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Nicola Rossi: di fronte alla crisi è decisivo aprire subito l’agenda Draghi su stabilità e riforme

di Nicola Rossi* – La stabilità finanziaria è precondizione per la crescita e l’agenda Draghi ci indica la via giusta: le poche risorse disponibili vanno concentrate sui comparti di spesa pubblica che più possono favorire l’evoluzione produttiva del Paese. Per il resto non c’è più posto. Maggioranza e opposizioni non possono sfuggire alla realtà.

Nicola Rossi: di fronte alla crisi è decisivo aprire subito l’agenda Draghi su stabilità e riforme

Antefatto

Martedì 31 maggio 2011. Mario Draghi invita il paese a “tornare a crescere” ed elenca le politiche pubbliche “che non incoraggiano, spesso ostacolano,” l’evoluzione della struttura produttiva italiana ed il suo adattamento alla globalizzazione: giustizia, istruzione, concorrenza, infrastrutture, mercato del lavoro e protezione sociale.

Giovedì 29 giugno 2011. Il Consiglio dei Ministri approva la manovra economica per il triennio 2012-2014. Incrementi di entrate e tagli di spesa per 1,5 ml. di euro nell’anno in corso, e per 5,5, 20,0 e 20,0 mld. di euro nel triennio 2012-2014.

Nel mezzo, un referendum che spazza via vent’anni di sforzi per aprire il mercato dei servizi pubblici locali e per frenare, se non limitare, il capitalismo municipale. La nomina di Mario Draghi alla presidenza della BCE. Il crollo della Borsa e l’attacco della speculazione all’Italia e all’euro. Il passaggio dello spread fra rendimento dei titoli pubblici italiani e tedeschi a oltre i 300 punti base con effetti gravissimi sulla spesa pubblica per interessi. Il diffondersi delle tensioni dal comparto del debito pubblico a quello della finanza privata.

Nel breve volgere di un mese, “l’innalzamento dei livelli di apprendimento” si è trasformato in un limite agli insegnanti di sostegno, la “partecipazione femminile al mercato del lavoro” ha assunto le vesti di un aumento dell’età pensionabile femminile, e così via (alle relazioni industriali, ci hanno invece, meritoriamente pensato le parti sociali). Nel breve volgere di un mese, il tema della finanza pubblica si è ripreso per intera la scena.

La manovra

Non era ragionevolmente pensabile che una maggioranza da mesi divisa ed incerta ed un governo da mesi in bilico trovassero, improvvisamente, la volontà e la forza per tenere fede, da subito, agli impegni assunti in sede europea. Non era ragionevolmente pensabile che, per altro verso, il ministro dell’Economia rinunciasse al principio di una manovra economica pluriennale capace di garantire il pareggio di bilancio nel 2014.

Ergo, non ci si meravigli se – come è accaduto altre volte in passato – nella manovra approvata dal Consiglio dei ministri convivono il rigore (nei saldi) ed il lassismo (nella tempistica), la sostanza (p.es., in campo previdenziale) e la fuffa (p. es. per quanto riguarda le liberalizzazioni), la presenza (p. es. una versione più sensata del patto di stabilità per gli enti locali) e l’assenza (p. es.per quanto riguarda il dualismo del mercato del lavoro), il vecchio (i ticket sanitari) e il nuovo (p. es., l’idea che la progressività non ha necessariamente a che fare con il numero delle aliquote).

Ed è bene tenere presente che nulla è ancora scontato (traduzione: può ancora andare peggio, se prevarranno le resistenze che puntualmente si manifestano sul cammino di ogni provvedimento di questo tipo).

Era però ragionevolmente sperabile che, di fronte alla serietà della situazione – perché, è inutile nasconderselo, la situazione è seria – la politica trovasse la forza di superare, per una volta sola, i propri limiti e per assumere pienamente e congiuntamente le sue responsabilità. E invece, in estrema sintesi il quadro è il seguente: il governo vara una manovra economica rinviandone l’impatto per il 90% alla prossima legislatura e quindi al prossimo governo e, contestualmente, tanto la maggioranza quanto l’opposizione di sinistra rendono nota la loro intenzione di rinegoziare, in qualche forma e appena possibile, gli impegni assunti in sede europea, sperando che a ciò contribuiscano i governi europei presenti e/o futuri.

E non basta l’autorevole intervento del Capo dello Stato (“Non c’è dubbio che chi prende delle decisioni oggi sulla situazione economica si prende delle responsabilità anche per domani”) per dissipare il dubbio che, tanto la maggioranza quanto la parte principale dell’opposizione, coltivino la speranza, in qualche maniera, di sfuggire alla realtà.

Se così fosse, sarebbe difficile immaginare che si possa giocare sulla pelle del paese con questa spregiudicatezza. Nell’ultimo mese, lo spread fra i rendimenti italiani e tedeschi è arrivato a 330 punti base, il che significa che – mentre la maggioranza parlava di riduzione delle imposte e la minoranza di politiche di sviluppo – gli uni e gli altri, congiuntamente, facevano quanto necessario per addossare sui contribuenti italiani molto oltre 10 miliardi di euro per il servizio del debito pubblico.

