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Populismo e protezionismo contro liberalismo: il forum dell’Economist

La crisi globale ha spiazzato non solo il liberismo ma anche il liberalismo e aperto la strada al protezionismo e al populismo – Per questo The Economist ha aperto un dibattito sul futuro del liberalismo moderno rivisitando alcuni pensatori del passato che sono ancora fortemente attuali, come John Stuart Mill

Populismo e protezionismo contro liberalismo: il forum dell’Economist

Se la tirannia della maggioranza genera mostri 

L’autunno del liberalismo rischia di minare anche il suo più importante spin-off, la democrazia. Il pensiero liberale si è messo su mercato delle idee per trovare nuove soluzioni alle sfide della società contemporanea. Per sua costituzione e natura il liberalismo è pragmatico, è aperto a nuovi apporti e contaminazioni, anche radicali. È già successo negli anni trenta quando un pensatore di impronta liberale come John M. Keynes ha presso atto della crisi delle società basate su quel modello per inventare il welfare state, una sua evoluzione importante. Il liberalismo è una “chiesa” molto aperta in cui hanno cittadinanza idee molto differenti su questioni chiave come il ruolo dell’individuo e quello dello Stato. I duelli tra Rawls e Nozick, tra Keynes e gli “austriaci”, tra la scuola di Chicago e quella della costa orientale hanno punteggiato e arricchito il pensiero liberale e determinato importanti ricadute sulle istanze politiche e istituzionali. 

Il liberalismo moderno, cioè il libero scambio, la globalizzazione e la libertà individuale, è stato il credo dominante del mondo per trent’anni prima che le conseguenze della crisi finanziaria del 2007 lo sgretolassero. Da quel momento il testimone è passato ai sostenitori dell’austerità economica, del protezionismo e ai populisti. 

Proprio per questo il più importante think-thank liberale del mondo, quello del magazine londinese “The Economist”, in occasione del suo 175° anniversario ha avviato un “Open forum project” nel quale dibattere e formulare nuove idee sul liberalismo del futuro. Ha inoltre deciso di rivisitare, in chiave della loro attualità, alcuni pensatori liberali del passato le cui riflessioni portano un insegnamento anche per i nostri giorni. 

Siamo lieti di offrire ai nostri lettori la traduzione italiana di questa serie di articoli del magazine inglese che, ovviamente, parte con John Stuart Mill, il padre del liberalismo. 

Buona lettura! 

La fortuna di Mill 

All’età di sei anni, John Stuart Mill aveva già scritto una storia dell’antica Roma. A sette anni stava divorando le opere di Platone, direttamente in greco. “Non è per vantarsi – aveva raccontato il padre James a un amico quando il ragazzo aveva otto anni –. John adesso ha familiarità con i primi sei libri di Euclide e con l’Algebra”.  

L’istruzione intensiva dell’infante Mill diede il risultato sperato: il ragazzo divenne un prodigio con una profonda fiducia nel potere della ragione. A tal punto da diventare il principale esponente della filosofia del liberalismo, grazie alla elaborazione di idee sull’economia e sulla democrazia che ispirarono il dibattito politico del XIX secolo. Le sue riflessioni sui diritti individuali e sulle dinamiche del potere delle masse continuano a farsi sentire ancora oggi. Soprattutto oggi. 

Mill è cresciuto in un’epoca di rivoluzioni. La democrazia era in marcia. L’America si era staccata dalla Gran Bretagna; La Francia aveva rovesciato la monarchia. Nel 1832 era stato approvato il primo Reform Act, che aveva esteso il suffragio e i diritti elettorali alle classi medie. La rivoluzione industriale era in pieno svolgimento. Il vecchio ordine sociale, nel quale la nascita determinava la posizione sociale, si stava disintegrando. Nessuno sapeva, però, con cosa sarebbe stato sostituito. 

Molti oggi vedono Mill come l’incarnazione del capitalismo spietato del proprio tempo. Henry Adams, uno storico americano, si riferiva a Mill come “sua maestà satanica di libero scambio”. Nelle poche foto che sono rimaste, il pensatore inglese sembra piuttosto freddo e insensibile. Non lo era.  

