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Nomine pubbliche, braccio di ferro su Descalzi all’Eni

A fronte di un generale orientamento alla riconferma dei vertici delle società pubbliche in scadenza, la conferma dell’Ad di Eni Descalzi resta in bilico e incontra la contrarietà del M5S che reclama discontinuità – Pesano le accuse di corruzione in Nigeria e di presunti favoritismi alla moglie dell’Ad – Anche le performance di Borsa bocciano l’attuale gestione

Che il rinnovo delle cariche di vertice dell’Eni, il gigante petrolifero italiano che è anche un asset fondamentale per la politica estera italiana soprattutto in Medio Oriente, fosse la madre di tutte le nomine pubbliche in agenda in primavera lo si sapeva da tempo. Ma le indiscrezioni degli ultimi giorni lo confermano e dicono che, a fronte delle riflessioni ancora in corso in casa Pd, i grillini sarebbero decisamente contrari alla riconferma di Claudio Descalzi, l’ad dell’Eni che cerca il terzo mandato dopo le nomine a suo tempo ricevute dai governi Renzi e Gentiloni.

Mentre sulle nomine dei maggiori gruppi pubblici in scadenza – dall’Enel a Terna, dalle Poste italiane a Leonardo e all’Enav – sembra maturare nel sistema politico e nel Governo un generale orientamento alla riconferma, con pochissimi ritocchi dei vertici attuali, anche in virtù dei buoni risultati economici e di Borsa conseguiti, sull’Eni i Cinque Stelle vorrebbero intestarsi una vittoria che segni una netta discontinuità liquidando Descalzi.

Spia degli orientamenti grillini sulle nomine è un dossier pubblicato ieri da “Il Fatto quotidiano”, testata notoriamente vicina ai Cinque Stelle, che titola polemicamente ed esplicitamente così: “Depistaggi, errori e processi: 10 “perchè no” al Descalzi ter“. “Tutti i motivi – aggiunge l’occhiello dell’articolo del giornale diretto da Marco Travaglio – per cui Pd e Cinque Stelle non devono riconfermare l’ad del colosso: dalla tangente in Nigeria agli affari della moglie”.

Tra i 10 motivi che, secondo il giornale, dovrebbero indurre le forze di Governo a bocciare la riconferma di Descalzi alla guida dell’Eni ce ne sono infatti principalmente due che hanno annebbiato l’immagine dell’ad e dell’Eni. La prima è l’imputazione, finora non risolta e rivolta a Descalzi, di corruzione internazionale nel processo per la più grande tangente della storia italiana e cioè quella di un miliardo che nel 2011 l’Eni, secondo l’accusa, avrebbe pagato per ottenere il giacimento nigeriano Opl 245 ma che non sarebbe interamente finita in mani nigeriane.

La seconda delle principali ragioni per le quali Descalzi non dovrebbe, secondo “Il Fatto quotidiano”, essere riconfermato alla guida dell’Eni riguarda presunti favoritismi alla moglie dell’Ad, Marie Madeleine Ingoba, che ha controllato società che hanno prestato servizi all’Eni per circa 300 milioni di dollari e su cui indagano i Pm di Milano.

Ma anche la performance di Borsa dell’Eni, ancorché influenzata dalle oscillazioni del prezzo del petrolio un tempo mitigate da un portafoglio meglio diversificato, non depone a favore della gestione Descalzi: l’anno scorso, a fronte di un Ftse Mib che ha guadagnato circa il 30%, il titolo Eni ha chiuso con un modestissimo rialzo dell’1,8%, mentre nel 2020 l’Eni perde in Borsa il 7,5% ed è l’unico titolo delle società in attesa di nomine a presentarsi in rosso a fronte dei rialzi a due cifre degli altri gruppi energetici pubblici.

Non è un caso che da tempo, sia negli ambienti politici romani che nella comunità finanziaria, circolino i nomi dei possibili candidati alla sostituzione di Descalzi alla testa dell’Eni: in pole position ci sono l’ad di Saipem, Stefano Cao, 69 anni, e quello di Snam, Marco Alverà, 44 anni, entrambi profondi conoscitori del complesso pianeta Eni, la cui nomina sarebbe accompagnata da quella di un presidente di garanzia di elevato standing internazionale.

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