Sono iniziati lunedì 6 ottobre, proprio alla vigilia del triste anniversario della strage compiuta in Israele da Hamas due anni fa, i difficili ma possibilmente decisivi negoziati di pace sulla Striscia di Gaza. Nonostante alcune delle parti in causa – i presidenti israeliano e statunitense Benjamin Netanyahu e Donald Trump su tutti – abbiano fretta di chiudere, le trattative sono in realtà partite in sordina vista l’iniziale assenza non solo del braccio destro di Netanyahu, Ron Dermer, che avrà un ruolo chiave, ma anche della delegazione Usa composta in particolare da Steve Witkoff, inviato personale di Trump, e Jared Kushner, genero del presidente Usa ed ex consigliere dello Studio Ovale nel primo mandato del tycoon. Witkoff e Kushner sono arrivati solo oggi a Sharm el-Sheikh, in Egitto, dove si sta svolgendo il vertice, ma questi ritardi e la reticenza di Tel Aviv vengono interpretati da Hamas come una strategia per rallentare o persino ostacolare l’accordo.
L’organizzazione terroristica, che al momento è ancora l’interlocutore per conto di Gaza e dell’ipotetico Stato di Palestina, ha infatti accusato il premier israeliano Netanyahu di voler “ostruire e ostacolare l’attuale ciclo di negoziati, così come aveva deliberatamente ostacolato tutti i cicli precedenti. Nonostante la brutale forza militare, il sostegno illimitato e la piena collaborazione americana nella guerra di sterminio a Gaza, non sono riusciti e non riusciranno a ottenere una falsa immagine di vittoria”, ha affermato Fawzi Barhoum, portavoce di Hamas, citato da Al Jazeera. Sempre i media locali riferiscono che pure Hamas da parte sua sta ponendo delle controcondizioni al Piano di pace in 20 punti presentato da Trump e Netanyahu e dato quasi per scontato da Washington, che ha avvertito i palestinesi che se non verrà accettato ci saranno conseguenze nefaste e cioè presumibilmente l’offensiva decisiva dell’esercito israeliano e la distruzione totale di Gaza.
Hamas: “Sì a disarmo e rilascio ostaggi, no a Blair”. Le dichiarazioni di Giorgia Meloni
Hamas, dicono i media locali, ha accettato il disarmo e il rapido rilascio degli ostaggi, che sarebbe reciproco visto che pure Israele detiene esponenti dell’organizzazione palestinese nelle proprie carceri, ma insiste sulla necessità che il “dopo”, cioè tutto quello che avverrà dopo il cessate il fuoco, dalla ricostruzione della Striscia all’eventuale riconoscimento di uno Stato palestinese (che però non è previsto dal Piano di Trump), dovrà essere fatto coinvolgendo le autorità di Gaza e il mondo arabo. Ecco perché Hamas non starebbe accettando la figura dell’ex premier britannico Tony Blair come personaggio centrale nel board della pace presieduto da Donald Trump. Intanto, nel giorno del secondo anniversario del 7 ottobre, la premier italiana Giorgia Meloni è intervenuta dichiarando che “la violenza di Hamas ha scatenato una crisi senza precedenti in Medio Oriente. La reazione militare di Israele è andata oltre ogni principio di proporzionalità, e sta mietendo troppe vittime innocenti tra la popolazione civile di Gaza”.
L’Ue: “Smilitarizzazione fondamentale, Bruxelles avrà un ruolo centrale”
L’Italia e l’Unione europea hanno comunque un ruolo marginale in questa fase, dove tutto ruota intorno a Donald Trump e alla Lega araba, rappresentata a Sharm in particolare dagli emissari dell’emiro del Qatar al Thani. “L’Ue è fermamente impegnata a sostenere la pace in Medio Oriente – ha comunque tenuto a dire la commissaria al Mediterraneo Dubravka Suica. – attraverso un dialogo inclusivo e il rispetto del diritto internazionale. La smilitarizzazione è fondamentale e una governance efficace è indispensabile per poter lavorare alla ricostruzione di Gaza. Insieme agli alleati internazionali, lavoreremo per una riforma dell’Autorità palestinese. L’Ue svolgerà un ruolo centrale negli sforzi di ricostruzione attraverso il gruppo dei donatori per la Palestina, garantendo la titolarità palestinese e la credibilità internazionale”.