Il superamento dell’utilitarismo 

Certo, nei suoi primi anni Mill era un utilitarista convinto. Il suo mentore, Jeremy Bentham, filosofo e giurista inglese della generazione precedente a Mill, aveva affermato: “La più grande felicità del più grande numero di persone è il fondamento della morale e della legge”. Lo scopo dell’economia politica, come allora era chiamata l’economia, era proprio la massimizzazione dell’utilità. Come Thomas Gradgrind, il ricco mercante in pensione che impronta la sua vita alla sulla filosofia del razionalismo, in Tempi di difficili di Charles Dickens, Mill inizialmente seguì Bentham nel considerare gli uomini come mere macchine di calcolo del principio dell’utilità. 

Questa infatuazione non andò oltre il periodo giovanile. Nella sua brillante autobiografia, pubblicata dopo la sua morte nel 1873, confidò di essere cresciuto “in assenza di amore e in presenza della paura”. Il risultato era stato un crollo psicologico intorno ai 20 anni. In seguito arrivò a convincersi che nella vita ci doveva essere qualcosa di più di quello che i benthamiani chiamavano il “calcolo felicifico”, la contabilità, cioè, del piacere e del dolore. 

A quel punto la sua attenzione si rivolse alla poesia di William Wordsworth e Samuel Taylor Coleridge, da cui ha appreso il valore della bellezza, dell’onore e della lealtà. Il suo nuovo senso estetico lo spinse, con misura, ad allontanarsi dal riformismo fanatico verso il conservatorismo. Se le società del passato avevano prodotto un’arte così buona, pensò, dovevano avere qualcosa ancora di buono da offrire al suo tempo. 

Mill non si allontanò dall’utilitarismo tanto profondamente quanto il suo contemporaneo Thomas Carlyle, il quale diceva che solo i maiali concepirebbero la ricerca del piacere come fondamento di ogni etica. Invece, Mill ha dato un nuovo senso alla teoria utilitaristica. Differentemente da Bentham, che pensava che il Push-pin, un gioco da tavolo, fosse “di pari valore della poesia”, Mill si convinse che alcuni tipi di piacere sono superiori agli altri. Questa differenziazione però non lo portò a rinnegare l’utilitarismo. Tutt’altro. Per esempio, ciò che a prima vista poteva sembrare un atto puramente virtuoso, come mantenere la parola, non destinato, cioè, a generare alcun piacere immediato, alla lunga, poteva rivelarsi un atto essenziale per il proprio star bene. 

L’approdo al pragmatismo 

Questa raffinamento dell’utilitarismo ha messo in luce un pragmatismo che è uno dei tratti distintivi del pensiero di Mill. Su molte questioni è difficile incasellare il suo pensiero, o persino individuarne esattamente i termini. È proprio questa connotazione che lo rende un grande pensatore è che dà spessore ai suoi argomenti. Le sue opinioni si sono evolute nel corso della vita, ma per la maggior parte di esse ha rifiutato la dogmaticità e riconosciuto il caos e la complessità del mondo. John Gray, un filosofo della politica, scrive che Mill era “un pensatore eclettico e di transizione i cui scritti non hanno la pretesa di produrre alcuna dottrina coerente”. 

In ogni caso, come tutti i liberali Mill credeva nel potere del pensiero individuale. Il suo primo grande lavoro, Un sistema di logica, sostiene che la più grande debolezza dell’umanità è la sua tendenza a illudersi sulla veridicità delle convinzioni non dimostrate. Mill ha messo da parte parole d’ordine, ortodossia e saggezza tramandata: tutto quello che ha impedito alla gente di farsi una propria idea del mondo. 

Mill voleva che tutte le opinioni su un argomento fossero discusse ed esaminate e che nessuna idea o azione restasse senza verifica. Questa era la strada per la vera felicità e per il progresso. Per proteggere la libertà di espressione ha elaborato il “principio del danno”: “l’unico fine dell’esercizio di un potere legittimo su qualsiasi appartenente a una comunità civilizzata, contro la sua volontà, è quello di prevenire il danno agli altri”, ha scritto in Saggio sulla libertà, la sua opera più famosa. 

Come spiega la biografia di Richard Reeves, Mill era convinto che la nascente era industriale e democratica, avrebbe portato prosperità al genere umano, ma lo avrebbe anche ostacolato. Prendiamo il libero scambio, di cui era un entusiasta sostenitore (nonostante abbia lavorato per molto tempo per la Compagnia delle Indie Orientali, forse il monopolio più grande del mondo). Pensava che il libero scambio aumentasse la produttività: “Qualsiasi cosa porti a una maggiore quantità di unità prodotte in un luogo definito, genera un aumento generale delle capacità produttive del mondo”, scrive in Principles of Political Economy. Criticò le Corn Laws (dazi sull’importazione di derrate agricole in vigore dal 1815 al 1846 nel Regno Unito), tariffe che in gran parte andavano a vantaggio dei proprietari terrieri. 