Se così fosse, sarebbe difficile ipotizzare una tale livello di irresponsabilità. Qualche anno fa Francia e Germania (con l’approvazione dell’Italia) allentarono colpevolmente i vincoli europei intesi a limitare la possibilità di politiche di bilancio inadeguate a livello nazionale. Con ogni probabilità, la Grecia non affronterebbe oggi i problemi che affronta se allora non si fosse scelta quella strada.

L’agenda Draghi, un mese dopo.

Abbiamo dunque accantonato – costretti da più impellenti problemi – l’idea di “tornare a crescere”? A mio modo di vedere, no. Perché, in realtà, dietro la riluttanza con cui quasi tutte le forze politiche si sono avvicinate alla manovra si cela una questione di fondo senza la quale la stessa agenda Draghi sarebbe difficile da comprendere ed apprezzare.

L’Europa tutta, o quasi, è alle prese in modi e forme diverse con un problema solo: ridefinire il ruolo dello Stato dell’economia. E’ un problema non nuovo riproposto in termini assai più ultimativi dagli sviluppi della crisi del 2008-2009. Con buona pace di chi pensava che la crisi avesse riproposto una nuova centralità dell’intervento pubblico, gli interventi realizzati nell’emergenza rendono oggi indispensabile un riflessione puntuale sui costi e sui benefici di ogni campo di intervento e di ogni modalità di intervento del settore pubblico.

L’obbiettivo del pareggio di bilancio nel 2014 è dunque l’occasione necessitata per domandarci quale vogliamo che sia il perimetro della presenza pubblica nel nostro paese (e, di conseguenza, per rivedere e rinsaldare il rapporto già molto logorato fra lo Stato ed i cittadini).

Cominciando con il distinguere all’interno della spesa pubblica primaria corrente (al netto della previdenza che deve trovare nella contribuzione sociale la propria fonte di finanziamento) due grandi categorie. Da una parte le voci di spesa corrispondenti alle funzioni per le quali vogliamo che uno Stato esista o che la stessa Costituzione italiana pone alla base del contratto fra lo Stato e i cittadini: la difesa e l’ordine pubblico, la giustizia, l’istruzione e la ricerca, la sanità, l’assistenza, la tutela del patrimonio culturale. Per queste voci di spesa, ogni sforzo dovrà essere fatto per impedire ogni forma di spreco e per rendere la spesa efficiente ed efficace ma, al tempo stesso, non un euro dovrà mancare a quanto necessario perché venga reso ai cittadini italiani un servizio corrispondente alle imposte che chiediamo loro di pagare. Perché gli italiani vedono, giustamente, in quelle imposte il corrispettivo di quei servizi e pretendono che questi ultimi siano adeguati in termini tanto di qualità quanto di quantità. Perché sanno bene, fra l’altro, che quando quei servizi non vengono resi, dovranno essere acquistati, se possibile, sul mercato (sotto forma di arbitrati, di vigilanza privata, di sanità privata, di istruzione privata) con il risultato di pagare due e prendere uno (se va bene).

Dall’altra parte, tutte le altre voci di spesa. Dal funzionamento degli organi costituzionali e, più in generale, del sistema politico in senso lato (il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro è un buon esempio) e dei livelli di governo (le provincie, sì, anche le provincie…), ai trasferimenti alle imprese, alle tante voci non corrispondenti a funzioni non costituzionalmente garantite. Euro più euro meno, un quinto circa dell’intero volume della spesa pubblica (al netto degli interessi e della componente in conto capitale già ridotta al lumicino). Per queste voci di spesa il principio non può che essere uno solo: quello dello zero-based budgeting e cioè della messa in discussione delle voci di spesa stesse e non già delle loro variazioni al margine. Ed i vincoli solo due. Primo, laddove possibile, l’obbiettivo dovrebbe essere quello di sostituire alle erogazioni un minor carico fiscale (minori trasferimenti alle imprese e minori imposte sulle imprese, per esempio). Secondo: non dovrebbe essere possibile salvare un programma di spesa non essenziale perché “piccolo o marginale” in qualche senso. Le risorse che finanziano la spesa pubblica appartengono non alla classe politica ma agli italiani: ogni euro che fosse possibile restituire loro sotto forma di minore imposte presenti o di minore debito (e cioè di minori imposte future) dovrebbe – deve – essere loro restituito senza indugio.

In questo senso, l’agenda Draghi è, sotto ogni punto di vista, viva e vegeta. Essa, infatti, ripropone la necessità che lo Stato faccia lo Stato lì dove di uno Stato abbiamo bisogno e abbandoni il campo in tutti quei comparti in cui dello Stato possiamo tranquillamente fare a meno.

Si è detto, a ragione, in questi giorni che la stabilità finanziaria è precondizione per la crescita. Quel che l’agenda Draghi ci ricorda è che questa relazione passa, strettamente, per una concentrazione delle poche risorse disponibili su quei comparti della spesa pubblica che più direttamente possono favorire l’evoluzione della struttura produttiva del paese. Per tutti gli altri, semplicemente, non c’è posto. E non c’è scelta.

* Economista ed ex parlamentare Pd


Allegati: Profilo_di_Nicola_Rossi.pdf

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