La partita sull’oro della Banca d’Italia nella Manovra 2026 si fa sempre più complessa. Secondo un documento interno del Dipartimento del Tesoro, visionato da Repubblica, l’emendamento di Fratelli d’Italia che propone di trasferire le riserve auree allo Stato potrebbe configurarsi, secondo i tecnici, come “una sorta di nazionalizzazione a contenuto espropriativo”. In altre parole, si tratterebbe di un vero e proprio esproprio del patrimonio di Bankitalia, con conseguenti rischi legali, europei e costituzionali.
L’emendamento in questione, il numero 1.1, a prima firma del capogruppo di FdI al Senato Lucio Malan, stabilisce che “le riserve auree gestite e detenute dalla Banca d’Italia appartengono allo Stato, in nome del popolo italiano”. Considerando che l’oro custodito dall’istituto vale oggi circa 275 miliardi di euro – pari a circa il 13% del pil italiano e al 10% del debito pubblico – anche un trasferimento puramente simbolico avrebbe effetti economici e politici significativi, creando un precedente potenzialmente pericoloso.
Trasferire l’oro di Bankitalia allo Stato: perché il Mef mette il freno
Il documento del Tesoro, arrivato alle scrivanie di Palazzo Chigi, non è una semplice nota interna: rappresenta la bozza del parere contrario che il governo intende presentare quando la Commissione Bilancio del Senato voterà l’emendamento. All’interno del testo, i tecnici evidenziano due critiche principali: una riguarda il metodo, l’altra il merito della proposta.
Il primo punto riguarda la titolarità delle riserve auree. Non appartengono solo all’Italia: la competenza è del Sistema europeo di banche centrali (Sebc), come stabilito dal Trattato di funzionamento dell’Unione europea. Secondo il Trattato, le autorità nazionali detengono le riserve ufficiali dei rispettivi Stati membri, ma queste fanno parte di un insieme più grande, che coinvolge tutte le banche centrali dell’eurozona e, naturalmente, la Banca centrale europea. I tecnici sottolineano che la funzione delle riserve va oltre il territorio nazionale: garantiscono la stabilità economica e finanziaria dell’intera zona euro, e nessun governo può intervenire unilateralmente senza rischiare ripercussioni.
Poi emerge il secondo nodo, quello più delicato: il rischio di esproprio e di violazione della Costituzione. L’idea di una “nazionalizzazione” sovranista delle riserve auree solleva interrogativi giuridici che non sono stati affrontati preventivamente da Fratelli d’Italia. Il tema centrale resta dunque quello della sovranità nazionale limitata dai vincoli europei. In altre parole, quello che viene presentato come un gesto patriottico rischia, nella pratica, di restare una illusione simbolica, destinata a creare più propaganda che effetti reali.
A complicare ulteriormente le cose, ogni modifica sostanziale richiederebbe il parere della Bce, un passaggio finora ignorato dai promotori dell’emendamento. Lo ha dichiarato l’Eurotower ufficialmente al momento della sua approvazione in commissione. E anche se venisse richiesto, non cambierebbe la sostanza: la Bce ha più volte ribadito che le banche centrali devono mantenere il pieno controllo sulle proprie riserve, per garantirne la gestione sicura e autonoma, comprese le attività in valuta estera. Senza questo controllo, verrebbero compromesse le decisioni sulle modalità di conservazione, investimento e negoziazione dell’oro, con possibili ripercussioni sull’intero sistema finanziario europeo. Eventuali modifiche italiane potrebbero inoltre creare un precedente per altri Paesi, con conseguenze su fiducia, tassi e mercati.
L’oro Bankitalia allo Stato, Meloni verso lo stop?
Anche secondo MF-Milano Finanza, Palazzo Chigi sarebbe pronto a bloccare l’iter dell’emendamento 1.1, per evitare conflitti con la Ue e tutelare la stabilità dei mercati. Sebbene la norma abbia superato la prima scrematura della commissione Bilancio del Senato, la sua realizzazione pratica appare complessa. Senza il consenso della Bce e senza una valutazione delle implicazioni costituzionali, la norma rischia di rimanere più un gesto politico che un vero trasferimento di proprietà.
Ma non è la prima volta che politici italiani provano a giocare con l’oro nazionale: Giorgia Meloni, allora all’opposizione, aveva presentato nel gennaio 2014 un ordine del giorno simile per vincolare il governo Letta a riconoscere la proprietà delle riserve al popolo italiano; Claudio Borghi ci aveva riprovato ai tempi del governo giallorosso con una proposta di legge analoga; e già nel 2004 Giulio Tremonti aveva immaginato una Gold Tax sulle plusvalenze legate all’oro, comprese le riserve di Via Nazionale. Anche oggi, però, come allora, l’illusione propagandistica rischia di scontrarsi con la realtà dei vincoli europei e la prudenza necessaria per non turbare i mercati.