Ma Mill è ancor più interessato all’argomentazione filosofica a favore del libero scambio. “È impossibile sopravvalutare l’importanza, nell’attuale bassa condizione di sviluppo umano, di mettere in contatto gli individui con persone diverse da se stessi, con mentalità e iniziative differenti da quelle che gli sono familiari. Questo vale per tutti i popoli: non c’è nazione che non abbia bisogno di prendere qualcosa in prestito dalle altre”. E in effetti Mill ha praticato ciò che andava predicando. Ha trascorso molto tempo in Francia, considerandosi come una sorta di mediatore tra la passione rivoluzionaria propria della politica francese e il compassato gradualismo di quella inglese. 

I limiti del capitalismo 

Con la diffusione della democrazia ci sarà la battaglia delle idee. Mill è stato un convinto sostenitore del Reform Act del 1832, che, oltre a estendere il suffragio, ha eliminato “borghi putridi”, cioè i collegi elettorali egemonizzati dai grandi proprietari terrieri e spesso controllati da una sola persona. Ha elogiato la decisione della Francia, nel 1848, di istituire il suffragio universale maschile. Le opinioni di ciascun elettore sarebbero state propriamente rappresentate e ciascun cittadino avrebbe avuto la possibilità di essere informato. La partecipazione al processo decisionale collettivo è, per Mill, una componente del benessere. 

Per lo stesso motivo è stato uno dei primi sostenitori del voto alle donne. “Considero [il sesso] del tutto irrilevante rispetto ai diritti politici come la differenza di statura o nel colore dei capelli”, scrive in Considerazioni sul governo rappresentativo. Dopo essere diventato deputato nel 1865, presentò una petizione per il suffragio femminile. 

Mill credeva nel progresso positivo della società. Ma ne vedeva anche le minacce. Il capitalismo aveva dei difetti, la democrazia aveva una pericolosa tendenza autodistruttiva. 

Partiamo dal capitalismo. Nel 1800-50 la crescita media annua dei salari reali in Gran Bretagna era un imbarazzante 0,5%. La settimana lavorativa media era di 60 ore. L’aspettativa di vita in alcune città era scesa al di sotto dei 30 anni. Per questo Mill ha dato il suo appoggio all’azione dei sindacati e alla legislazione per migliorare le condizioni di lavoro. 

Temeva, anche, che il capitalismo potesse infliggere alle persone dei danni spirituali, difficili da riparare. La tensione ad accumulare ricchezza avrebbe potuto portare all’accettazione passiva dello status quo – ciò che i discepoli di Mill avrebbero chiamato la “tirannia del conformismo”. 

Mill amava l’idea di una nazione, come l’America, fondata sulla libertà, ma temeva che l’America fosse caduta proprio in questa trappola. Gli americani mostravano “una generale indifferenza verso quel tipo di conoscenza e cultura mentale che non può essere immediatamente convertita in sterline, dollari e pence”. Seguendo le idee di Alexis de Tocqueville, Mill vide l’America come il paese in cui c’era minore autentica libertà di pensiero rispetto a qualsiasi altro. In quale diversa maniera avrebbe potuto interpretare l’enorme incoerenza tra la proclamazione di libertà per tutti e l’esistenza di un’istituzione come la schiavitù? 

… e i limiti della democrazia 

La democrazia stessa minaccia in vari modi il “libero mercato delle idee”. Mill pensava che la liberà individuale avrebbe portato all’emancipazione delle persone. Ma una volta liberi di fare le proprie scelte, poteva accadere che le persone potessero diventare prigioniere dei pregiudizi o del loro status sociale. Il voto alle classi lavoratrici potrebbe aver avuto come esito il caos. 

Questa riforma, a sua volta, potrebbe potuto ostacolare lo sviluppo intellettuale della società poiché i punti di vista della maggioranza avrebbero finito per soffocare la creatività e il pensiero individuali. Coloro che hanno sfidato la saggezza tramandata – i liberi pensatori, gli eccentrici, i Mills – avrebbero potuto essere marginalizzati dall’opinione dominante. La competenza avrebbe così corso il rischio di essere messa da perte poiché la “volontà del popolo” avrebbe regnato incontrastata. 

