rivela ancora la creativa di origini venete -: ogni volta che vengo a Milano ci sono sempre meno novità e meno cose da scoprire, soprattutto al Fuorisalone”. Dunque sempre più italiani in Brasile? “Ce ne sono ancora pochi ma stanno arrivando – racconta Camila – anche perché in Italia c’è sempre meno lavoro, pur in un settore di eccellenza come questo. Sono sempre di più i creativi e le aziende italiane presenti in Sudamerica e il tempo di arrivo di un prodotto dall’Europa è ormai velocissimo. Prima se vedevo una lampada a Milano potevo aspettare 3 anni per acquistarla a Porto Alegre, adesso invece in 6 mesi arriva”.

Dunque export, produzione sul posto ma anche e soprattutto know how. “Sì – conferma la giovane architetta gaucha -, la vera opportunità per gli italiani è rappresentata dalla diffusione del concept, dalle idee e dalla competenza intellettuale che hanno reso famoso il made in Italy”. Che potrebbe poi tornare utile anche per la crescente architettura corporativa. “Esatto, è proprio quello di cui c’è bisogno qui”. Anche se in realtà pure dal punto di vista della formazione e della preparazione le cose stanno lentamente cambiando: “Quando sono venuta a Milano a fare il Master, sei anni fa, in Brasile non c’era nulla. Adesso invece ci sono eccellenti scuole di design e lo stesso Politecnico di Milano è ora presente con un corso a Porto Alegre e in altre città. Quindi ormai ci formiamo direttamente a casa nostra, grazie al know how italiano che arriva ad insegnarci direttamente qui, e al massimo veniamo in Europa per eventi come il Salone e per aggiornarci sulle novità”.

E sulla realizzazione, invece, possono dire qualcosa gli italiani? “Ormai solo sull’alta tecnologia, sulla quale siamo un po’ indietro, ma per il resto a fabbricare siamo bravi anche noi, tutte le aziende di design sono assolutamente brasiliane e del resto abbiamo un sacco di materiali naturali da sfruttare”. Già, perché il futuro invece è quello dell’eco-design, sul quale il Brasile si sta portando avanti: “Oltre al legno, di cui disponiamo in grande quantità, stiamo iniziando a realizzare oggetti riciclando la plastica, oppure sfruttando le tante risorse naturali che abbiamo, come la fibra di cocco, la grande varietà di minerali e di gomma naturale”.

Infine, una considerazione sui prossimi grandi eventi che saranno ospitati in Brasile, il Mondiale l’anno prossimo (c’è già l’antipasto con la Confederations Cup a giugno) e l’Olimpiade a Rio nel 2016, che anche loro in qualche modo stanno creando opportunità e cambiando volto all’urbanistica delle città ospitanti. “Come sempre – ammette l’architetta – quando c’è ristrutturazione e innovazione è un aspetto positivo, ma purtroppo come spesso capita c’è chi ci sta marciando”. Anche quello, probabilmente, fa parte del know how occidentale.

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