Questo sbocco era spaventoso. Paradossalmente, la libertà individuale avrebbe potuto essere più limitata sotto una democrazia di massa che sotto il potere dei sovrani dispotici di un tempo. Per descrivere questa deriva della democrazia Mill parla della “tirannia della maggioranza”. Per questo si mostra preoccupato sia delle opinioni “rispettabili” della classe media che dell’ignoranza della classe operaia. 

A questo punto Mill ha iniziato a prendere in considerazione il modo di contrastare le tendenze tiranniche insite nel capitalismo e nella democrazia. La sia conclusione è che la competenza ha un ruolo essenziale da svolgere. Il progresso richiede alle persone tempo e inclinazione per dedicarsi a una istruzione seria. È quindi necessario che si affermi una sorta di clero secolarecon queste caratteristiche, che Mill definisce “clerisy” (una parola presa in prestito da Coleridge). Questa intellighenzia avrebbe tratto i suoi fondamenti da un principio utilitaristico: i suoi membri avrebbero individualo le “regole per massimizzare il benessere collettivo se tutti le avessero seguite”, come chiosa Alan Ryan, un teorico politico. 

L’elogio dell’istruzione 

Una soluzione consisteva nel dare agli elettori istruiti un potere maggiore. Una deroga in base alla quale gli analfabeti o le persone che godevano dell’equivalente dell’assistenza sociale del 19° secolo non avrebbero ottenuto il diritto di voto. (Mill pensava anche che alcuni cittadini delle colonie britanniche, inclusi gli indiani, fossero incapaci di autogovernarsi). I laureati potevano disporre di sei voti e i lavoratori non qualificati uno. Lo scopo di questa deroga era quello di dare voce a coloro che avevano avuto modo di riflettere profondamente sul mondo, agli istruiti e ai consapevoli. Gli ordini inferiori della società avrebbero preso coscienza della necessità di una guida politica e morale, sebbene, con il tempo, molti di loro si sarebbero potuto unire al rango delle persone istruite e consapevoli. 

Sebbene questo approccio possa sembrare snob, o peggio, Mill era un illuminato per il suo tempo. In effetti, egli avrebbe senz’altro sostenuto molti dei cambiamenti sociali avvenuti nel 21° secolo, come il suffragio universale e i diritti delle donne. 

Mill, testimone dell’oggi 

Oggi ci sono molte cose che lo avrebbero interessato. Prendiamo la Brexit. A prescindere dal fatto che egli fosse o meno un brexitaro, avrebbe aborrito il referendum. Perché chiamare gli elettori a decidere su una questione della quale hanno così poca conoscenza? Assistendo all’ascesa del presidente Donald Trump e detestandone l’anti-intellettualismo, avrebbe commentato: “Ve l’avevo detto!”. Sarebbe rimasto senz’altro sorpreso dal tempo che l’America aveva impiegato per eleggere un demagogo. 

Il clima intellettuale su entrambe le sponde dell’Atlantico lo avrebbe depresso. “Mettere a tacere un’opinione è un crimine particolare perché significa derubare l’umanità – scrive Mill nel Saggio sulla libertà. – Se un’opinione è giusta, siamo privati della possibilità di scambiare l’errore per la verità: mentre se è sbagliata, si perde, ciò che è un grande beneficio, cioè la percezione più chiara e l’impressione più viva della verità, messa in evidenza dal contrato con l’errore”. Non sarebbe neppure rimasto impressionato dall’odierna mancanza di piattaforme politiche. 

Potrebbe benissimo riconoscere che, prima del 2016, il pensiero liberale aveva lasciato lo spazio a una tirannia di conformità. Fino a poco tempo fa nella società liberale si parlava poco dei “dimenticati” o dei perdenti dell’economia del libero scambio. Molti liberali erano caduti in un autocompiacimento decisamente anti-milliano, credendo che tutte le grandi questioni fossero state sistemate. 

Non più. La vittoria di Trump ha spinto i liberali a ripensare tutto, dal libero scambio all’immigrazione. La Brexit ha aperto un intenso dibattito sull’essenza del potere. E le università sono diventate un campo di battaglia sui limiti della libertà di espressione. Come quelli di Mill, i nostri sono tempi di disorientamento che reclamano con urgenza l’elasticità mentale e l’audacia incarnata dal padre del liberalismo. 

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